Marchionne e la creazione di valore per gli azionisti

A volte si pensa che le teorie dell’impresa siano delle belle costruzioni teoriche, ma non abbiano ricadute pratiche e non possano spiegare la realta’ che ci troviamo a vivere giorno per giorno. Invece, se applicate correttamente queste possono darci una chiave di lettura di cio’ che avviene e permetterci di capire quali sono le motivazioni profonde o principali che muovono i protagonisti del dramma quotidiano.

Le vicende FIAT degli ultimi mesi, guidate da Marchionne con i nuovi accordi prima per Pomigliano e poi per Mirafiori, con l’uscita da Confindustria delle Newco che gestiranno questi stabilimenti e con la riscrittura delle regole della rappresentanza sindacale (per la precisione con una interpretazione unilaterale e letterale delle norme in materia attualmente in vigore contenute nello Statuto dei lavoratori) sono state attribuite dalla maggioranza degli osservatori agli effetti della globalizzazione, ma questo e’ come dire che derivano dallo zeitgeist hegeliano, cioe’ dallo spirito del tempo. Forse cio’ non e’ del tutto falso, ma e’ troppo generico: e’ come attribuire cio’ che accade alla provvidenza o al destino, insomma e’ un modo per evitare la fatica di capire o, meglio, di tentare di capire i fenomeni economici e sociali.

L’agency theory o teoria dell’agenzia puo’ darci una interessante chiave di lettura di quanto e’ finora avvenuto in FIAT e, probabilmente, di quanto avverra’ nel prossimo futuro. Questa teoria dell’impresa, imperniata sostanzialmente sul rapporto fra proprietari (azionisti) e manager, ha quasi ottanta anni di vita essendo stata elaborata per la prima volta negli anni trenta da Berle e Means (1932). Essa poi e’ stata rielaborata a meta’ degli anni settanta da Jensen e Meckling (1976) ed in questa versione aggiornata e’ diventata, fra la meta’ degli anni ottanta e la meta’ degli anni novanta del secolo scorso, uno dei cardini del pensiero neoliberista, ma anche uno degli strumenti piu’ usati in pratica per formulare gli obbiettivi dei manager e per valutare la loro azione nella gestione dell’impresa, tanto questa teoria e’ penetrata nel pensiero comune.

Secondo la teoria dell’agenzia cio’ che lega l’impresa ed il manager e’ un rapporto fra principal e agent, cioe’ fra preponente (o principale, titolare) ed agente, vale a dire fra chi opera una delega, conferendo poteri, obbiettivi e responsabilita’ e la persona delegata, l’agente, appunto, che opera per il primo. In realta’ chi opera la delega e’ un soggetto, od un insieme di soggetti ben preciso, cioe’ colui o coloro che hanno la proprieta’ dell’impresa, quindi, gli azionisti (assumendo la societa’ per azioni come la forma giuridica delle imprese piu’ importanti, quindi come il paradigma dell’impresa capitalistica).
Pertanto, il rapporto, piu’ che tra principal e agent, e’ fra owner e agent, cioe’ fra proprietario e agente che agisce, cioe’ gestisce l’impresa per conto del primo. E’, questa, la c.d. separazione fra proprieta’ e controllo della grande impresa che sin dagli anni trenta e’ stato uno degli argomenti principali di analisi dell’economia politica (Berle e Means, 1932).

A partire dalla fine degli anni settanta e soprattutto negli anni ottanta la teoria dell’agenzia viene arricchita dalla piu’ precisa definizione degli obbiettivi dell’agente, cioe’ del manager. Se questo sta al vertice operativo dell’impresa non ci sta perche’ lo hanno voluto i fornitori, i lavoratori o i creditori, ma perche’ ce lo ha messo la proprieta’ e allora deve fare gli interessi di quest’ultima, quindi non solo deve gestire bene l’impresa e generare utili, ma deve creare valore per gli azionisti. In quest’ottica la responsabilita’ sociale dell’impresa viene dopo, e’ solo uno strumento di marketing per rafforzare il brand, la marca dell’impresa, la sua immagine presso il pubblico.

