Rallentiamo il mondo, un commento…

Molto interessante l’articolo di Giorgio Ruffolo “Rallentiamo il mondo”, pubblicato su “Criticamente” il 10 luglio. Vorrei proporre alcune osservazioni. L’alternativa comunista, per me, non è “fallita clamorosamente e tragicamente”, refrain ossessivo e nauseante, con la caduta del muro. In Unione Sovietica, come in Cina, il comunismo “tout court” era già in crisi da tempo. E, per opposte motivazioni, non ho mai capito né il comportamento dei vari partiti comunisti europei ed extraeuropei, che si sono subito affrettati a cambiare nome, senza proporre alcunché di alternativo nei propri programmi, né quei pochi rimasti che, volendo mantenere la qualifica comunista, hanno comunque cambiato nome, pur accettando anch’essi da tempo la logica di mercato [Giordano Zordan].

 


Ora, in economia, il comunismo é, o non é: o vi é il mercato (più o meno libero) o una società pianificata, dov’è lo stato che decide e pianifica gli scambi commerciali e i livelli produttivi in grado di soddisfarli, un lavoro immane e assolutamente insostenibile in economie aperte e oltre le ridotte dimensioni di piccole comunità. E’ per questo che sia l’Urss che la Cina, in modi e tempi diversi, sono stati costretti ad abbandonare il comunismo, ben prima della caduta del muro.

Ma, anche nel nuovo millennio, non si può prescindere da valori e idee sostenuti con forza dal comunismo, né dall’analisi socio-economica di Marx, attualissima, per ipotizzare e costruire un mondo nuovo. Lo ripeto da tempo: come non si può rigettare il cristianesimo per episodi efferati e feroci compiuti in suo nome, così non sarebbe intelligente rigettare tutto il patrimonio di idee, valori e conquiste socio-culturali del comunismo. Chi continua con questa tiritera, a parte il Berlusconi (poveretto, in buona fede), lo fa strumentalmente e in mala fede.

Concordo: nulla é definitivo nella storia. Non lo è il cristianesimo, il comunismo e, per fortuna, il capitalismo. Marx, uomo dell’Ottocento, non poteva nemmeno ipotizzare che vi fossero dei limiti allo sviluppo e alla globalizzazione, che oggi, sempre più, s’intravvedono.

Ma qui sta il nodo: è possibile un’altra economia, non capitalistica, ma altrettanto efficace?

Concordo con Ruffolo: occorre <<arrestare la crescita globale più o meno al livello attuale, realizzando lo “stato stazionario”: una prospettiva che gli economisti classici consideravano non solo realistica, ma inevitabile (stazionario non significa statico, ma dinamico; e però, solo nella composizione e nella qualità del prodotto). Questa deviazione, dalla crescita all’equilibrio, comporterebbe una formidabile redistribuzione delle risorse tra i ricchi e i poveri del mondo, non essendo concepibile che la crescita possa essere stoppata per entrambi all’attuale livello di disuguaglianza. Comporterebbe inoltre, all’interno di ogni Paese, la fissazione di qualche limite del reddito, minimo e massimo. E, comunque, la sterilizzazione delle possibilità di accumulazione della moneta.>>

Restano da ipotizzare ed affrontare tempi e metodi: io credo che, al punto in cui siamo nel mondo, la strada sarà inevitabilmente  multiforme. Si va da un contesto “indigenista” di piccole ma diffuse comunità andine e chapaneche, dove la riscoperta della propria identità e la conquista di nuovi spazi di autogestione democratica hanno innegabilmente bloccato e fatto arretrare logiche ultracapitaliste, con la pazienza di chi aspettava un miglioramento da oltre cinquecento anni.

All’esperienza “mista” cubana, una società di gran lunga più avanzata ripetto a quasi tutta l’America latina, pur sotto barbaro assedio quarantennale, che accanto ad una economia pianificata nelle grandi cifre e infrastrutture, acconsente un piccolo margine di manovra individuale, ancora insufficiente, ma in aumento. Dopo la fine degli aiuti sovietici e alcuni anni duri, l’economia dell’isola non é andata definitivamente in crisi, come molti si aspettavano, ma si é invece ripresa, contando principalmente sulle proprie gambe e uscendo gradualmente dall’isolamento geografico, ha intrapreso alcune importanti iniziative d’integrazione socio-economica e sta viaggiando sul 5% annuo di incremento Pil (crescita auspicabile in quell’area, fino al raggiungimento dello “Stato stazionario” ipotizzato).

Allo straordinario risveglio nazionale ancora dell’America latina, come risultato di libere elezioni democratiche, soprattutto in Venezuela, Bolivia, Argentina e Brasile, in cui non solo si assiste ad una più equa ripartizione degli utili e a un maggior grado di assistenza socio-sanitaria agli strati più poveri della popolazione, ma stanno evolvendo positivamente accordi di cooperazione e integrazione tra stati in campo economico e sociale impensabili fino a qualche anno fa, fino al ripudio di enti sovranazionali come il FMI e la World Bank, da sempre causa di ulteriore impoverimento di quei Paesi.

E in Europa? Riporto ancora un brano dell’articolo di Ruffolo: occorre <<che gli intellettuali (Marx diceva i filosofi) smettessero di spiegare il mondo e s’impegnassero a cambiarlo. Che gli economisti progettassero un’economia orientata all’equilibrio. Che i sociologi disegnassero le sue istituzioni. I filosofi, socraticamente, le forme della buona vita; gli psicanalisti, realizzando un auspicio di Freud, i modi di guarire una società malata. Purtroppo, l’intelligenza critica del divenire sociale è spesa oggi, per lo più, o nella apologia, o nella contestazione dell’esistente: due forme sterili.>>

Giordano Zordan

 

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