Che si tratti di un master alla Columbia, piuttosto che delle lezioni di yoga sotto casa, è probabile che prima o poi saremo coinvolti in un qualsiasi corso.
Comunque sia, le conseguenze dello stile didattico utilizzato ci riguardano molto direttamente.
[Intervista di Silvio Mottarella a Jader Tolja]
D. Alla luce di quanto proposto nel tuo libro quali sono, secondo te, i problemi principali che si incontrano nell’insegnamento?
R. Uno dei problemi principali è che quante più informazioni vengono date, che non sono verificabili esperienzialmente, tanto più si crea confusione in chi si trova in un processo di apprendimento. E’ lo sbilanciamento tra la quantità di teoria effettivamente verificabile e l’esperienza di verifica o di supporto alla teoria che puoi realmente fare. Se immaginassi un’evoluzione del modello, rinuncerei ad un tot di teoria a vantaggio dell’esperienza, in modo che il bilancio tra le due sia più equilibrato.
D. Cosa ti da l’idea che sia così diffusa questa separazione tra i due aspetti?
R. E’ una sensazione avuta indirettamente. Sentendo parlare allievi di scuole di vario tipo fra di loro, magari a pranzo o negli intervalli, quello che si coglie spesso è una condizione di soggezione nei confronti della teoria o del sapere da parte di alcuni di loro. Questo senso di soggezione è certamente un elemento negativo nella formazione, perché invece di coltivare quello che gli americani chiamano empowerment (parola intraducibile letteralmente che indica la fiducia nei propri mezzi, nelle proprie capacità ) sortisce l’effetto opposto. Scopo di un training è quello di portare le persone a scoprire i propri mezzi e ad averne confidenza. Se si è creata una situazione di soggezione, vuol dire che qualcosa non ha funzionato, o che comunque il modello è migliorabile.
D. Tu vedi, quindi, una condizione di responsabilità da parte di chi insegna, rispetto alla capacità di coltivare empowerment?
R. Certo l’insegnante può sentire il polso della situazione. Se ha la sensazione che dopo una lezione gli allievi si sentano più ignoranti rispetto a prima, può notare che sta facendo qualcosa che distrugge la loro auto confidenza. Se ha la sensazione opposta significa che sta lavorando bene.
D. La domanda potrebbe dunque essere diversa: “Quali sono i parametri che ti fanno capire quale modello stai usando”?
R. Per cambiare prospettiva possiamo vedere quest’aspetto dalla parte degli allievi.
Dopo una lezione o lavorando con un certo insegnante hai, ad esempio, la sensazione, di sentirti più confidente nei tuoi mezzi, che la teoria che ti è stata data ti aiuta a capire di più quello che sta succedendo e quindi ti dà una sicurezza maggiore nell’affrontare un potenziale problema? O hai la sensazione di essere rimasto schiacciato dalle nozioni, dalla competenza dell’insegnante, dalla vastità della teoria? Se come sensazione soggettiva, hai quella di uscire con la coda tra le gambe e di sentirti inadeguato e ignorante o che “sì un giorno, quando sarò bravo, se farò anch’io 20 anni di studi e pratica” vuol dire che sei all’interno di un programma didattico non proprio ottimale, che da una parte sta smontando quello che in altri modi sta magari costruendo.
D. Com’è possibile evitare che ci sia un eccessivo riferimento all’insegnante rispetto all’arte che si vuole apprendere? Io trovo quasi inevitabile che, all’inizio, essendo l’arte ancora un riferimento astratto, virtuale e potenziale, l’insegnante diventi il catalizzatore della situazione. Come credi che questa situazione possa evolvere?
R. Nella mia esperienza, la situazione ideale è che gli insegnanti, o se vuoi il tipo d’insegnanti che si rapportano direttamente con gli allievi, siano, almeno all’inizio, dotati di carisma. Come dicevi tu prima l’allievo quando inizia non ha un rapporto di amore diretto con la pratica o la tecnica che non conosce ancora; diventa perciò molto importante sia la personalità dell’insegnante, sia che l’insegnante utilizzi la propria persona, gli aneddoti, l’aura di bravura nonchè il suo narcisismo per creare interesse verso se stesso e quindi verso quello che sta facendo. Questo è inevitabile o meglio non è conveniente evitarlo. L’insegnante attirando l’attenzione verso di sè, attira anche l’attenzione verso quello che fa e questa è una grossa risorsa energetica per la scuola, per l’allievo ecc. E’ molto più facile lavorare con qualcuno che ti interessa anche come persona, come essere umano che non con qualcuno che ti interessa solo in quanto tecnico. Successivamente diventa via via sempre più importante il rapporto diretto dell’allievo con quello che fa. Se a quel punto l’insegnante continua ad essere protagonista e tramite, inevitabilmente diventerà un impedimento tra l’allievo e l’arte. E’ come quando presenti a qualcuno una persona. Tu all’inizio rimani tra i due poi man mano che si conoscono, che parlano tra loro diventi il terzo incomodo e quindi prima ti togli meglio è, perché stanno sviluppando una loro conoscenza diretta.