E come si crea valore per gli azionisti? In due modi:
1) distribuendo dividendi (ricordiamo che l’alternativa alla distribuzione del dividendo e’, solitamente, quella di utilizzare l’utile per l’autofinanziamento dell’impresa ma dell’utile si puo’ anche fare altro: dare un premio ai dipendenti o fare beneficenza),
2) facendo aumentare e tenendo alto il valore delle azioni in cui e’ suddiviso il capitale sociale, cioe’ quello conferito nell’impresa dai proprietari.

Quello che conta, in quest’ottica, e’ tenere alto nel breve termine ad ogni costo il valore finanziario dell’impresa anche a scapito del valore industriale della stessa, ovvero della sua redditivita’, cioe’ della sua capacita’ di generare reddito nel medio ” lungo periodo, come la defini Max Weber in L’etica protestante e lo spirito del capitalismo. Il guaio e’ che, se un’impresa non vale dal punto di vista industriale prima o poi cessera’ di produrre utili, quindi di distribuire dividendi, ed il valore delle sue azioni scendera’ senza rimedio. Infine, da questa visione dell’impresa deriva che il maggiore incentivo che possa avere un manager e’ nella partecipazione al valore che lui ha l’obbiettivo di creare per gli azionisti, avvenga cio’ sotto forma di stock options o con un altro sistema di partecipazione al capitale azionario della impresa che gestisce.

Vediamo ora se Marchionne, da tutti considerato un manager piu’ anglosassone che italiano, ha svolto bene il suo ruolo di agente della proprieta’ di FIAT nei suoi sei anni e mezzo da amministratore delegato (o CEO, per chi ama gli acronimi anglosassoni).
Beh, finora direi proprio di si, se si considerano i seguenti fatti:
1) ha evitato che la FIAT diventasse una public company di proprieta’ delle principali banche italiane, con la riduzione a minoranza azionaria dell’attuale gruppo di controllo;
2) la FIAT da lui guidata e’ tornata a distribuire dividendi anche in anni come il 2010 in cui una logica industriale avrebbe consigliato di mantenere quelle risorse in azienda per autofinanziare gli investimenti;
3) il titolo FIAT, nel suo periodo da amministratore delegato e’ aumentato di molto, tornando ad essere uno dei protagonisti della Borsa italiana: da 3,7 E. nel Gennaio 2006 ha raggiunto i 9,7 E. nel Luglio 2007, poi la crisi l’ha penalizzato fortemente facendolo scendere a 1,6 E. nel Marzo 2009, ma oggi (Gennaio 2011) esso e’ risalito a piu’ di 8 E..

Insomma, a me pare che i fatti dicano che Marchionne abbia come stella polare della sua azione piu’ un obbiettivo finanziario di creazione di valore a breve per gli azionisti che non un progetto industriale di creazione di valore per il medio ” lungo periodo, cosa di cui pure gli azionisti trarrebbero beneficio, ma piu’ lentamente e con dividendi annui minori.
Questa deduzione viene secondo noi rafforzata dalla lettura finanziaria delle recenti vicende di Pomigliano e di Mirafiori. Anche qui, sembra che il problema piu’ urgente della FIAT sia quello di assicurarsi la massimizzazione della capacita’ di produzione dei due stabilimenti contenendo il costo del lavoro, in un periodo in cui le immatricolazioni di auto del gruppo FIAT hanno cali a due cifre in Italia ed in Europa, doppi di quelli dei concorrenti, con una quota di mercato che si riduce pericolosamente. Insomma, sembra che l’obbiettivo sia quello di poter produrre tantissime auto senza poter prevedere se ci sara’ qualcuno disposto ad acquistarle. Alla fine, ci sembra di poter dire che si e’ scatenata una guerra senza sapere se ci saranno modelli nuovi, nuove strategie commerciali o se l’unica idea in proposito e’ quella di produrre in Italia modelli Chrysler col marchio FIAT od Alfa.

E francamente, la gamma di Chrysler non e’ un gran che, tranne qualche modello. Da questo punto di vista la FIAT avrebbe fatto un colpo molto migliore se fosse riuscita ad acquisire OPEL. Eppure questo confronto durissimo ha un senso se lo si vede come la classica manovra che piace alle borse perche’ le rassicura, sia pure probabilmente in modo ingannevole (ma intanto le rassicura), sulla capacita’ futura di FIAT di generare reddito e quindi le dispone a mantenere alto il valore dell’azione.

