Qualche giorno fa mi chiedevo: nucleare dove? Un indizio arriva oggi dal lungo articolo di Dario Di Vico sul Corriere Economia, che avvalora la tesi secondo cui almeno un impianto dovrebbe trovare sede in Veneto.
All’indomani dell’approvazione del ddl Sviluppo, che per la prima volta apre la strada all’atomo, il governatore del Veneto, Giancarlo Galan, era stato l’unico a dichiararsi disponibile a ospitare una centrale. Oltre a lui, solo Raffaele Lombardo, presidente della Regione Sicilia, aveva lasciato uno spiraglio aperto, subordinando però la sua disponibilità all’esito positivo di un referendum popolare. Di Vico ricostruisce il dibattito veneto, sottolineando le perplessità già manifestate da esponenti di primo piano della Lega, pronti a cavalcare le opposizioni popolari (nonostante il partito sia ufficialmente favorevole al nucleare). Opposizioni non trascurabili, se bisogna dar retta al sondaggio condotto dalla Fondazione Nord Est e ricordato dallo stesso Di Vico: il 52,2 per cento dei cittadini sarebbe contrario, mentre solo il 7,2 per cento sarebbe favorevole a prescindere e un più incoraggiante, ma complicato, 32,2 per cento lo sarebbe “a patto di avere certezze sulla sua salute”.
Sul fronte del sì, ed è un’adesione significativa ancorché resta da capire se ci sia qualche contropartita implicita, il capo degli industriali, Andrea Tomat. Di Vico cita una serie di ragioni per cui il Delta del Po, Mestre e Marghera non potrebbero essere considerati: il primo è soggetto a frequenti alluvioni, le altre due sono troppo densamente popolati. Una centrale atomica, infatti, deve soddisfare una serie di requisiti, tra cui i più ovvi riguardano la disponibilità d’acqua (che potrebbe essere ovviata con una torre di raffreddamento, che in Italia sembra tabù) e una collocazione in una zona la meno popolata possibile. Oltre a questo, occorre una rete sufficientemente robusta da sostenere un carico significativo e costante come quello immesso da una centrale nucleare: un impianto di grande potenza (diciamo 1,6 GW) che lavora a ritmo continuo. Questo fornisce ulteriori elementi.
Il piano di sviluppo 2009 di Terna (attualmente in consultazione) parla chiaro:
“…La scarsa magliatura della rete ad altissima tensione già attualmente presenta situazioni critiche, in termini di profili di tensione e flussi di potenza prossimi ai limiti di sicurezza.”
Questo significa che, al netto di massicci interventi (alcuni dei quali, ma non sufficienti, sono programmati) la rete non è in grado di supportare ulteriori carichi (a p.125 uno schema delle sezioni di maggior criticità). Analoghe criticità si riscontrano (p.116) sul lato lombardo del confine. Quindi qualunque progetto volto a installare un impianto atomico dovrebbe anzitutto guardare la questione da questa prospettiva, e risolvere rapidamente almeno le congestioni nel mantovano. L’afflusso d’acqua potrebbe essere garantito dai fiumi che scorrono nella zona, i maggiori dei quali essendo l’Adige (a nord) e il Po (a sud).
E’ naturalmente presto per parlarne. Meglio: è presto per dichiararlo. Ma, se i tempi sono quelli enunciati dal ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, non c’è dubbio che chi di dovere stia già studiando la cartina geografica, i regimi idrici, e le problematiche della rete ad alta e altissima tensione.
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