”Dell’Utri mediatore tra boss e Berlusconi”, depositate le motivazioni della condanna

Il verdetto era stato emesso lo scorso 29 giugno.
La difesa: ”I giudici d’Appello hanno confermato di fatto la sentenza di primo grado”. Il senatore Pdl condannato a 7 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Mafia, Lombardo si difende: “Contro di me solo chiacchiere e un processo mediatico”

Palermo, 19 nov. Sono state depositate oggi presso la Cancelleria della seconda sezione della Corte d’Appello di Palermo le motivazioni della sentenza di condanna del senatore Pdl Marcello Dell’Utri, che lo scorso 29 giugno e’ stato condannato a 7 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Il politico, che ha sempre respinto le accuse, e’ stato condannato per i fatti che gli vengono contestati fino al 1992 e assolto per quelli successivi. In primo grado, Dell’Utri era stato condannato a 9 anni di reclusione.

La Corte d’Appello era presieduta da Claudio Dall’Acqua, giudici a latere Sergio La Commare e Salvatore Barresi. Nella sentenza i giudici hanno sottolineato il ruolo che avrebbe svolto Marcello Dell’Utri come “mediatore” tra la politica e Cosa nostra. Nelle motivazioni i giudici fanno anche riferimento allo “stalliere” di Arcore Vittorio Mangano che sarebbe stato assunto, come aveva affermato l’accusa, per garantire la “incolumita’”, del premier Silvio Berlusconi.

I giudici scrivono che il senatore avrebbe svolto negli anni ’80 un ruolo di “mediazione” tra Cosa nostra e l’allora imprenditore Silvio Berlusconi.

Come scrivono i giudici, Dell’Utri “ricorrendo all’amico Gaetano Cina’ e alle sue ‘autorevoli’ conoscenze e parentele, ha svolto un’attivita’ di ‘mediazione’ quale canale di collegamento tra l’associazione mafiosa Cosa nostra, in persona del suo piu’ influente esponente dell’epoca, Stefano Bontade e Silvio Berlusconi, cosi’ apportando un consapevole rilevante contributo al rafforzamento del sodalizio criminoso al quale ha procurato una cospicua fonte di guadagno illecito rappresentata da una delle piu’ affermate realta’ imprenditoriali di quel periodo”.

I giudici hanno insomma confermato quanto sostenuto sia in primo che in secondo grado dall’accusa. Secondo la Corte d’Appello la mediazione tra i boss mafiosi e il premier Silvio Berlusconi sarebbe durata per circa vent’anni, una mediazione che avrebbe consentito a Cosa nostra “con piena coscienza e volonta’, di perpetrare un’intensa attivita’ estorsiva ai danni del facoltoso imprenditore milanese (Berlusconi, ndr) imponendogli sistematicamente il pagamento di ingenti somme di denaro in cambio di ‘protezione’ personale e familiare”.

Pero’ gli stessi giudici hanno sottolineato nella sentenza, lunga piu’ di 600 pagine, che non e’ stato provato il patto politico-mafioso tra Dell’Utri e Cosa nostra. Secondo l’accusa, invece, il senatore nel 1994 avrebbe stipulato un “patto di scambio”. “Non risulta provato ne’ che l’imputato Marcello Dell’Utri abbia assunto impegni nei riguardi del sodalizio mafioso ne’ che tali pretesi impegni siano stati rispettati”. Infine i giudici hanno anche parlato dello ‘stalliere’ di Arcore, Vittorio Mangano, che non sarebbe stato assunto per occuparsi dei cavalli bensi’ per impedire che all’allora imprenditore Silvio Berlusconi potesse accadere qualcosa.

“I giudici hanno ricicciato le stesse cose della sentenza di primo grado. Sono sostanzialmente le stesse accuse del primo processo” si e’ limitato a dire Dell’Utri dalle prime anticipazioni emerse dalle agenzie di stampa, premettendo pero’ di non aver ancora letto le motivazioni della sentenza. “E’ una materia trita e ritrita – ha detto Dell’Utri all’Adnkronos – non c’e’ nulla di nuovo sono tutte cose che abbiamo gia’ visto”.

Pero’, il senatore del Pdl continua a dirsi “fiducioso” e lo sara’ “fino all’ultimo momento, altrimenti che faccio, mi uccido?”. Dice anche di non sentirsi “preoccupato”. “Non vedo come mi possono condannare sul nulla”, ecco perche’ crede molto nel giudizio dei giudici della Corte di Cassazione: “Saranno i miei avvocati cassazionisti ad occuparsi adesso del caso, prepareranno una difesa adeguata per rispondere a tutte le accuse e alle motivazioni della sentenza di secondo grado”.

Cosi’ come confermato dall’avv. Giuseppe Di Peri, uno dei legali del senatore: “La ricostruzione operata dai giudici di secondo grado, che hanno di fatto confermato la sentenza di primo grado, non puo’ che ricalcare i ragionamenti che abbiamo fortemente contrastato durante il processo e che speriamo vengano invece apprezzati in sede di giudizio della Corte di Cassazione che andremo sicuramente a proporre”.

Soddisfatto invece il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, perche’ c’e’ ”un’ulteriore conferma della bonta’ dell’impianto accusatorio del processo di primo grado”.

(Adnkronos)

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