Mentre nel nord dell'America viene eletto il presidente del pianeta, nel sud ci sono state altre elezioni e si è verificato un vero e proprio plebiscito in un paese ignorato, un paese quasi segreto, chiamato Uruguay. In queste elezioni, per la prima volta nella storia nazionale, ha vinto la sinistra e, per la prima volta nella storia mondiale, si è opposta alla privatizzazione dell'acqua. [di Eduardo Galeano da La Jornada]
Un paio di giorni prima che nel nord dell'America venga eletto il presidente del pianeta, nel sud dello stesso continente ci sono state altre elezioni e si è verificato un vero e proprio plebiscito in un paese ignorato, un paese quasi segreto, chiamato Uruguay. In queste elezioni, per la prima volta nella storia nazionale, ha vinto la sinistra e, sempre in questo plebiscito, per la prima volta nella storia mondiale, la sinistra si è opposta alla privatizzazione dell'acqua e ha confermato il principio per cui l'acqua è un diritto di tutti.
Il movimento capeggiato da Tabaré Và ¡zquez ha posto fine al monopolio spartito tra i due partiti tradizionali che avevano governato l'Uruguay dall'origine dell'universo.
“Credevo che avrebbero vinto i bianchi, invece hanno vinto i colorati”, si sentiva dire, così o al contrario – in ogni elezione. Per opportunismo, sì, ma anche perchè dopo tanto co-governare, bianchi e colorati si erano trasformati in un partito unico, maschera dei due.
Stanca di essere presa in giro, la gente ha usato il poco usato senso comune. Si è chiesta: perchè promettono cambiamenti e di nuovo ci chiedono di scegliere tra lo stesso e lo stesso? Perchè non hanno realizzato questi cambiamenti anche se sono al governo da un'eternità ? Il vicepresidente del paese è giunto alla conclusione che questo popolo impiccione non è intelligente.
Non si era mai manifestato con tanta evidenza l'abisso che separava il paese reale dai disorsi cacciavoti. Nel paese reale, paese ferito, dove si moltiplicano gli immigrati e i mendicanti, la maggioranza ha deciso di tapparsi le orecchie di fronte ai discorsi di questi marziani che guerreggiano per il governo di Giove con altisonanti parole venute dalla Luna.
Nessuno dei padroni ha avuto l'onestà di confessare: “Abbiamo le tasche piene di tutti voi”.
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Poco più di trent'anni fa, è esploso il Frente Amplio in queste pianure del sud. “Fratello, non andartene”, esortava il nuovo movimento,”é nata una speranza”.
Ma la crisi è stata più veloce di qualsiasi speranza e ha accelerato l'emorragia di popolazione che ha svuotato il paese di giovani. Alla fine del sogno della Svizzera americana, è iniziato l'incubo della povertà e della violenza. La spirale di violenza è culminata con la dittatura militare che ha convertito l'Uruguay in una grande stanza delle torture.
In seguito, quando è tornata la democrazia, i politici al potere hanno sterminato quel poco che rimaneva del sistema produttivo e hanno convertito l'Uruguay in una grande banca. La banca è fallita, come avviene con le banche quando vengono prese d'assalto dai banchieri e ci hanno lasciati pieni di debiti e disabitati. Ora persino i dentisti si lamentano: “Poca gente, pochi denti”.
In tutti questi anni, di disastro in disastro, abbiamo perso una moltitudine di persone. I giovani sono quelli che, più di tutti, se ne sono andati per cercare lavoro in altre terre, sotto altri cieli. E per di più, non contento di aver cacciato tutti i ragazzi, questo sistema sclerotico proibisce loro di votare. L'Uruguay è uno dei pochi paesi dove non possono votare quelli che vivono all'estero, nè nei consolati nè per posta. Sembra incredibile, ma ha una spiegazione. A chi andrebbero questi voti? I padroni del paese temono il peggio. E hanno ragione.
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Nella parte finale della sua campagna, il candidato alla vicepresidenza del Partido Colorado ha annunciato che se la sinistra avesse vinto le elezioni, tutti gli uruguaiani sarebbero stati obbligati a vestirsi tutti uguali, come i cinesi nella Cina di Mao.
Egli fu uno tra i più grandi agenti di pubblicità della sinistra trionfante. Nemmeno il più dedito dei militanti ha mai fatto tanto per la vittoria quanto i demagogi della patria che allertarono la popolazione contro l'imminente pericolo che la democrazia potesse cadere in mano dei tiranni nemici della libertà e dei delinquenti nemici della democrazia, terroristi, sequestratori e assassini. Le denuncie partirono in gran fretta: quanto più attaccavano i diavoli, più voti sommava l'inferno.
