Dissesto idrogeologico…

alluvioneLa nostra società, quella occidentale in genere ma quella italiana attuale in particolare, ha perduto il senso della misura, prevale l’ingordigia, l’interesse “particulare” e la corsa al profitto e allo sfruttamento accelerato di tutto ciò che abbiamo sottomano, non solo non interessandosi di ciò che lasceremo alle prossime generazioni (quindi niente “sviluppo sostenibile”), ma provocando danni spesso immediati a noi stessi, con ciò vanificando la nostra presunta intelligenza o meglio furbizia. Insomma, il dissesto idrogeologico si innesta un dissesto più ampio, sociale e antropologico.

 

«I possibili rimedi? Anzitutto si tratta di comportamenti sociali: è necessaria una migliore coscienza civile da parte dei cittadini e dei politici e amministratori, coscienza che non è mai scesa così in basso come in questi ultimi anni.

«Gli interventi strutturali di recupero certamente sono utili, ma servono anzitutto interventi non strutturali, cioè una a corretta pianificazione territoriale e urbanistica.

«Non solo i precedenti danni da alluvioni e frane, ma anche quelli più recenti, sono dipesi dalla nostra sottovalutazione dei naturali processi geologici, idrologici e climatici, dall’aver considerato il territorio come un supporto inerte e non soggetto a delicati equilibri geodinamici.

I casi di Soverato (un’alluvione nel 2000) e di Scaletta Zanclea (una colata rapida di fango nel 2009) sono solo degli esempi.

Il camping a Soverato aveva occupato lo spazio naturale del corso d’acqua, era una “zona a rischio idrogeologico” riconosciuta dalla Regione, malgrado questo è stato tollerato; altra “tragedia annunciata”.

I numeri del dissesto in Italia sono spaventosi: 485.000 frane mappate; 6,9% del territorio nazionale a rischio frana; 5708 comuni a rischio idrogeologico di cui 2940 a rischio molto elevato.

Il 21,1% dei comuni ha nel proprio territorio aree franabili, il 15,8% aree alluvionabili e il 32,0% aree a dissesto misto (aree franabili + aree alluvionabili).

Ben 992.403 italiani sono direttamente esposti al rischio frane.

Il 30% dei suoli ha un rischio di erosione superiore alla soglia di tollerabilità.

In Abruzzo quasi 17.000 siti sono a rischio con oltre 1500 kmq di superficie con dissesti.

Passando alla cementificazione del suolo in Italia le superfici coperte in maniera permanente con materiali impermeabili  sono passate dal 2,38% al 6,34%, con un incessante  consumo di suolo.

Posto allora che qui proponiamo di rivedere il nostro approccio al contesto territoriale, eliminando dai nostri triti discorsi parole obsolete (come “abusivismo”), proviamo qui a porre quattro (sintetiche) questioni di fondo per un generale riequilibrio territoriale onde evitare tragedie periodiche che sembrano ineludibili.

1 – Impossibilità degli 8.101 comuni italiani di gestire urbanisticamente il proprio territorio.

Si sa che la politica urbanistica dei comuni è quasi sempre, in modo naturale e spontaneo, influenzata da motivi clientelari (non stiamo qui a dilungarci…) e affidata a amministratori e tecnici spesso non in grado di gestire una materia così delicata: lasciare ai comuni la possibilità di gestire il loro piccolo o grande territorio decidendo dove mettere case, fabbriche e servizi, è pura follia (a poco o niente servono i piani di coordinamento regionali e provinciali).

Non parliamo poi della messa in sicurezza del territorio che ai nostri amministratori è cosa che manco passa per la testa (e, vi diranno, a ragione, che non ne hanno le risorse).

L’unica possibilità di lasciare ai comuni questa importante funzione (urbanistica e territoriale) è razionalizzarli unificandoli in più grandi e omogenee (geomorfologicamente e storicamente) realtà amministrative.

In Italia i geografi (da Lucio Gambi in poi) hanno sempre posto il problema che 8.000 comuni sono troppi: ne basterebbero 800.

Solo così si può concedere a loro (Comuni) totalmente la politica urbanistica e di assetto del territorio.

2 – Da sempre il territorio “si muove”: specie in zone montagnose e collinare, ma anche nelle aree costiere e di pianura (con i fiumi che modificano il loro alveo).

Certi borghi storici, anche di valenza artistica e di valore per la loro antichità, sono stati costruiti in luoghi non adatti dal punto di vista di questi movimenti territoriali che avvengono, che “devono” avvenire: dobbiamo chiederci se vale la pena conservarli (questi borghi) a tutti i costi, costruendo opere (spesso del tutto innaturali, cemento su cemento) di contenimento per impedire il naturale assetto e trasformazione del luogo ambientale.

E dobbiamo capire se mantenere lì la popolazione sia cosa utile (e sicura per queste persone).

3 – Qualche presenza urbanistica, abitativa, può andar bene in zone impervie collinare o montane (ma anche sui fiumi e le coste): serve a “essere presenti” sul territorio per segnalarne il dissesto idrogeologico.

