A che punto e’ la crisi?

‘Babbo, cos’e’ la rivoluzione?’ ‘E’ la scelta tra niente e subito e tutto e mai.’ [Altan]
Una delle domande che piu’ spesso ho sentito fare negli ultimi mesi e’ quando passera’ questa crisi e da che cosa ci potremo accorgere che sta passando.E’ chiaro che questa e’ la domanda fondamentale delle persone normali che sperano di vedere aumentare le occasioni di lavoro, di accrescere i loro redditi, di riuscire a mettere qualcosa da parte, di essere rassicurate sulla solidita’ dei loro investimenti e di non rischiare di svegliarsi una mattina e sentire, magari, che i loro sudati risparmi con cui hanno comprato dei BTP od una obbligazione bancaria saranno rimborsati non alla pari ma con uno sconto per il debitore (cioe’ lo Stato o la banca) del 30%, oppure che le loro polizze vita, che incautamente (si fa per dire!) investivano in titoli di stato hanno subito lo stesso destino.

Ebbene, io penso che a questa domanda essenziale si possa rispondere dicendo che saremo avviati a superare questa crisi, sia finanziaria che economica, quando riusciremo ad invertire due trend storici, uno economico e l’altro legislativo ma con effetti enormi nel campo finanziario, che durano da una trentina d’anni, a partire dagli anni ottanta, e precisamente:

1)lo spostamento di ricchezza (calcolata in punti percentuali di Prodotto interno lordo ”’ PIL) dai salari, cioe’ dal lavoro, ai profitti ed alle rendite; 2)la deregulation, cioe’ la deregolamentazione o liberalizzazione sempre maggiore delle attivita finanziarie che, utilizzando gli strumenti tecnologici messi a disposizione di esse dalla rivoluzione informatica non solo hanno visto crescere enormemente il loro valore, ma hanno assunto una dimensione mondiale, asimmetrica rispetto ai poteri di regolazione e controllo degli Stati nazionali, legati ad un territorio limitato e, pertanto, poco capaci di regolarle e di controllarle.

Le attivita’ finanziarie, inoltre, hanno di gran lunga sopravanzato in valore le attivita’ bancarie classiche (la raccolta del risparmio ed il prestito di questi fondi alle imprese ed alle famiglie) e, spesso, dato che entrambe queste attivita’ vengono esercitate dalle stesse societa’ o gruppi di societa’, le hanno piegate ai loro fini, per esempio, utilizzando il risparmio raccolto per investimenti finanziari rischiosi profittevoli per la societa’ finanziaria o la banca ma non per il risparmiatore piccolo o medio.

I due trend da invertire sono strettamente legati tra loro, anche se a prima vista sembrano riguardare due campi separati: lo spostamento di ricchezza dal lavoro ai profitti ed alle rendite ha generato i capitali da investire nelle attivita’ finanziarie con l’obbiettivo di farli rendere quanto piu’ possibile e la necessita’ di espandere i consumi nonostante la diminuzione o la stasi dei redditi da lavoro ha creato una economia in cui gli stessi consumi sono finanziati col debito, privato (USA, Gran Bretagna, Spagna, Islanda, Irlanda, ecc.) o pubblico (Italia, Grecia, ma anche Giappone, ecc.), oppure di entrambi i tipi.
Il tutto finche’ i debiti si sono fatti insostenibili, la bolla e’ esplosa e la crisi finanziaria dell’occidente ha generato la sua crisi economica, visto che si e’ inceppato lo strumento (il debito) con cui si finanziavano i consumi.

Per capire quando potremo dire che la crisi e’ avviata al suo superamento, partiamo dal secondo trend, vale a dire l’eccessiva deregulation delle attivita’ finanziarie. Ebbene, io penso che occorrera’ si verifichino le seguenti condizioni:

-la netta separazione delle attivita’ bancarie ordinarie da quelle finanziarie, vale a dire che si torni alla separazione tra le banche di credito ordinario (quelle presso cui i risparmiatori depositano i loro risparmi e che poi prestano i fondi raccolti alle imprese ed alle famiglie) e le banche d’affari, i fondi speculativi, ecc. Sarebbe preferibile che la separazione fosse tale che queste entita’ non possano fare parte nemmeno dello stesso gruppo bancario, ma se cio’ fosse ritenuto opportuno occorrera’ prevedere che non vi possa essere commistione fra le attivita’ bancarie e quelle finanziarie dello stesso gruppo di societa’ (in primo luogo che non si possano in alcun modo utilizzare i risparmi raccolti dalle societa’ bancarie per gli investimenti effettuati dalle societa’ finanziarie dello stesso gruppo).

La maggiore capitalizzazione delle imprese bancarie (Basilea III) e’ un passo nella direzione giusta, ma che si potrebbe fare dopo, quando la crisi sara’ avviata al suo superamento (dato che reperire oggi i cospicui capitali che occorrono per rispettare questi paramentri e’ difficile e costoso) se si introducesse subito una separazione netta fra le attivita’ bancarie ordinarie e quelle finanziarie;

-obbligare il sistema finanziario ‘ombra’, cioe’ quello che agisce tramite contratti stipulati fuori dai mercati regolamentati (i c.d. OTC, Over the counter) ad operare esclusivamente per mezzo di questi.