In gran parte grazie agli araldi dell'apocalisse, e al suo verbo tuonante, la sinistra è riuscita a vincere, per la prima volta, con la maggioranza assoluta. La gente ha votato contro la paura.
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Anche il plebiscito sull'acqua è stato una vittoria contro la paura. L'opinione pubblica uruguaiana ha subito un bombardamento di estorsioni, minaccie e bugie. Votando contro la privatizzazione, subiremo la solitudine e il castigo e ci condanneremo a un avvenire di pozzi neri e di pozze maleodoranti.
Come nelle elezioni, nel plebiscito ha vinto il buon senso. La gente ha votato confermando che l'acqua, scarsa risorsa naturale, deve essere un diritto di tutti e non un privilegio di chi può pagarlo. La popolazione ha inoltre confermato che non se ne sta lì a succhiarsi il dito e sa che, prima che poi, in un mondo arido, le riserve di acqua saranno più preziose delle riserve di petrolio. I paesi poveri, ma ricchi di acqua, devono imparare a difendersi. Dall'arrivo di Colombo sono passato oltre cinque secoli. Fino a quando scambieremo oro con specchietti?
Non varrebbe la pena che altri paesi sommettessero il tema dell'acqua al voto popolare? In una democrazia, quanto è reale, chi deve decidere? La Banca Mondiale o i cittadini di ogni paese? I diritti democratici esistono davvero o sono i canditi che decorano una torta avvelenata?
Qualche anno fa, nel 1992, l'Ururguay era l'unico paese del mondo che aveva sottoposto a un plebiscito la privatizzazione dell'impresa pubblica. Il 72% votò contro. Non sarebbe democratico mettere ai voti le privatizzazioni ovunque, tenendo conto che compromettono il destino di svariate generazioni?
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Noi latinoamericani siamo stati educati, da secoli, all'impotenza. Una pedagogia che viene dai tempi coloniali, mostrata dai militari violenti, dottori pusillanimi e fratellanze fataliste, ci hanno messo in testa la certezza che la realtà è intoccabile e che non abbiamo nessun rimedio oltre ingoiare in silenzio i nostri rospi ogni giorno.
L'Uruguay dei tempi passati è stata un'eccezione. Contro il predominio del “non è il caso” e del “non si può” e contro l'abitudine di confondere il realismo con l'obbedenza e il tradimento, questo paese è stato in grado di avere un'educazione laica e gratuita prima dell'Inghilterra, il voto alle donne prima della Francia, la giornata lavorativa di otto ore prima degli Stati Uniti e il divorzio prima della Spagna (70 anni prima delle Spagna, per essere esatti).
Ora stiamo iniziando a recuperare quella energia creatrice, che sembrava perduta nella lunga notte della nostalgia. E dovremmo considerare che quell'Uruguay prosperoso era figlio dell'audacia, non della paura.
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Non sarà facile. L'implacabile realtà non cesserà di ricordarci l'inevitabile distanza che separa quello che si vuole da quello che si può. La sinistra arriva al governo in un paese distrutto, che nei tempi lontani è stato l'avanguardia del progresso universale e che oggi fa la coda tra quelli che stanno più indietro, un paese fuso, indebitato fino ai capelli e sommesso alla dittatura finanziaria internazionale, che non vota ma che vieta.
Abbiamo ridotto un margine di manovra e movimento. Ma muoversi in solitudine risulta difficile, persino impossibile, e può essere immaginato, persino realizzato, se uniamo i paesi confinanti come siamo stati capaci di unirci coi vicini di quartiere.
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Nella prima manifestazione della storia del Frente Amplio, che portò un fiume di gente per le strade, qualcuno aveva gridato, tra lo spaventato e il felice, dalla moltitudine: “Rischiamo di vincere!”
Trenta e rotti anni dopo, avvenne.
Questo paese è irriconoscibile. Dal “fu” all' “è”, dall'”è” al “sarà “: la gente che era tanto disincantata che non credeva nemmeno nel nichilismo, è tornata a credere, e crede consapevolmente. Gli uruguaiani, melanconici, i pochi rimasti che a prima vista sembrano degli argentini col valium, ballano nell'aria.
Tremende responsabilità per i trionfatori. Per quelli che sono stati votati, e per quelli che hanno votato. Bisognerà stare attenti, come la foglia che presta attenzione al frutto, questa rinascita della fede, questa rifondazione dell'allegria. E bisogna ricordare quotidinamente quanto aveva ragione don Carlos Quijano dicendo che i peccati contro la speranza sono gli unici che non hanno nè perdono nè redenzione.
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