In questo senso è esplicativa ad esempio la tecnica di John Coleman, un insegnante di meditazione Vipassana. Quando vai la prima volta a un suo ritiro di meditazione, essendo un ex agente dei servizi americani, dotato di intelligenza e umorismo, ha un sacco di storie, sa tenere vivo, in un momento in cui è ancora difficile, l’interesse nei confronti della meditazione. Se ritorni una seconda volta ti accorgi che racconta esattamente le stesse cose. Per cui dopo un po’ che ascolti pensi che racconterà ancora la stessa storiella e così, ad un certo punto ti stufi di ascoltarlo, o provi disinteresse e ricominci a meditare. Se sei già ‘sopravvissuto’ ad un ritiro di 10 giorni di meditazione, sai già come rapportarti alla meditazione. Se poi sei anche tornato, significa che l’hai sviluppata dentro di te quindi hai già un tuo rapporto diretto. Ripetendo sempre le stesse cose, Coleman riesce quindi ad attrarre l’attenzione dei nuovi che sono intrigati dalla sua personalità e dalle sue storie ecc. ma evitando contemporaneamente di frapporsi come ostacolo fra chi avendo già trovato un suo rapporto con la meditazione, indugerebbe nella posizione di allievo, invece di sviluppare un suo percorso personale e creativo.
D. Quali sono i punti di forza indispensabili di un modello didattico che permetta all’allievo di coltivare empowerment, fiducia, autostima e arrivare alla fine senza vedere l’istruttore come il miraggio da raggiungere in un ipotetico domani che non ci sarà mai?
R. Negli studi sui grandi campioni dello sport si notano diverse caratteristiche ma le due che ricorrono costantemente sono soprattutto “responsabilità ” e “consapevolezza”. Responsabilità significa che l’allievo sta assumendo su di sè la responsabilità di quello che fa. Si sente responsabile; e tu come insegnante puoi favorire o no questa responsabilità ed è il discorso che si faceva prima dell’empowerment. Se un allievo ha la sensazione che un insegnante gli trasmetta fiducia nelle sue capacità di sentire, di trovare la sua strada, che lo tratti come una persona già dotata delle qualità necessarie per quella determinata materia e non come una persona a cui devono essere insegnate, passate dal trainer o sviluppate ecc., il processo di responsabilità si accelera enormemente. L’atteggiamento più importante è quindi quello di riconoscere a chi lavora questa responsabilità e capacità .
D. E’ ciò che tu definisci “rievocazione” di una capacità al posto di “acquisizione” o “apprendimento”?
R. Se, come insegnante, sei convinto che le qualità siano già presenti nell’individuo, non devi far altro che impedire alla persona di limitare queste sue possibilità . Togli dei veli, non costruisci.
Penso sia veramente antieconomico usare un linguaggio o un modello con la fantasia di costruire qualche cosa, invece che svelare quello che c’è già .
Rendi la fatica improba. Se non si è in grado di vedere l’allievo come già dotato, il lavoro didattico è inutilmente faticoso, anche se poi la convinzione di essere circondati da incapaci da “costruire” può essere molto rassicurante sul piano narcisistico.
D. àˆ possibile evitare che un allievo sveli troppo velocemente queste sue qualità rischiando di perdere il contatto con la realtà ? Se vogliamo rispetto per una determinata tecnica o materia sono importanti anche aspetti quali il mantenimento di certe procedure, di certi atteggiamenti, ecc. Si assiste qualche volta ad un depauperamento della qualità di questi aspetti che invece rimangono molto importanti e che a mio avviso sono quelli che ci permettono di avere grounding, di rimanere coi piedi per terra.
R. Assolutamente d’accordo. Se tu osservi, le più efficaci tecniche per sviluppare una qualità sportiva, sono sempre o spessissimo di limitazione. Se, per esempio, ad un nuotatore leghi le braccia o le gambe obbligandolo a nuotare solo con gli arti liberi, lo metti nella condizione di sviluppare fortemente la parte che usa perché non può usare l’altra. Un velocista corre con degli elastici o in salita. I calciatori giocano in un campetto ridotto di cinque volte come dimensione così da trovarsi sempre con l’avversario appiccicato, sviluppando quindi abilità tecnica. La costrizione, che viene definita in questi casi “coercizzazione positiva” è fondamentale perché non potendo compensare con altre tecniche o altri strumenti sei obbligato a sviluppare la qualità specifica su cui l’insegnante sta focalizzando l’attenzione in quel momento. Questo è un problema col quale mi sono trovato a fare i conti direttamente. Avendo fatto diversi training di formazione, partecipando ad una formazione che aveva forti analogie con tecniche precedentemente apprese, la tentazione era di evitare d’incontrare la difficoltà del nuovo approccio. Talvolta la sfumatura è leggerissima per cui è facile scivolare nelle tecniche precedenti con le quali ti senti già molto confidente. Quando incontri una tecnica nuova, ti senti comunque come un bambino che fa i primi passi anche se sei già un professionista affermato in un altro campo o in un’altra tecnica. In questo caso la “coercizzazione positiva” è fondamentale perché ha la funzione proprio di farti scoprire quelle qualità . Se in qualche maniera, non stai con il problema, non riesci a risolvere il problema. La coercizzazione quindi non è una sorta di antagonismo ma è uno strumento di conoscenza.
