Derivati, Speculazione e Verità

Credere che il mercato dei derivati provochi catastrofi finanziarie è come pensare che la struttura informatica sia responsabile del commercio di materiale pedofilo. Il cuore del problema sembra essere la finanza nella sua naturale funzione di sostegno alla produzione di beni e servizi, fermo restando un’area di profittabilità tutta finanziaria, senza però scivolare in quell’industria del denaro che arricchisce pochi e impoverisce immense masse popolari e interi Paesi: ma le cose stanno veramente in questi termini? –Articolo di Gerardo Coco–

Sul Giornale del 12 luglio nell’articolo, Ma il futuro ha bisogno di contenuti, Geronimo scrive: “È la disciplina dei mercati finanziari cui vanno impedite alcune cose oltre che omologarne le regole. È possibile, ad esempio, impedire le «scommesse» sul ribasso o sul rialzo dei prezzi delle materie prime o l’immissione nel mercato retail dei cosiddetti derivati diventati strumenti di speculazione e di corruzione? Il cuore del problema, insomma, è che la finanza rientri nella sua naturale funzione di sostegno alla produzione di beni e servizi, fermo restando un’area di profittabilità tutta finanziaria, senza però scivolare in quell’industria del denaro che arricchisce pochi e impoverisce immense masse popolari e interi Paesi”.
Ma le cose stanno veramente in questi termini?

I derivati sono contratti che rappresentano un trasferimento contrattuale di un rischio da un soggetto economico ad un altro senza il trasferimento di un attivo sottostante. Il mercato dei derivati è diventato il più grande segmento di mercato dell’attività bancaria internazionale e assomma a decine di trilioni di dollari. Il perché di queste dimensioni è presto detto: i derivati permettono una maggiore efficienza del commercio, della formazione dei prezzi ed della distribuzione dei rischi fra i vari soggetti economici. Gli “speculatori” si dividono in compratori (che puntano la rialzo) e venditori (che puntano al ribasso). I compratori conseguono un profitto se i prezzi salgono mentre i venditori se il prezzo diminuisce. L’investimento speculativo avviene per esempio, tramite contratti a termine (i futures) in cui le parti si accordano per scambiare in data futura un certo bene (come petrolio, grano, cotone, caffè, titoli, crediti ecc.) ad un prezzo pattuito. Facciamo alcuni esempi di queste “scommesse” come le definisce Geronimo.

Supponiamo che una compagnia aerea voglia aggiungere ai suoi programmi di volo una nuova destinazione ma subordini l’iniziativa ad un prezzo del petrolio non superiore a 50 dollari su cui basa il costo del carburante. Allo stesso tempo immaginiamo che il produttore di petrolio sia motivato a pompare più petrolio dai pozzi ad un prezzo non inferiore a 60 dollari. In assenza di un mercato future questi due operatori potrebbero astenersi dai loro programmi a lungo termine a motivo dell’incertezza sul valore di mercato del petrolio. Ma se comprano un contratto “future” al prezzo, poniamo, di 55 dollari, entrambi gli operatori si accordano e realizzano i loro programmi. La speculazione permette loro di agire in condizioni di certezza al riparo dalle oscillazioni del prezzo. Lo stesso ragionamento si applica per qualsiasi altro bene come ad esempio il cotone. Lo speculatore può vendere future sul cotone all’operatore che produce magliette il quale vuole bloccare il prezzo per coprirsi contro il rischio di aumenti del prezzo della materia prima. La funzione dello speculatore è pertanto quella di assorbire il rischio della operazione che il produttore non si accollerebbe e di beneficiare il consumatore. Inoltre, anticipando, per così dire, il prezzo dei beni, lo speculatore svolge una funzione calmieratrice riducendone la banda di oscillazione. In un mondo senza “scommesse” di questo tipo, nessun operatore economico potrebbe ridurre il profilo del proprio rischio e coprirsi (hedging) contro mutamenti avversi, e pertanto lo sviluppo economico ne soffrirebbe. 

Il comune denominatore dei derivati è che permettono alle imprese ed investitori privati di limitare il rischio senza possedere conoscenze specializzate. Per questo motivo, anche la speculazione rientra nei benefici della divisione del lavoro che, oltre 200 anni fa, Adam Smith scoprì essere la causa degli aumenti di produttività nell’economia. Il primo a creare un contratto derivato pare sia stato, 2500 anni fa, Talete Il filosofo ed astronomo di Mileto avendo previsto già inverno un’abbondante raccolta di olive di cui non vi era ancora richiesta, si accaparrò per poco denaro tutti i frantoi di  Meleto e di Chio e, arrivato il tempo della raccolta,  affittandoli a prezzo elevato, si arricchì. Nessuno lo denigrò per questo, avendo rischiato, nell’operazione, soldi suoi. Speculare significa prevedere e chi prevede male perde, almeno in un mercato privo di interferenze

Ma nella mente delle persone gli speculatori sono i manipolatori dei mercati che creano artificialmente scarsità di materie prime per riscuoterne i conseguenti aumenti di prezzo. Quando c’è un aumento di qualche materia prima è subito speculazione. Mai ci si chiede, però, quando c’è un ribasso se è intervenuta la speculazione. Finché essa fa i nostri interessi la approviamo, altrimenti la respingiamo. Ma questa interpretazione fraintende completamente il reale funzionamento dei mercati.

