Silvio Berlusconi e la guerra in Iraq, nuovo capitolo. In questa ultima puntata il Cavaliere torna ad essere un pacifista. In un’intervista al programma di La7 “Omnibus” il presidente del Consiglio giura: “Non sono mai stato convinto che la guerra fosse il sistema migliore per arrivare a rendere democratico un paese e a farlo uscire da una dittatura sanguinosa”. Non solo, il premier aggiunge: “Ho tentato a più riprese di convincere il presidente americano George W. Bush a non fare la guerra, ho tentato di trovare altre vie e altre soluzioni anche attraverso un’attività congiunta con il leader africano Gheddafi. Non ci siamo riusciti e c’è stata l’operazione militare. Io ritenevo che si sarebbe dovuta evitare un’azione militare” [Dario Migliucci, http://www.centomovimenti.com]. Nelle affermazioni di Berlusconi – bisogna riconoscerlo – c’è del vero.
Il capo del nostro Governo si è infatti più volte fatto portavoce della linea pacifista. Pacifista ad intermittenza, perché contemporaneamente era anche un convinto interventista. Questo – la storia parla chiaro – non è un fatto nuovo per l’Italia. In occasione del secondo conflitto mondiale ci schierammo con la Germania, per poi cambiare casacca a guerra iniziata. Nel corso della grande guerra riuscimmo persino a restare alleati per una settimana (era l’aprile 1915) con entrambi gli schieramenti in conflitto tra loro.
Berlusconi, in occasione dello scontro bellico in Iraq, pensa sia il caso di rispettare le nostre “migliori tradizioni”. Mantiene una linea pacifista quando parla con i pacifisti, mantiene una linea interventista quando parla con gli interventisti. Poi di nuovo pacifista quando le cose si mettono male e poi ancora una volta interventista quando le cose si mettono bene. Nessun appoggio alla guerra quando tutto appare incerto, contingente in Iraq quando la guerra è già finita, pronti al ritiro quando il Medioriente si trasforma in un pantano.
Ma andiamo con ordine. Nelle settimane antecedenti all’invasione americana dell’Iraq Berlusconi sposa effettivamente la linea pacifista.
Il 7 settembre 2003, a circa sei mesi dall’inizio delle operazioni belliche, il numero uno dell’Esecutivo dichiara senza esitazioni di avere, sulla crisi mediorientale, “la stessa sensibilità del presidente francese Chirac (noto oppositore alle politiche americane in Iraq, ndr)”.
“Agli ispettori Onu – assicura il 19 gennaio del 2003 – va dato tutto il tempo che loro stessi riterranno necessario”.
Parole analoghe il 5 di febbraio, quando dice senza esitazioni che “un intervento militare in Iraq, per avere legittimità , richiede una seconda risoluzione dell’Onu”.
“Senza una seconda risoluzione – aggiunge due giorni dopo – avremo, oltre al danno della guerra, la perdita di credibilità dell’Onu”.
Il 9 di febbraio ancora una netta presa di posizione: “Se fossero gli Usa ad aprire il conflitto, i risultati sarebbero catastrofici per l’Europa”.
Infine, il 28 febbraio, due settimane prima della pioggia di bombe su Baghdad, il presidente del Consiglio dichiara: “L”azione militare di un paese rappresenterebbe un fatto nefasto. Non credo che alcuno si caricherà di tale responsabilità “.
Un vero peccato che – contemporaneamente (proprio il 28 febbraio ’03) – Berlusconi incontra Tony Blair e ribadisce che gli Stati Uniti, nell’ambito della crisi mediorientale, “non hanno alleato migliore di Italia e Regno Unito”.
Al famoso vertice delle Azzorre (quello che fu di fatto decisivo per l’entrata in guerra di Londra e Washington) Berlusconi non partecipa. Linea pacifista? No, il Cavaliere semplicemente non fu invitato (c’era infatti anche il premier spagnolo, mentre quello portoghese presenziava – ed entrambi non parteciparono alla guerra).
Arriva il 20 marzo 2003 e scoppia la guerra. Il mondo intero commenta la situazione e prende posizione. Il Giappone appoggia gli Usa, il Vaticano li critica, la Francia attacca la Casa Bianca ecc. ecc. Insomma, tutti dicono la loro, Berlusconi no. Lui si tiene sul vago. Aspetta ulteriori sviluppi.
Poi la guerra finisce. Lo dice Bush e i fatti gli danno ragione. Effettivamente il conflitto tecnicamente è terminato: l’esercito iracheno è disciolto, la guardia repubblicana è annientata, i gerarchi del regime in fuga (compreso il dittatore Saddam Hussein) tutte le città sono occupate (ivi inclusa la capitale Baghdad, dove c’è anche una festicciola in mondovisione da parte degli iracheni e dove viene issata per qualche minuto la bandiera a stelle e strisce). Insomma, pare proprio che non si debba più sparare un colpo.
E’ a quel punto che Berlusconi decide di entrare in guerra. Elmetto sulla testa, forse qualche rimorso per non aver partecipato alla grande battaglia, decide di mandare un contingente militare. Quindi sentenzia: “Il centrosinistra ha una insopprimibile attrazione verso i dittatori e le dittature ed ha sempre ignorato le sofferenze del popolo iracheno”.
Ma, come è noto, il vento cambia. Si accende una rivolta, l’Iraq si ritrova sull’orlo di una guerra civile e gli americani si ritrovano in un pantano. E nel pantano, con gli americani, ci sono anche i nostri soldati, quelli inviati da Berlusconi quando la guerra era finita.
Il Cavaliere fa dunque retromarcia, l’ennesima della sua carriera politica. Le nostre truppe sono lì per una operazione di pace, con la guerra statunitense la missione italiana non ha nulla a che fare.
Il 31 gennaio 2005 il vento cambia ancora. Il popolo iracheno è chiamato alle urne e tutti pensano che la consultazione sarà un clamoroso flop. Invece, milioni di persone sfidano i ribelli e si recano ai seggi. Berlusconi commenta: “Le elezioni irachene sono un successo che riguarda tutti noi che con determinazione abbiamo scelto questa strada, la strada di essere difensori della democrazia, esportatori della democrazia, là dove la democrazia non era mai stata conosciuta. Il mio Governo ha contribuito a ridare ad un popolo, sottomesso da tanti anni ad una feroce e sanguinaria dittatura, la possibilità di scegliersi da chi essere rappresentato e da chi essere governato”.
Nei mesi seguenti, con la situazione dell’Iraq sempre molto difficile, Berlusconi inizia a parlare di ritiro delle truppe. Si avvicinano le elezioni (quelle italiane) e l’uomo “che vive di sondaggi” deve fare i conti con un’opinione pubblica quasi totalmente contraria alla guerra. Il premier annuncia il ritiro dei soldati italiani dal salotto di Bruno Vespa, poi nega tutto su pressione degli Stati Uniti. Qualche giorno dopo ribadisce la volontà di procedere al rimpatrio del contingente, poi nega tutto su pressione del Regno Unito: “La missione – annuncia – continua”.
Oggi – intervistato da Omnibus rivela: “Io non sono mai stato convinto che la guerra fosse il sistema migliore”. E’ domani cosa dirà ? Chissà .
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