Delle cronache e dei commenti sull’incendio che devasta il Medio Oriente da Beirut a Teheran, da Baghdad a Gerusalemme, da Kabul al Tigri e all’Eufrate forse occorre una lettura meno ansiosa, un ascolto più concentrato. Senza lasciarsi prendere dalla fretta perché poi alla fine qualcosa sfugge. Infatti in questi giorni non mi pare di aver letto o sentito da alcuna parte che la violenza che si attribuisce al mondo islamico è semplicemente imputabile a una minima parte di questo variegato mondo. Che gli Hezbollah non sono l’Islam, e che non si può ridurre tutto l’Islam all’aspetto terroristico, a fautore dello scontro globale. E’ un distinguo che andrebbe evidenziato in questa mobilitazione mediatica nella quale prevale – a destra e a sinistra – pur con toni diversi che Israele ha pieno diritto di difendersi [di Vincenzo Maddaloni]. Infatti i toni delle cronache e dei commenti sembrano gli stessi della guerra del Libano scatenata da Ariel Sharon ventiquattro anni fa, senza tener conto come da qualche lustro a questa parte un numero sempre maggiore di cittadini stia prendendo sempre più coscienza delle manipolazioni, della parzialità, della mancanza di obiettività, e comperi sempre meno giornali e guardi sempre meno i telegiornali. Poiché, come annotava Barbara Spinelli su La Stampa:« L’ideologia sommerge tutto e tutti, a destra e sinistra. I fatti sbiadiscono sino a svanire. Ognuno s’aggrappa al suo dogma e ne ha cura come fosse l’unica pianticella che conti. La pianticella che conta dovrebbe essere invece la realtà, con le domande che essa suscita man mano che l’azione la plasma, la trasforma.». Se così è allora perché scandalizzarsi se in questo stordimento multimediale che traduce tutto in tragedia del mero presente senza offrire un minimo approfondimento che non sia strumentalizzato, si scopre all’improvviso il reporter-betulla, fratello del reporter-embedded. Eppure basterebbe tenere a mente che proprio quella betulla (come gli embedded del resto) è stata curata, coltivata, accreditata da mille e uno talk show, tavole rotonde, opinioni a confronto, primi piani, da tutta quest’informazione tradotta in entertainment che tanto allarmava Postman perché:« la televisione è un mezzo individualizzante. La si sperimenta e si reagisce ad essa, in un isolamento dagli altri che è tanto psicologico quanto fisico.».
Ha ragione Eugenio Scalari quando scrive nell’editoriale di Repubblica del 16 luglio che “siamo un po’ provinciali”, spiegando che: « La politica estera attira solo in casi di guerra aperta e totale oppure se è collegata con polemiche di politica interna. Chi è con Israele e chi contro. Chi è con Bush o con Zapatero. Il papa fa notizia quando muore e quando viene eletto dal Conclave, ma le nostre televisioni ne parlano in continuazione, credo per riflesso condizionato.». Menomale che siamo provinciali. Perché se così non fosse dovremmo solo ammettere che sebbene non ci sia mai stata un’età dell’oro del giornalismo, mai c’è stato lo scempio che oggi investe i media. Infatti è sufficiente aprire un canale qualsiasi della televisione, anche quelle locali, per capire che la “libertà d’informazione e di critica” e “l’obbligo inderogabile del rispetto della verità sostanziale dei fatti” vengono violati di continuo. Le notizie proliferano, ma le garanzie di affidabilità sono inesistenti, è sempre più difficile essere informati, è sempre più difficile capire ciò che sta accadendo, come infatti col Libano, perché le notizie chiarificatrici quasi sempre vengono nascoste dietro un gigantesco gioco di contraddizioni. Tuttavia, continuiamo ad assistere al trionfo del giornalismo speculativo e spettacolare, a scapito di un giornalismo di informazione che non viene incoraggiato e che dequalifica la figura stessa del giornalista fino ad annullarla. Altro che “put the news first, metti al primo posto le notizie”, come recita un motto felice della Bbc.
Non è poi cosa impossibile applicarlo. Può aiutare anche un motore di ricerca. Infatti, prima di stigmatizzare la posizione vaticana nel conflitto libanese ( “Corriere della Sera del 15 luglio”) bastava rileggersi la risposta dell’ayatollah Mohammad Hussein Fadlallah, capo spirituale degli sciiti libanese al giornalista di Newsweek che gli aveva chiesto se considerava la guerra di Bush in Iraq una crociata:« Assolutamente no: Non è Bush a rappresentare la cristianità. Egli non sa quel che dice. Egli sta tradendo la storia e Dio. Non c’è scontro tra Islam e cristianità. La massima autorità della Chiesa cristiana e cattolica Giovanni Paolo II, condannando a chiare lettere quest’invasione ci ha accarezzato il cuore. ». E’ un esempio tra i tanti che dimostra quanto lo scenario mediorientale sia complesso anche per la compresenza degli Stati e delle fedi, e quanto un’informazione corretta sia indispensabile per decifrarlo. Bisogna scomodare Platone per rammentare che la parola, lo scritto aprono la strada a nuovi usi dell’intelletto?
Vincenzo Maddaloni (autore con Amir Modini di “L’atomica degli ayatollah”. Edizioni Nutrimenti)
Be the first to comment on "Put the news first, metti al primo posto le notizie"