E questo anche se a mio avviso la vittoria di Pirro nel referendum di Mirafiori prelude, a meno che non si riapra una trattativa seria, ad una continuazione del conflitto, ma con un campo di battaglia diverso, quello dei tribunali, dove sara’ molto difficile per l’azienda ottenere deroghe dai giudici, soprattutto sulla base di un accordo da molti (me compreso) giudicato piuttosto scombinato da un punto di vista giuridico. Ma le borse, forse per fortuna, non sono piene di giuslavoristi e ci metteranno del tempo ad accorgersi che e’ stata fatta una operazione con poco senso industriale che non garantisce o, almeno, favorisce la redditivita’ futura dell’impresa.
Insomma, l’unica via per garantire la gestione di un valido progetto industriale (quando esso verra’ formulato) e la redditivita’ futura dell’impresa resta la trattativa e la conquista del consenso con un accordo serio in cui a fronte di sacrifici anche pesanti vi siano delle contropartite realistiche (e non la promessa di salari tedeschi a data da definirsi e comunque poco compatibili con le attuali auto italiane). Le borse finiranno per capire, apprezzare la strategia e premiare il titolo.

Lasciamo stare quindi il megaprogetto Fabbrica Italia con un investimento da 20 miliardi di Euro, sufficienti non solo a rinnovare tutte la fabbriche italiane del gruppo FIAT, compresa quella di Termini Imerese avviata alla chiusura, ma anche a costruire almeno due o tre di nuove. E daccapo: per fare quali auto? Con quali prevedibili acquirenti? E questi soldi chi li mette: gli azionisti con un aumento di capitale, le banche, lo Stato?

Insomma, questi venti miliardi sembrano piu’ che una cifra reale, una che serve per impressionare non tanto i sindacati, ma, ancora una volta, i mercati finanziari, cioe’ le Borse. Per questo aspetto Marchionne mi sembra un manager molto globalizzato, ma anche tanto italiano. Infine, ritenere che la massimizzazione del valore per gli azionisti sia l’unico obbiettivo che deve perseguire un manager del XXI secolo e’ solo conformismo verso il pensiero, anzi, l’ideologia dominante. Basti pensare a quello che e’ successo ad un altro dei pochissimi manager di caratura internazionale che l’Italia ha espresso in questi anni, vale a dire ad Alessandro Profumo.

Quando, nel 2009 e nel 2010, l’ex amministratore di Unicredita’ ha dovuto scegliere se distribuire un dividendo o se destinare queste risorse al rafforzamento patrimoniale della banca ha scelto la seconda possibilita’. Ed in tal modo si e’ inimicato le Fondazioni Bancarie che hanno dato un grosso contributo alla sua estromissione. Ma le Fondazioni che oggi si sono liberate di Profumo, non si sono liberate delle sue scelte strategiche che avevano ed hanno dalla loro la forza della situazione reale della banca e del suo mercato. Inoltre, con Profumo amministratore delegato, negli ultimi dieci anni il valore dell’azione di Unicredita’ e’ passata da 5,6 a 1,8 E., ma lui ha lo stesso continuato a costruire e rafforzare l’unica banca di caratura internazionale di cui l’Italia dispone senza che cio’ abbia condizionato in modo apprezzabile questo cammino di sviluppo.

Non approfondiamo in questa sede il vulnus prodotto dall’accordo di Mirafiori al sistema della rappresentanza sindacale che testimonia anche l’incapacita’, che dura ormai da oltre sessantacinque anni, del sistema Italia di dotarsi di una legge cruciale in qualsiasi economia avanzata (per colpe sia sindacali che politiche) e la figura del Governo Berlusconi che non solo negli ultimi anni non ha fatto nessuna politica industriale per l’auto che gli avrebbe dato un potere di mediazione fra le parti, ma che ha cercato di utilizzare Marchionne e la FIAT come arieti per battere la CGIL nel modo che al Governo Berlusconi di allora non era riuscito nel 2003 con il tentativo di abrogare l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.

(Tratto da: http://www.finansol.it)

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