di Ludovico Polastri Affermazioni e concezioni come quelle dell’ «uomo re dell’universo», che «che tutte le cose sono state create per il suo diletto», che «l’ uomo è centro e scopo dell’universo» o addirittura che «il mondo è sala d’aspetto del paradiso» appartengono ormai al museo della storia dell’uomo. Sono reperti archeologici di un’idolatria che deforma la comprensione dell’uomo stesso e di Dio che invece sono compenetrati tra loro. La conoscenza di tutta la realtà coincide infatti con la conoscenza di Dio, compenetrazione che non può escludersi per valutazioni o prevalenze dell’uno o dell’altro. La cosmologia egocentrica appare dunque come una limitata visuale, vera però se ci si focalizza solo nell’osservazione dell’uomo. Un egocentrismo che si è espresso in maniera preponderante attraverso la cosmologia geocentrica che tanti segni ha lasciato, profondi come ferite, con le fedi che celebravano ascensioni al cielo improbabili quanto assurde, siano esse cristiane, ebraiche, maomettane, maoiste o indù. Concezione statica e geocentrica che fa sempre attendere la discesa dal cielo di un momento storico escatologico, in cui lo spaccarsi della terra ed il disintegrarsi degli astri fa spesso il paio ad una precipitazione verso zone infernali. Il geocentrismo infatti, quello che vede la terra al centro di sfere concentriche incorruttibili occupate via via da Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, da un Primo Mobile, da un Empireo da dove il Motore Immoto aristotelico incomincia a muovere il Primo Mobile, definitivamente e scientificamente superato dal 1619 con l’«Harmonicies Mundi» di Keplero (nonostante la vergognosa inquisizione cattolica e le scomuniche di Urbano VIII), resta ancora radicato negli spiriti delle persone a rallentare lo sviluppo della coscienza umana, impedendo la sua giusta collocazione, quella del suo mondo e del suo sole, ultimo dopo 40milioni di stelle più importanti di lui. Non è di fatto ancora emersa la coscienza che noi siamo dietro le quinte nel teatro della nostra galassia, una delle 100milioni di galassie, collocati in un punto periferico ed impossibilitati perciò ad assistere da protagonisti centrali al nostro destino. Se osserviamo per un istante l’universo in cui siamo stati scodellati dobbiamo considerare che se viaggiassimo alla velocità della luce, in quattro anni raggiungeremmo Alfa, la stella più vicina a noi della costellazione del Centauro e dovremmo viaggiare per 100anni luce se volessimo attraversare per il lungo la Via Lattea. Ma tutto ciò è ancor poco al confronto dei 2milioni circa di anni luce necessari per incontrare un altro universo galattico, e via così di galassia in galassia.. Sono miliardi di galassie in un universo che, secondo le ipotesi più accreditate, è un universo infinito o, nelle migliori delle ipotesi, di multi universi. Andromeda ad esempio lontana da noi circa 2milioni di anni luce, sfugge al nostro sistema solare alla velocità di 4mila chilometri al secondo. L’universo si espande vertiginosamente e mentre noi consideriamo queste cose l’espansione per milioni di chilometri è in atto minuto per minuto. Un segno dell’infinità dell’universo che procurò uno shock allo stesso Maaten Schmidt, l’astronomo olandese di Monte Palomar, che recentemente ne ha stimato le distanze. Questo dovrebbe essere l’atteggiamento di vasto respiro che contraddistingue la mente evoluta dell’uomo. E queste considerazioni dovrebbero ricordarci il nostro peso nel gioco complessivo di cui facciamo parte. Al contrario, di fatto, non abbiamo ancora psicologicamente spostata la carta geografica medioevale che collocava Israele al centro del mondo allora conosciuto. Ancora oggi c’è gente, annidata nei settori più integralisti e retrogradi del cristianesimo che pensa che sia il sole che ruota attorno alla terra e non viceversa. Assurdo, ma è così. Per loro Galileo è stato un millantatore e neppure è stato condannato per le sue idee rivoluzionarie. Il cristianesimo elaborato dai padri della chiesa, dissolvendo il messaggio di Gesù, si sono concentrati unicamente sull’uomo sradicandolo dal mondo, togliendolo alle vicende del mondo e, staccandolo, lo hanno reso diverso, fisso in un presente esterno al mondo stesso. Feuerbach ci dice infatti che l’uomo « cessò di considerarsi essere appartenente al mondo perché non si sentì più concatenato ad esso». Visioni parziali, dunque, perché partono da una staticità elaborata e perfetta, stabili come cristalli, vere solo se si rifiutano più vaste visioni aperte al rinnovarsi dinamico delle cose e degli eventi, centri di forze refrattarie a qualunque ricambio energetico. Noi generalmente moriamo come viviamo, intontiti, avendo compreso molto poco pur ritenendo di aver compreso. Può dirsi maturo solo chi non ha rimpianti ed ha sperimentato consapevolmente e con distacco ogni rapporto, ogni affetto, ogni passione, ogni conflitto della condizione terrena. Ora nessuna vita anche se intensamente e consapevolmente vissuta offre tutta la gioia, tutto il dolore, tutto l’amore, tutto il successo e l’insuccesso, tutta la forza, la gratitudine, il coraggio, i saldi rapporti con gli altri, la sicurezza emotiva, percezioni realistiche, abilità specifiche, concezioni unificate della vita. Conoscere un uomo maturo è pertanto impossibile. E tanto meno una sola vita può offrire l’esperienza di tutte le razze, di tutte le differenti società che esisterebbero in passato, che sono ora e che saranno in futuro. Goethe dal canto suo scriveva: «Questa vita è troppo breve per la nostra anima e ciò è dimostrato dal fatto che ogni uomo, il più sublime, il più inetto come il più degno, si stanca di tutto prima di stancarsi di vivere e del fatto che nessuno raggiunge il suo fine, quel fine verso il quale si spingeva con così ardente desiderio». L’uomo dunque muore sempre prima di essere condotto a compimento. Tutti siamo immaturi: la folla è una grande legione di nani. Ogni creatura immatura è un tentativo che viene realizzato nel tempo e nello spazio. Subito dopo questo tentativo l’uomo viene distrutto per essere nuovamente riproposto, attraverso la sua discendenza, fin quando, forse, l’immaturità si sarà risolta nella maturità che è cresciuta in tutte le direzioni. Una sola vita, a ben pensarci, è veramente meschina. La nostra non realizzazione si esprime in questa nostra breve esistenza sotto il profilo morale, nel gusto accentrato ed egoistico delle cose che si vedono; socialmente si esprime in orda, nazionalismo esasperato, razzismo, ecc.; economicamente in avidità, avarizia, furbizia, usura, esclusivismi, speculazioni. Finché resteremo legati a quella che mitologicamente venne chiamata «madre terribile» dalla quale ancora l’uomo non si è affrancato, dovremo rimanere relegati a comparse e piccoli attori su uno scenario immenso perchè si abbia a compiere la lunga vicenda dell’evoluzione cosmica, sociale, spirituale a cui, forse, siamo stati chiamati con il nostro esistere.
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