Un ruolo di sentinella (controllo) dell’ambiente di chi ci vive, dei fenomeni che accadono, e di manutenzione mirata di elementi territoriali fatti dall’uomo: ad esempio i sentieri di montagna sono quasi sempre anche elementi che son serviti e servono tuttora per il regolare scolo e deflusso delle acque in caso di forti piogge; solo chi li usa e ci passa abitualmente può accorgersi se questa funzione idrogeologica non subisce variazioni negative (e rimediare se del caso).

4 – Questione disboscamento-rimboschimento: è l’ABBANDONO il vero  problema.

In questi decenni il bosco è cresciuto in modo abnorme in montagna e in aree pedemontane; e non diminuito.

E sempre più troviamo aree abbandonate dalle popolazioni per l’impossibilità di fare in esse un progetto economico di vita dignitoso.

Pertanto servirà sì in alcuni casi rimboscare; ma ancor di più pulire e recuperare all’abbandono tutte quelle aree che adesso sono incontrollate, lasciate a sè.

Un grande progetto di recupero dall’abbandono è necessario (questo si potrebbero connettere bene con le aziende giovanili agro-forestali ).

Vedi siti  http://geograficamente.wordpress.com/ http://www.geologi.info/l-39-italia-ha-una-nuova-mappa-geologica_news_x_9752.html

D’altro lato in Italia esistono tantissimi geositi, aree di estremo interesse scientifico e paesaggistico collegate ad emergenze geologiche peculiari e rare, come i Calanchi di Atri.

Nella Banca dati dell’ISPRA sono stati censiti 3000 geositi.

Una ricchezza notevole per il paese, che a volte è stata valorizzata da circuiti turistici internazionali.

Secondo la definizione comunemente accettata “un geosito può essere definito come località area o territorio in cui è possibile individuare un interesse geologico o geomorfologico per la conservazione (W.A. Wimbledon, 1995)”.

In Italia diverse iniziative a carattere nazionale, regionale e locale, con il supporto scientifico delle Università, hanno contribuito ad una crescente sensibilizzazione sulla conoscenza e sulla tutela del patrimonio geologico.

Tra questi il progetto “Il Censimento Nazionale dei Geositi”, si propone di realizzare a livello nazionale il censimento dei geositi affinché possa diventare strumento utile sia per la conoscenza geologica del nostro territorio, sia per la pianificazione territoriale e per la tutela paesistico – ambientale.

Il Dipartimento Difesa della Natura dell’ISPRA, Servizio Aree Protette e Pianificazione Territoriale, nell’ambito delle sue competenze istituzionali, svolge attività e studi in materia di tutela e valorizzazione di siti e monumenti di interesse geologico, con particolare interesse verso:

 

 

“Dal Censimento al Repertorio Nazionale dei Geositi. Esperienze a confronto.”

 

 

Titolo Documenti
Introduzione 
Luciano Bonci, ISPRA
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Il Gruppo di Lavoro Geositi: esperienze a confronto per l’individuazione dei criteri per la selezione dei geositi di interesse nazionale
Maria Cristina Giovagnoli, ISPRA
Visualizza il documento (pdf 19 kb)
Valutare il patrimonio geologico: un approccio metodologico per la definizione della valenza dei geositi
Dario Mancinella e Cristiano Fattori, Agenzia Regionale per i Parchi – Regione Lazio
Visualizza il documento (pdf 138 kb)
Dal patrimonio geologico ai geositi: l’esperienza della Regione Emilia Romagna
Maria Angela Cazzoli e Giovanni Daniele, Servizio Geologico, Sismico e dei Suoli, R.E.R.
Visualizza il documento (pdf 6 Mb)
Conoscenza del Patrimonio Geologico e tutela paesistica – L’esperienza del PTCP di Reggio Emilia
Alessandra Curotti, Barbara Casoli e Elisabetta Cavazza, Provincia di Reggio Emilia
Visualizza il documento (pdf 4 Mb)
Il censimento dei geositi nella Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia: risultati prelinaried esempi significativi
Mario Ravalico, Ufficio Cartografia e opere di Difesa Idrogeologica del Friuli Venezia Giulia
Visualizza il documento (pdf 3 Mb)
Censimento e tutela del patrimonio geologico nel PTCP della Provincia di Ascoli Piceno
Gianni Scalella e Stefano Tamburri, Comitato del Territorio Provincia di Ascoli Piceno
Visualizza il documento (pdf 30 Mb)
Dai Geositi di valenza nazionale al Geoparco europeo: il progetto transnazionale di Geoparco dell’Insubria
Markus Felber, Site Manager UNESCO Monte San Giorgio, Switzerland
Visualizza il documento (pdf 5 Mb)
L’Associazione Italiana Geologia e Turismo ed i geositi. Stato dell’arte e prospettive
Mario Valletta, G&T – Università degli Studi La Tuscia di Viterbo
Visualizza il documento (pdf 44 kb)
Dal censimento all’atlante dei geositi della Liguria
Gerardo Brancucci, ProGEO, Dipartimento POLIS, Università di Genova
Visualizza il documento (pdf 16 Mb)
Geositi urbani, “memoria storica” del paesaggio naturale e delle trasformazioni antropiche: il caso della città di Roma
Marina Fabbri e Maurizio Lanzini SIGEA Roma
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Carte e strumenti multimediali per la promozione turistica di aree protette: esempi nell’Appennino Modenese
Doriano Castaldini, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

 

Fonte: Sargo Consulenze

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