Da ormai qualche mese prevale l’ottimismo, così com’era richiesto dal premier italiano e da molti altri, nella convinzione – vera inversione dei rapporti causa-effetto, come se l’economia fosse legata a “riti magici” – che le crisi dipendano dalla sfiducia; in particolare quella dei consumatori. Comunque, si sono susseguiti negli ultimi tempi (stando alle statistiche) dati positivi; in primo luogo relativi all’inversione di tendenza del Pil in Francia e Germania nell’ultimo trimestre. Tuttavia, permangono ancora altri segnali tutt’altro che positivi, oltre alla constatazione del fatto che il segretario al Tesoro dell’attuale governo americano (un ex repubblicano), notorio “amico” delle banche, ha di fatto consentito che queste riprendessero, pur se non ancora a pieno ritmo come prima, i loro usuali “giochetti” (Gianfranco La Grassa).
Inutile discettare adesso se abbiamo superato il punto di svolta inferiore del ciclo, se siamo nuo-vamente in salita; oppure se i dati prescelti risentano appunto dell’intenzione di infondere fiducia e ottimismo (quello “della volontà” in termini gramsciani). Entro la fine dell’anno penso proprio che scoccherà “l’ora della verità”, almeno per quanto riguarda il ciclo economico strettamente conside-rato. Per il momento, noto che tutte le valutazioni, del tipo “abbiamo ormai superato il peggio”, possono benissimo essere sintetizzate con quello che, a quanto riportato su vari giornali, ha detto Bernanke, “capo” della FED americana:
«L’economia globale appare sulla via della ripresa dopo aver evitato il peggio, ma il rimbalzo sarà probabilmente lento e rimangono molti rischi».
Per la verità, Trichet si è dimostrato assai più prudente; in ogni modo, questo “chiaroscuro” si ripete ormai da mesi. Non gioco all’“esperto”, al “tecnico preparato”. Tanto meno, cercherò di pa-ludarmi di una “maggiore cultura” (umanistica) diffondendomi sul tema di una nuova etica negli affari (Tremonti docet). Cercherò, sia pure per cenni, di ribadire tesi da me sostenute tante volte; annoierò chi mi ha letto abitualmente (pochi), ma so che, di questi tempi, bisogna ripetere certe pic-cole annotazioni di buon senso (e di memoria storica) fino alla nausea, perché veramente ci si di-mentica facilmente di quanto detto appena due giorni prima (concedo che per un giorno il ricordo resti impresso, come appiccicato con una colla riposta per anni in un cassetto).
In un recente convegno (circa due mesi fa all’incirca) della Confindustria a Treviso (con inter-vento del presidente e una certa importante “ufficialità), nella tavola rotonda organizzata sulla crisi, ho sentito avanzare da Federico Rampini l’unica ipotesi che mi sia sembrata di buon senso e dotata appunto di “memoria”. La crisi attuale, malgrado l’aspetto finanziario in prima evidenza (e certo è quello che ha colpito a fondo molti risparmiatori), potrebbe alla fine, nel medio periodo, assomiglia-re al “modello giapponese”, cioè alla stagnazione che ha colpito quel paese per 10-12 anni a partire dall’inizio degli anni ’90, dopo l’exploit durato a lungo e che aveva fatto parlare (i soliti sciocchi) di un ormai prossimo prevalere del “Sol Levante” sugli Stati Uniti (tralascio qui di esporre le mie ipo-tesi, già fatte a quel tempo, circa i motivi sia dell’exploit che del successivo suo arenarsi con netta decadenza della posizione giapponese nel mondo).
