I colpi bassi della Moratti all’università italiana

Nell”ultimo mese si sono moltiplicate in tutte le università italiane le iniziative di protesta contro il disegno di legge sullo stato giuridico dei docenti universitari proposto dal ministro Moratti. La nostra inviata – studentessa dell”Università di Padova -, in questi giorni ha partecipato ad assemblee, dibattiti, manifestazioni che si sono succedute negli spazi dell”università e della città che la ospita. Il resoconto che proponiamo risponde alla necessità di dare visibilità alla protesta in atto, di informare il maggior numero possibile di cittadini del disagio che l”università italiana sta affrontando, dal momento che i risvolti di questa crisi non tarderanno ad esercitare la propria influenza sull”intera sfera socio-culturale del nostro paese [di Elisa Caldarola – Criticamente.it – 05/11/2004]


Alla questione della riforma Moratti, i principali media nazionali purtroppo non dedicano adeguato spazio di approfondimento e, altrettanto malauguratamente, la coesione fra le università italiane e i tessuti cittadini che le ospitano è spesso bassa, tanto che, qualora le manifestazioni di protesta sfocino sulla strada, esse vengono vissute dai cittadini senza alcuna partecipazione, ma esclusivamente come un disagio.

Un ruolo ad esaurimento

Il punto del decreto maggiormente contestato è quello riguardante il ruolo dei ricercatori, che viene dichiarato ad esaurimento [art. 2, comma 4, lett. o]: il decreto finirà dunque per istituzionalizzare il precariato, dal momento che prevede, in luogo dell”iter caratteristico della carriera universitaria nel sistema italiano (ricercatore, professore associato, professore ordinario), la stipula di contratti a tempo determinato (eventualmente rinnovabili) con studiosi possedenti i titoli e le capacità ritenuti opportuni da apposite commissioni giudicatrici. Solo in caso di disponibilità economica da parte dell”università presso cui tali collaboratori svolgono servizio si potrà procedere alla successiva messa in ruolo di tale personale docente. Disponibilità economica che si prevede molto limitata, dato che il nostro paese si situa già ben al di sotto della media europea, per quanto concerne i finanziamenti all”istruzione e alla ricerca: nel 2004 l”Italia ha attribuito lo 0,8% del PIL, contro la media europea dell”1,2% alle spese relative all”istruzione, e lo 0,25% del PIL contro la media europea dello 0,48% alle spese relative alla ricerca [fonte Ocse 2004,  http://www.repubblica.it/2003/i/sezioni/universita/ritardo/ritardo/ritardo.html].

Spazio alla ricerca, ma solo per il business

A mutare è anche il profilo professionale dei docenti: infatti le università potranno realizzare programmi di ricerca in collaborazione con imprese e fondazioni o altri soggetti, pubblici e privati, che si faranno carico degli oneri finanziari per la retribuzione di docenti, assunti a tempo determinato (massimo tre anni), con lo stipendio di professori ordinari, ai fini dell”attuazione dei programmi stessi, o che provvederanno di un compenso aggiuntivo i professori universitari già in ruolo che dovessero partecipare ai programmi [art. 2, comma 4, lett.g-h]. Quindi, a fianco a docenti che provengono dal mondo universitario, potremo trovare anche dirigenti, tecnici, esperti di vario genere prestati, per esempio da un”azienda, all”università , sempre a tempo determinato.

Parola d”ordine: risparmiare (o meglio, tagliare)

Quali sono i motivi che spingono il governo a tali provvedimenti? E quali sono gli effetti che possiamo prevedere avrebbe l”attuazione del decreto di legge? Che cosa spinge i ricercatori, e con loro tutto il mondo universitario, dai Senati Accademici agli studenti, per la prima volta nella storia della nostra università uniti in un fronte comune, a protestare contro la legge-Moratti?