A tale proposito voglio segnalare che la tassa sulle transazioni finanziarie o ‘Tobin tax’, che non e’ uno strumento per regolare e diminuire i rischi sistemici dei mercati finanziari ma solo un modo per ricavare da essi un introito che gli Stati dovrebbero destinare allo sviluppo od alla riduzione del debito, puo’ dare il massimo del suo gettito solo a questa condizione;

-obbligare chi stipula dei contratti derivati a depositare una somma pari ad una quota significativa dell’attivita’ sottostante (per esempio, il 20 od il 30%). Cio’ eliminerebbe o ridurrebbe fortemente il carattere di pura scommessa finanziaria che questi contratti hanno assunto negli ultimi decenni e li riporterebbe alla loro funzione originaria di copertura di un rischio. Inoltre, questa norma dovrebbe valere anche per le vendite allo scoperto (che cosi diventerebbero, almeno parzialmente ‘al coperto’), altro strumento speculativo che amplifica enormemente l’instabilita’ (o volatilita’) dei mercati finanziari (l’alternativa e’ vietarle del tutto);

in particolare, per i Credita’ default swaps – CDS, dovrebbe esserne proibita la stipulazione a chi ha emesso l’attivita’ finanziaria contro il cui mancato rimborso finale (default) ci si garantisce. In questo modo si porrebbe fine alla pratica distruttiva (e immorale) di chi emette titoli che sa essere destinati a non essere rimborsati a chi li acquista mentre lui stesso da questo evento ne trarra’ un vantaggio (il pagamento per il default del titolo a cui da’ diritto il CDS).

In realta’ questi contratti, oltre ad entrare in un mercato regolamentato, andrebbero considerati dalla legge come vere e proprie polizze assicurative, per cui le societa’ che li stipulano dovrebbero creare un patrimonio separato, in modo tale che, se questo non e’ capace di effettuare i pagamenti dovuti per i default assicurati coi CDS, fallisce tale patrimonio, ma non la societa’ assicuratrice (come rischio’ di fallire l’AIG, la piu’ grande compagnia assicurativa del modo fra il 2008 ed il 2009). Inoltre, questo fatto porterebbe le societa’ che stipulano i CDS a far pagare ai clienti dei premi adeguati al rischio assicurato e non piu’ bassi di questo come e’ accaduto finora (ma adesso il costo dei CDS e’ in forte aumento).
Restano, infine, i dubbi derivanti dalla non assicurabilita’ sostanziale di eventi catastrofici come possono essere i fallimenti di Stati importanti o di grandi istituzioni finanziarie, bancarie od industriali, cosi come non sono effettivamente assicurabili i danni derivanti da guerre, alluvioni o terremoti;
-debellare i paradisi fiscali.

Come si vede, per introdurre norme efficaci per il raggiungimento di questi obbiettivi occorre farlo, oltre che con le leggi dei singoli Stati, anche attraverso dei trattati internazionali che impegnino tutti i paesi sviluppati e (almeno) la maggior parte degli altri e creino delle Istituzioni sovranazionali per controllare l’applicazione delle norme in tal modo emanate. Insomma, un ‘vasto programma’ di riforme.

Passando al superamento del secondo trend, cioe’ per spostare qualche punto del PIL italiano dai profitti e dalle rendite ai salari, occorrono, a mio avviso, le seguenti condizioni:

-la diminuzione della tassazione sul lavoro, in particolare di quella sui redditi bassi e medi (il cui aumento genera sicuramente consumi), e sugli utili reinvestiti dalle imprese (magari reintroducendo la DIT ”’ Dual Income Tax e potenziandola) compensato dall’aumento di quella sulle rendite, sui patrimoni e sui redditi piu’ alti assieme al recupero dell’evasione fiscale. Attenzione perche’ la diminuzione della tassazione sul lavoro e’ importante, ma non risolve da sola il problema del rilancio dell’economia italiana; -meno pensioni (togliendo quelle di anzianita’, tranne quelle per i lavori davvero usuranti, ed aumentando rapidamente l’eta’ pensionabile) ed introduzione di un sistema universalistico di protezione dalla disoccupazione e di sovvenzione a chi ha figli (il modello tedesco di assegni familiari: le detrazioni fiscali avvantaggiano solo chi ha un lavoro) quest’ultimo esteso, ma con graduazioni del beneficio, a tutto il ceto medio e non solo ai redditi piu’ bassi. Il reddito minimo di cittadinanza e’ una bella cosa, ma per tempi migliori di crescita economica; -meno livelli amministrativi (per esempio, le Province: non e’ detto che sia davvero opportuno, ma se non possiamo permetterci tanti livelli amministrativi a qualcosa dovremo rinunciare) e di conseguenza meno dipendenti pubblici per investire nell’istruzione, nelle politiche attive del lavoro (formazione professionale) e nella ricerca e sviluppo. Quest’ultima per cercare di staccare il sistema industriale italiano dai prodotti ‘tradizionali’ a basso valore aggiunto verso produzioni a maggiore valore aggiunto per le quali e’ possibile pagare salari piu’ alti; -meno precariato attraverso una riforma della legislazione sul lavoro che introduca un contratto unico di inserimento che si consolida col tempo (quella che io chiamo la ‘proposta Boeri’) al posto della ‘giungla contrattuale’ oggi esistente; -la sanita’, come livello di spesa, va bene cosi: col 7% del PIL abbiamo un sistema sanitario che garantisce l’assistenza a tutti (negli USA che spendono il 14% del PIL per la sanita’, l’assistenza per tutti non c’e’); -infine, per un intervento rapido per aumentare i redditi delle famiglie e, di conseguenza, i loro consumi io continuo a credere che si dovrebbe puntare su un intervento eccezionale di detassazione e decontribuzione totale degli aumenti che saranno previsti dal prossimo rinnovo dei contratti collettivi nazionali di lavoro (i vantaggi fiscali per i contratti aziendali che premiano la produttivita’ sono una buona cosa, ma per un tempo successivo quando saremo fuori dalla crisi). In questo modo si chiederebbe ai lavoratori dipendenti un sacreficio futuro (meno contribuzione) per un vantaggio attuale (un piu’ sostanzioso aumento salariale). (Tratto da: http://www.finansol.it)

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