Con il cristianesimo la libertà diviene universale. Ed è il Cristo, nella persona di questo Dio fatto uomo, che tale messaggio viene comunicato: non già unicamente in verbis, bensì attraverso una diretta testimonianza. Egli mostra la concretezza della libertà come pensiero e come azione. Ma libertà di far cosa? Libertà di accedere alla salvezza. Il Cristo ci dice questo: cosa l’uomo è (libertà) e cosa l’uomo può fare (salvarsi). Salvarsi da cosa? Non da questo o quel male in particolare, non da questa o quella possibile disgrazia, bensì dalla necessità. E qui si mostra con forza l’unicità dell’evento, sulla quale poggia tutta la nostra storia. Inoltre, il messaggio cristiano, in Occidente, non ha sostituito il pensiero greco (già fatto proprio dai latini), ma si è innestato in esso: non ha tolto di mezzo la razionalità dei padri dell’Ellade, ma si è unità ad essa facendole superare il problema del limite (appunto, la natura e la necessità), cioè aprendola al proprio oltrepassamento: alla libertà della salvezza. Ecco, dunque, ciò che è sorto da questo evento: un uomo nuovo, che pensa come un greco e vuole da cristiano. E occorre dunque rilevare che in questa parte del mondo la ricerca della salvezza è sempre passata attraverso quel pensiero.
Ma torniamo al Cristo. In quanto messia, cioè salvatore che affranca l’uomo dalla necessità, dai ceppi della terra e del nomos, l’Evangelo (e questo già Nietzsche l’aveva intuito) è forza che non si arresta presso alcuna “chiesa” e alcun “dogma”, che non riposa all’ombra di funzioni e obbligazioni già date in illo tempore. Da qui lo scandalo presso i giudei. Ebbene, se guardiamo alla storia dell’Occidente come storia di questa volontà di salvezza, anche la morte di Dio può essere fatta rientrare nell’evento cristiano, come conseguenza di un parricidio: ove il Figlio (Cristo) uccide il Padre (Dio). E tuttavia, non un parricidio che vuole affermare un volgare ateismo, bensì un atto che nega il dogma e che dunque afferma l’essenza stessa dell’uomo – il suo esser pensante e libero. In tal senso, in Occidente Dio muore come legge esterna all’uomo, come sfondo della necessità che destina e costringe la sua storia. Il cristianesimo non giunge alla propria conclusione di fronte a ciò, ma include tutto questo; ed è possibile dire che esso accoglie in sé non solo la morte di Dio, ma anche ogni vicenda che ne segue: l’imporsi della scienza, della tecnica e delle ideologie, con tutto il loro bagaglio di “pratiche verità” che continuamente vengono falsificate e superate.
Cos’altro sono quelle, infatti, se non il modo attraverso cui la razionalità va liberamente in cerca della propria salvezza?
E tuttavia, entro tale ricerca, è anche possibile cogliere il fraintendimento della Buona Novella, giacché insistendo unicamente lungo la via pratica aperta dietro il solco della libertà, e distogliendo da questa la sapienza, facendo della libertà piuttosto un “oggetto d’azione” che il “soggetto del pensiero”, in Occidente la libertà è per lo più materialmente esercitata e non spiritualmente compresa. In tal senso, in questi duemila anni di storia, accanto alle più alte imprese, registriamo altresì i più terribili crolli. Qui si scorge il compito ultimo di noi occidentali: accedere a un più profondo sapere intorno alla libertà (e in definitiva intorno a noi stessi) – giacché un cattivo o incompleto sapere genera sempre una cattiva o incompleta azione.
Volendo tornare alle rivolte in Iran, ciò che manca al popolo di Teheran, per potersi concretamente impadronire della libertà, non è tanto un pensiero laico, cioè un pensiero capace alzarsi al di sopra del loro pesante bagaglio religioso, ma è un simbolo spirituale adeguato ad accompagnare questo processo di ascesa. Nell’Islam, infatti, manca la figura di un figlio che uccide il padre – ovvero che si libera dal dogma – quale è stato il Cristo per noi occidentali. Sicché, il ricambio di questa e quella figura (da Ahmadinejad a Moussavi) porterebbe, in ordine della libertà, a un cambiamento quantitativo (maggiori o minori opportunità e diritti), ma non qualitativo. La conquista di una “migliore libertà” abbisogna di ben altra krisis: infatti nulla si modifica con un “cambio della guardia” se il vecchio padrone resta. Al popolo iraniano non serve alcuna ideologia di importazione, alcun intervento esterno (di cui gli occidentali, tra bombe e parole, sono sempre prodighi) – se si volesse concretamente “salvare”, esso dovrebbe aprirsi a una rivoluzione interiore e a un nuovo sentire: dovrebbe vivere un proprio scandalo di Galilea.
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