Venezuela: Caracas adià³s


Due mesi di sciopero. Tre miliardi di dollari in fumo. L’estrazione del petrolio bloccata.
Mentre si fronteggiano il presidente Chavez e un’opposizione divisa in tre blocchi

di Gianni Perrelli da Caracas [L’Espresso]

Marinai sfaccendati si aggirano lungo le sponde del lago di Maracaibo rimirando con l’aria torva le petroliere da cui sono stati sfrattati. Da qualche giorno l’esercito ha
ripreso il controllo delle navi, mandando a casa gli equipaggi in rivolta. E tentando di disperdere con i solventi le enormi macchie di petrolio che deturpano lo specchio lacustre, cartolina dei Caraibi intristita dalla proliferazione dei pozzi e delle trivelle. Un disastro ecologico che è un po’ la metafora del Venezuela alla deriva. Un paese che boicotta l’oro nero, la sua principale ricchezza. Che vive alla giornata, con il
fiato sospeso. Sull’orlo della guerra civile.
La psicosi ingrossa le voci secondo cui il governo starebbe facendo incetta di sangue negli ospedali, raddoppiando i turni medici di guardia, ordinando 10 mila sacchi di tela nera. Misura di precauzione funeraria nello scenario che nessuno più esclude di una
repressione di massa. C’è poi lo spettro della bancarotta finanziaria: si calcola che entro tre mesi lo Stato non potrà più far fronte alle esigenze primarie dei cittadini [24 milioni] e agli obblighi internazionali. L’economia è sconvolta da due mesi ininterrotti
di ‘paro’, lo sciopero duro che ha fatto aumentare di sette volte il prezzo del pane e ha messo in ginocchio per prima proprio l’industria degli idrocarburi.