D. Abbiamo visto come primo punto fondamentale della didattica quello dell’empowerment cioè quello di dare fiducia, di far riconoscere che stiamo svelando qualcosa e non stiamo invece inducendo o creando. Come continueresti con quest’analisi?
R. Penso che, dovendo scegliere un insegnante o una scuola, un elemento fondamentale della didattica sia la motivazione. La motivazione, l’amore per quello che si fa, automaticamente porta la persona ad esercitarsi con passione anche fuori dal corso, a leggere libri, ecc. Quando tu hai fornito una motivazione anche se hai dato poche informazioni tecniche o teoriche, puoi essere sicuro che queste prima o poi arriveranno da sole. La motivazione è come la scintilla che fa succedere tutte le cose e senza sforzo, quindi se, come insegnante, dovessi focalizzarmi su un aspetto, lo farei sullo stimolare la motivazione, piuttosto che sull’essere sicuro che l’allievo stia comportandosi come da manuale. Certo anche questi sono elementi importanti, ma l’aspetto fondamentale che, se riesci a comunicare, poi fa sì che tutto il resto venga da solo, è la motivazione. Per questo credo sia importante, dal punto di vista dell’allievo, scegliersi delle persone di cui ha la sensazione che amino il lavoro in sè, che amino quello che fanno, che comunichino una passione per quello che fanno, più che una persona che sia esperta, tecnicamente ferratissima. Io verificherei se, aldilà di quello che sai di questa persona, quello che fa lo fa perché lo ama o perché ama il ruolo. Una persona magari fa bene quello che fa, ma perché ama il ruolo, e non perché ama le sensazioni che ha nel praticare un certo lavoro o una certa tecnica. Questo tipo di insegnamento porta a formare degli operatori di tipo narcisistico. Persone che si innamorano della posizione di potere, prestigio che ha il terapista o l’insegnante. Si innamorano del loro lavoro narcisisticamente, non in termini di sincera passione per quello che fanno, ma per quello che il loro lavoro rappresenta. D’altra parte è anche utile che ci sia chi fa questo lavoro narcisisticamente, che ci siano persone che lavorano in questa maniera, perché attireranno persone dello stesso tipo, persone cioè più visuali, ecc. E’ solo diverso e può essere utile saperlo.
D. Tu insisti spesso sull’importanza di insegnare per “principi”. Puoi dirci qualcosa di più in proposito?
R. Sì, un aspetto fondamentale riguarda come l’insegnamento è comunicato: tramite principi o tramite dogmi o tecniche preconfezionate. E’ un po’ il concetto di insegnare a pescare piuttosto che dare pesci. Se invece di dare delle tecniche specifiche, tu dai dei principi universali su cui si basa il lavoro, puoi anche non insegnare certi aspetti perché la persona può ricostruire il suo percorso, quello di cui ha bisogno a partire dai principi che ha assimilato.
D. Lavorando in questo modo potrebbe esserci una maggiore intercambiabilità di allievi tra scuole diverse indipendentemente che uno studi uno stile invece di un altro?
R. Talvolta il formalizzarsi su un determinato protocollo può essere una forma di potere. Questo, per esempio, si vede nelle sette. Più la setta è basata sul potere, più il linguaggio è ostico e selettivo. Quindi o è un problema di potere, o è un problema di ignoranza, cioè: dato che io ho imparato l’applicazione e non il principio, non mi posso adattare a quello che tu sai, ma ti devo far ripetere la filastrocca dall’inizio.
D. Questo discorso mi ricorda ciò che si diceva inizialmente a proposito del fatto di onorare le qualità già presenti nelle persone e sto pensando a come il farle ripartire da zero può essere un modo per disconoscerle. Mi viene in mente quell’esperienza fatta in America dove in una scuola hanno trattato i bambini come dei piccoli genietti e questi sono, di fatto, diventati dei piccoli genietti.
R. Sì, non direi che lo sono diventati, ma che lo erano già . Avevano solo bisogno di un’occasione per poter coagulare all’esterno queste capacità . àˆ piacevole guardare una persona che pratica e sapere che sensibilità , grazia, ritmo, profondità , intensità , attenzione, percezione, forza, personalità sono già dentro quell’individuo e stanno solo aspettando l’occasione per dispiegarsi.
Del resto, questo esperimento mi ricorda una frase di Goethe che mi è molto cara perché penso che oltre che al lavoro la puoi applicare alle persone che più ami: “Se tu tratti una persona come dovrebbe o potrebbe diventare, questa persona diventerà come potrebbe o dovrebbe diventare”.
Be the first to comment on "Come valutare l’insegnamento?"