Qualsiasi multinazionale che opera in una molteplicità di paesi, essendo esposta all’impatto dei tassi di interesse, delle fluttuazioni valutarie e delle politiche monetarie, se non limitasse i suoi rischi attraverso varie metodologie (risk management) basate sui derivati, incorrerebbe in perdite. Ad esempio, attraverso operazioni di swap sugli interessi, esse possono convertire un prestito a tasso variabile in uno a tasso fisso se “prevedono” che l’interesse aumenti. Nel mercato infatti trovano controparti che hanno previsioni opposte e con le quali è possibile scambiare l’“interesse” senza rinegoziare nuovi prestiti. Le scommesse non rappresentano una minaccia per l’economia ma al contrario le forniscono un servizio migliorandone l’efficienza, ed evitando che gli operatori si muovano alla cieca. 

Credere che il mercato dei derivati provochi catastrofi finanziare è come pensare che la struttura informatica sia responsabile del commercio di materiale pedofilo o di qualsiasi immondezza che passa nella rete. La catastrofe arriva, se mai quando viene compromessa la sua sicurezza.

E nel mercato la sicurezza viene sempre compromessa dall’intervento dei governi  e delle banche centrali. 
Quattro delle maggiori bancarotte della storia economica americana sono accadute fra il 2001 e 2008: WorldCom, Enron, Global Crossing e Fannie Mae and Freddie Mac sono legate alla speculazione sui derivati che ne rappresentano la causa apparente. 
La Enron, il colosso dell’energia di Houston, molto legato al mondo politico, non andò in rovina per l’ampio uso di derivati che gli permise di guadagnare miliardi di dollari, ma a seguito di frodi per aver dirottato, a danno dei risparmiatori, i guadagni su operazioni fuori del suo core business sui quali bruciò i profitti (uncollateralized loans, cioè prestiti concessi senza garanzie). La frode non fu “scoperta” dall’ente governativo statunitense di vigilanza, la Securities and Exchange Commission (SEC), chiaramente non immune da influenze politiche. Chi invece capì cosa si nascondeva dietro i financial reports della società fu uno “speculatore” in derivati, James Chanos, che per primo, con un’operazione di short selling vendette allo scoperto le azioni della società facendo rapidamente evaporare la credibilità della società. Grazie a questo speculatore il mercato che era stato rassicurato dalla SEC, si allarmò e ciò dimostra che la speculazione non causa le crisi, ma le rivela, facendo emergere le sottostanti debolezze dell’economia (e della corruzione).

I media si concentrano sempre sulle pratiche disoneste del management (certo colpevole e meritevole di punizione) ma ignorano la causa originaria e principale delle abnormi sopravalutazioni azionarie e quindi delle bolle speculative che ne conseguono: l’espansione continua della massa monetaria che falsa tutti i valori dell’economia. Tutte le crisi sono sempre e sistematicamente precedute da anni di ribassi artificiali dei tassi e dal contemporaneo aumento del denaro in circolazione non giustificato dall’economia reale. Sono le politiche economiche dell’azzardo morale su cui bisogna appuntare prima di tutto l’attenzione. Perché la verità è che le operazioni che provocano errori di massa non originano mai dal libero mercato. Nell’ultima crisi causata dai mutui subprime la responsabilità del governo americano e banca centrale sono lampanti. 

La crisi origina infatti dal Community Reinvestment Act (CRA, una legge del Congresso del 1977) della amministrazione democratica di Jimmy Carter e riportata in auge da quella clintoniana, per ridurre pratiche discriminatorie dei finanziamenti bancari a favore di persone  a basso reddito. Come è ben noto il veicolo di tutta questa “operazione sociale di mercato” furono gli intermediari finanziari Fannie Mae and Freddie Mac, chiamati Government-sponsored enterprises (GSEs) perché autorizzati dal Congresso a creare e fornire liquidità al mercato secondario dei mutui creando gli strumenti finanziari appropriati, (asset backed securities) che tutto il mondo si è accollato. Ma tutta la manovra monetaria espansiva fu appoggiata dalla banca centrale statunitense. 

E pensare che sono tutti questi soggetti a creare le nuove regole per disciplinare e controllare il mercato mentre continuano a potenziare l’arma economica di sterminio di massa: la creazione del denaro dal nulla. Nell’ultimo mezzo secolo la base monetaria degli USA (praticamente depositi più denaro contante) è aumentata del 6% annuo. Negli ultimi quattro mesi è più che raddoppiata. Una cosa da brividi. Sono fenomeni di questo tipo che hanno come conseguenza di impoverire le masse popolari di interi paesi, per usare l’espressione di Geronimo. Non si dica che è la speculazione.

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