Il deficit dei primi 45 giorni di paralisi è di 3 miliardi di dollari. Nelle acque di Maracaibo, prima ancora che nelle strade di Caracas, è infuriato il feroce scontro
politico che sta lacerando il paese. Per cacciare Hugo Chavez, lo stravagante presidente che dopo il tragicomico golpe di aprile era tornato al potere in sole 48 ore, l’opposizione, coalizzatasi nel cartello della Coordinadora Democratica [alleanza di17
partiti in cui sono confluite anche organizzazioni sindacali e movimenti civili], ha scelto stavolta la formula cilena che nel 1973 iniziò con il blocco di trasporti e sfociò nella caduta di Salvador Allende. Uno sciopero a oltranza dei dipendenti [40 mila] della Pedevesa, l’ente petrolifero di Stato, quinto produttore nel mondo di oro nero, che non dovrebbe portare all’insediamento di un nuovo Pinochet, ma alle elezioni anticipate.
Bloccati i pozzi, e poi le navi, il risultato è stato che circa 500 marinai si sono girati i pollici per oltre un mese. Per fiaccarli il governo ha tentato di tutto. Anche di
prenderli per fame e per sete, tagliando gli approvvigionamenti di viveri e acqua. Alla
lunga Chavez ha posto fine all’ammutinamento con l’aiuto dell’esercito e di un po’ di crumiri. Ma la maggior parte delle petroliere restano alla fonda. Manca il greggio da trasportare. Con l’80 per cento dei tecnici e degli impiegati ancora a braccia conserte, gli impianti di estrazione vengono utilizzati con il contagocce.
La penuria di combustibile e di gas si riflette rammaticamente sulla quotidianità . Per un pieno di benzina [10 centesimi di euro al litro] gli automobilisti affrontano code di 10-12 ore. E ingannano il tempo prendendo il sole a torso nudo, organizzando picnic,
sbrigando le pratiche d’ufficio, accapigliandosi sul futuro del Venezuela. Anche in fila il paese si spacca. Sono decisamente in maggioranza quelli che imprecano contro il populismo di Chavez, i suoi ammiccamenti al castrismo in nome della rivoluzione bolivariana.
Non mancano i sostenitori del caudillo [tuttora il 30 per cento] che accusano di fascismo gli organizzatori dello sciopero, bollati come ‘escualidos’ [sintesi spregiativa fra squali e squallidi]. Muro contro muro. In comune solo la sguaiatezza nelle manifestazioni per strada. I chavisti che ostentano gli organi genitali, i ribelli che scagliano contro l’esercito indumenti intimi femminili. Un teatro dell’assurdo, che può trasformarsi in tragedia in un attimo. «Non c’è nulla di prevedibile né di razionale», dice Cira Romero, direttrice di una fondazione che promuove la democrazia: «Per capire dove si sta andando servono più gli astrologi degli analisti politici».
Le tensioni esplodono all’improvviso soprattutto davanti ai camion che distribuiscono nelle zone popolari le bombole di gas e la farina di mais in arrivo dalla Colombia. Non c’è ancora un’atmosfera da assalto ai forni. Ma le scorte sono limitate. I più furbi
cercano di scavalcare la coda. E accendono la miccia del nervosismo. Verso sera c’è sempre qualcuno che torna a casa a mani vuote. E per scaldare un po’ di cibo accende il fuoco con la legna.
Perfino nei quartieri alti non se la passano tanto bene. Chiusi i supermercati, i ristoranti, i teatri, i cinema, i negozi di lusso, i musei. Fuori uso per mancanza di
clientela il 30 per cento degli alberghi. Fermo anche il baseball, la grande passione nazionale. Nei pochi locali aperti anche il weekend, la metà dei tavoli è vuota. Mancano i soldi e la voglia di divertirsi. àˆ triste uscire di sera quando nei frigoriferi dei pub non arriva più nemmeno la birra. Per i rivoltosi della buona borghesia che la sera [dopo il concerto di pentole delle otto] sciamano a inveire contro Chavez in piazza Francia, i
sindaci delle municipalità borghesi organizzano proiezioni cinematografiche a cielo aperto.
Per tutta la notte si leva il grido ‘Ni un paso atras’, non si indietreggia. Anche se le misure di ritorsione contro l’accanimento di Chavez rischiano di sfiorare l’impopolarità .
Le scuole private e la metà di quelle pubbliche sono chiuse dall’inizio di dicembre. E gli esperti di psicologia minorile avvertono che gli alunni più vulnerabili possono risentire del vuoto prolungato. Dopo il fermo delle banche e l’annuncio della rivolta fiscale si minaccia di estendere lo sciopero all’erogazione della luce e dell’acqua. L’opposizione alza ogni giorno di più la posta, sperando che Chavez abbandoni. Le grandi televisioni e i principali quotidiani, dalle loro sedi blindate, sparano contro il governo a palle incatenate. Non ci sono censure. Segno che la democrazia ancora regge, che Chavez sarà anche un dittatore, ma non tocca la libertà di stampa. Anzi è forse l’unico uomo di potere che non esercita alcuna influenza mediatica. Per dire la sua, entra di tanto in tanto in territorio nemico con allocuzioni alluvionali. La legge gli consente di sfruttare qualsiasi tribuna televisiva. Ma per le
comunicazioni di routine ha a disposizione solo un canale pubblico. àˆ li che ogni domenica
manda in scena ‘Hallo’ presidente’, un incredibile show di cinque-sei ore in cui fa rifulgere tutte le sue virtù istrioniche. Infilato in tute mimetiche o in camicioni dai
colori sgargianti, e brandendo la Costituzione, sollecita il contatto con la sua gente, dando indiscriminatamente del tu, aprendo l’agenda degli appuntamenti anche per accettare inviti alle sagre paesane, promettendo che se i maestri non torneranno nelle aule scolastiche andrà lui in persona a tenere qualche lezione. Un incantatore di serpenti. Che non riesce però a spiegare perché in quattro anni di governo il suo consenso personale sia
precipitato dall’80 al 30 per cento. Perché l’economia nel 2002 sia crollata del 7 per cento [hanno cessato l’attività 5 mila industrie e 15 mila negozi], la disoccupazione sia salita al 18 per cento, l’inflazione sia schizzata al 30 per cento. «Dovrebbe scendere dal
suo empireo di egocentrismo, riconoscere i suoi gravi errori di valutazione», dice l’analista finanziario Fernando Martinez: «Il Venezuela è un paese potenzialmente ricchissimo. Ma questa fortuna non deve essere considerata un premio della lotteria. Va
gestita con il lavoro, con il consenso nazionale. Non con l’autoreferenzialità e con la convinzione che i ricchi sono tutti ladroni». Nello stallo trattengono il respiro anche le Forze armate. Si sono ammutinati 135 generali
[un terzo], ma Chavez li ignora. Il generale Raul Baduel, comandante supremo dell’esercito, che lo scorso aprile fece scattare il controgolpe, si dichiara devoto alla
Costituzione. E per sfuggire alle pressioni di piazza si dedica alle religioni orientali.
Nel balletto negoziale diretto dietro le quinte dagli Stati Uniti si fanno pochi passi avanti. Elezioni anticipate, referendum consultivo, esilio di Chavez? Pure illazioni. Il
finale di partita si gioca sull’istinto più che sulla ragione. Anche perché l’opposizione non ha un vero capo.
Sono tre i leader emergenti. Henrique Mendoza, governatore dello Stato di Miranda, un democristiano che mastica di economia. Julio Borges, un avvocato di 32 anni, leader di una destra liberista che sa sfruttare a fondo i media. E Juan Fernandez, un dirigente petrolifero che ogni sera alle sette invita dagli schermi televisivi Chavez a fare fagotto. Ma nessuno di loro supera il 15 per cento dei consensi. Se si andasse subito al voto, l’opposizione dovrebbe puntare su un solo nome. Altrimenti, se non l’avranno spedito prima in esilio, c’è il rischio surreale che contro i desideri di quasi tutto il paese vinca ancora Chavez. Un epilogo che allungherebbe l’agonia del Venezuela.

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