àˆ evidente che il motore principale della riforma è dato dalla necessità di risparmiare. E il modo più rapido di risparmiare consiste nel tagliare le assunzioni, potenziando d”altra parte le nomine dei docenti precari, come appunto prevede il decreto. Si sostiene inoltre che l”incertezza retributiva non potrà che migliorare la qualità del lavoro dei ricercatori, spinti a dare il meglio di sé…per veder salvo lo stipendio. Infine, la collaborazione con il mondo dell”impresa dovrebbe spingere l”acceleratore della ricerca applicata, necessaria a creare nuovi posti di lavoro per i giovani laureati. Non è difficile vedere l”altro lato di questa medaglia.

Cominciamo dall”ultimo punto. Certo, la collaborazione fra università e mondo del lavoro è proficua e necessaria, ma che ne sarà della libertà di ricerca, dal momento che ai finanziamenti ai nuovi progetti non provvederanno le università , ma le imprese? Il rischio di strumentalizzazione della ricerca non potrà che crescere. àˆ poi necessario chiarire i ruoli della ricerca applicata e della ricerca pura. La ricerca pura fornisce le basi teoriche necessarie a produrre qualsiasi genere di ricerca applicata. La ricerca pura ha una priorità di tipo conoscitivo, che, se negata, non potrà che ledere alla qualità della ricerca applicata. Ci troviamo dunque di fronte a una riforma che finirà per far regredire ancor più l”Italia nella scala dei paesi impegnati nella ricerca scientifica? Probabilmente. Ma occorre una precisazione. Possiamo immaginare che in breve tempo avremo sul suolo italiano due tipi di università : quelle ricche, nella maggior parte dei casi private, finanziate da esterni e costose da frequentare, e quelle statali, povere, affollate perché meno costose, e prive di significative collaborazioni col mondo dell”impresa (dal momento che, ipertrofiche come sono, non costituiscono un buon investimento). Nelle prime si farà ricerca, nelle seconde no.  Il modello più vicino a questo concetto di università è quello statunitense. Ma, come ha affermato Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale di Pisa, non è detto che si tratti di un modello valido [http://matematica.uni-bocconi.it/interventi/futuroscienza/settis.htm]. Negli Stati uniti, infatti, la stragrande maggioranza delle università rientra nella tipologia delle teaching universities, ossia università dove si insegna, ma non si svolge ricerca. Solo alcune celebri università (come Harvard, Berkeley e Yale, per citare le più note) sono researching universities in grado di portare avanti la ricerca a livelli molto avanzati. àˆ evidente che i titoli rilasciati dalle prime università sono qualitativamente incomparabili con quelli rilasciati dalle seconde.

Una riforma del sistema universitario italiano in questa direzione porterebbe dunque alla negazione della parità di dignità dei titoli acquisiti nelle diverse università del paese. Ma, come spiega Settis, il punto non è di contrapporre università in cui si fa ricerca ad altre in cui non la si fa, ma di modificare, a seconda dei vari livelli, degli obiettivi e delle forme di reclutamento degli studenti, il “tasso di ricerca” presente nelle diverse istituzioni: creando quindi uno spettro a intensità crescente dal meno al più, ma non certo due mondi contrapposti. Perché si formino cento studenti a un buon livello, occorre che novanta facciano qualche esperienza di ricerca e che cinquanta ne facciano in modo significativo; ma perché cinquanta facciano significative esperienze di ricerca, occorre che venti la facciano a un livello avanzato, e cinque al massimo livello. Tra un estremo e l'altro non può esserci un baratro, ma un continuum.

Un”operazione sociale e culturale disastrosa

Occorre poi chiedersi: quale idea di sapere e di trasmissione del sapere soggiace a questo tipo di organizzazione del sistema universitario? Siamo sicuri che propugnare tale idea non sia un”operazione con risvolti deleteri per la nostra cultura e la nostra società ? Su questa ultima questione tornerò sotto.

Due parole sul secondo punto: la logica che presiede all”istituzionalizzazione del precariato è la logica del risparmio, ma è anche la logica…degli allevatori di cani da combattimento, che li affamano per renderli più feroci. àˆ avvilente pensare che, per migliorare la qualità del lavoro di un ricercatore, sia ritenuto un buon mezzo il minacciare la sua speranza di retribuzione futura. E, cosa ancor più grave, in questa prospettiva la necessità di continuità nell”insegnamento e nel lavoro di ricerca non ottiene considerazione alcuna.

Infine è necessario sottolineare che, nonostante le evidenti necessità di risparmio a cui deve far fronte il governo, il limite di sopportabilità dei tagli alla ricerca è stato superato: siamo ben al di sotto della media europea, stiamo abbandonando la continuità storica con i paesi all”avanguardia e questo non potrà che abbassare il nostro livello di competitività .

Giungo così al punto che sopra ho lasciato in sospeso. La riforma del decreto sullo stato giuridico dei professori universitari non è una questione riguardante un”esigua cerchia di lavoratori italiani. Non si tratta neppure di un provvedimento che avrà risvolti sul solo mondo universitario. Sono invece in gioco le idee di sapere e di trasmissione del sapere su cui dobbiamo fondare il sistema dell”istruzione nel nostro paese. Abbiamo visto come si tenda a sminuire il valore e la necessità della ricerca teorica. Questo significa sottrarre agli studiosi la palestra per lo sviluppo di nuove idee. Abbiamo visto come, con contratti a breve termine, l”insegnamento non potrà più fondarsi sui tempi lunghi, non avrà più carattere continuativo, e così anche la ricerca.

Pericoli  dietro l”angolo

Ci apprestiamo a vivere l”università non come un liceo, come pure si prospetta già da anni di fronte alla riduzione dei programmi dei corsi necessaria all”introduzione del  modello 3+2, ma addirittura come si frequenta il CEPU, ossia come un servizio sfornadiplomi. Una particolare considerazione merita poi il futuro delle facoltà umanistiche: che ne sarà dei dipartimenti di lettere, di storia, di filologia, di filosofia, territori certo poco appetibili per aziende desiderose di investire nell”università ? Saranno condannati, ancora più di quanto non accada già da anni, al provincialismo culturale e inoltre perderanno credito all”interno dello stesso sistema dell”istruzione, finendo per essere considerati propugnatori di una vecchia idea di sapere, ancorata al dominio del sapere teorico, della ricerca pura, grossolanamente identificata con un solipsistico e intellettualistico discettare.

Queste considerazioni scaturiscono dalla frequentazione delle iniziative promosse all”interno dell”Università di Padova. In particolare voglio menzionare l”incontro, organizzato dall”associazione “nonsolospettatori [www.nonsolospettatori.org], dal titolo: Istruzione e ricerca. Finale di partita? Scuola e università insieme contro l”attacco della Moratti, tenutosi venerdì 29 ottobre in Aula Magna, alla presenza del Magnifico Rettore Vincenzo Milanesi. Sono intervenuti, fra gli altri, Margherita Hack, la celebre astrofisica e Dario Antiseri, filosofo, docente all”università La Sapienza di Roma. Nel suo discorso la professoressa Hack ha preso decisamente posizione contro la riforma in via di attuazione e ha lamentato l”atteggiamento di una classe politica incompetente ed arrogante che impone riforme senza ascoltare minimamente il parere degli addetti ai lavori. Il ministro Moratti infatti si è finora dimostrata scarsamente propensa al dialogo con le parti in causa.

Conclusioni

àˆ dunque necessario un cambiamento dell”atteggiamento nei confronti della questione universitaria a vari livelli della nostra società : occorre sensibilizzare la cittadinanza, occorre che il governo adotti un atteggiamento collaborativo nei confronti delle proposte alternative che gli vengono dagli addetti ai lavori dell”ambiente universitario e occorre, infine, che i politici e le istituzioni si facciano carico della questione, che ne facciano oggetto di dibattito costante. I cambiamenti di mentalità sono difficili a percepirsi nell”arco di breve tempo: questa riforma si inscrive in un percorso di ri-orientamento dei concetti di sapere e trasmissione del sapere in base a criteri alquanto discutibili. Dobbiamo essere lungimiranti per evitare di permettere cambiamenti del nostro assetto giuridico che andranno ben oltre la modifica dello status lavorativo e delle prospettive di carriera dei ricercatori universitari.

Elisa Caldarola

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