Rampini ha parlato di “modello giapponese”, sapendo quale uditorio aveva davanti (per cui era inutile andare troppo indietro nel tempo), ma sono certo che ricorda benissimo l’esempio forse an-cora più calzante: la lunga stagnazione (circa un quarto di secolo) della fine del secolo XIX, che vi-de il “perfezionarsi” del declino dell’Inghilterra come paese predominante (centrale) del capitalismo (avanzato) di quel periodo storico e l’avvio di quella che fu detta l’epoca “dell’imperialismo”, cioè del conflitto policentrico per la “successione” al sunnominato paese. Di passaggio, ricordo che la Borsa di Londra rimase ancora per decenni il centro finanziario del mondo, a dimostrazione che la finanza non è il settore decisivo per lo sviluppo, e i rapporti di forza tra paesi, del sistema capitali-stico.
Non siamo per nulla ancora entrati in un’epoca come quella; difficile non accorgersi però del re-lativo declino degli Usa (malgrado l’ancora nettissima prevalenza del suo apparato bellico), che – dopo un atteggiamento molto aggressivo nei 15 anni successivi al “crollo del muro” (e dell’Urss) – hanno infatti mutato strategia (o, forse meglio, tattica) per mascherare i loro, a mio avviso non ab-bandonati, progetti “imperiali” (cioè di predominanza mondiale centrale). Non è un declino defini-tivo e irreversibile, nessuno ci può dire che cosa ci riserveranno i prossimi decenni (perché i proces-si storici sono ben lunghi). Tuttavia, oggi, il baricentro politico mondiale si sta spostando verso est. Tutti dicevano, e ancora dicono, soprattutto per la crescita di Cina e India; personalmente – ma semmai se ne riparlerà – penso che in questo momento sia più decisiva la Russia, la cui potenza tutti credono (erroneamente) limitata alle riserve di petrolio e gas. Rinvio semplicemente agli studi di Jacques Sapir (allievo e successore, alla presidenza del CEMI all’EHESS di Parigi, del mio Maestro francese, Bettelheim), e in particolare all’ultimo suo volume (che sarebbe bene fosse tradotto in Ita-lia): Le nouveau XXIe siècle: du siècle américain au retour des nations, Le Seuil, 2008. Ci si accor-gerà che la Russia ha ben altre “risorse”.
Non credo che entreremo ancora in una fase di autentica stagnazione, tanto meno così lunga come quella del 1873-96 (circa). Tuttavia, alla fine di un ulteriore periodo di difficoltà in fondo “minori”, penso che l’attuale multipolarismo si accentuerà. Non credo affatto ad un ritorno del pre-dominio americano; al massimo, se ciò dovesse accadere, avverrà dopo un duro confronto mondia-le, di cui oggi vediamo solo scaramucce, e con profondi mutamenti della stessa struttura sociale (e istituzionale) degli Usa. Non scordiamoci comunque mai che la cosiddetta stagnazione – l’esempio di quella della fine del XIX secolo è stata veramente paradigmatica in proposito – lo è solo per i tas-si di crescita (del ben noto Pil). La crescita non è però lo sviluppo, che è invece trasformazione qua-litativa, cioè dei rapporti sociali: prima di tutto sul piano geopolitico (quindi mondiale) e, seconda-riamente, sul piano interno dei principali e più avanzati paesi del capitalismo globale.
Quindi, non dico di non interessarsi all’andamento dell’attuale crisi (ne siamo fuori, ancora den-tro, il peggio è passato ma la coda sarà ancora lunga, ecc. ecc.; tutte tesi sostenute finora); giacché la crisi economica (come i terremoti “di superficie”) è quella che forse più tocca la vita quotidiana delle “genti” (e altera spesso in modo drastico la distribuzione del reddito fra ceti, essendo quindi pericolosa per la “pace sociale”). Tuttavia, cerchiamo di capire pure dove va “il mondo” nel medio periodo, poiché in esso si verificheranno quei processi sostanziali – tipo la pressione tra placche tet-toniche, da cui si sprigiona infine l’energia distruttiva – in grado investire con modalità ben più “tormentose” la vita delle prossime generazioni (non necessariamente si deve pensare a guerre, co-munque a eventi “non lieti”).
Per il momento, basti; andiamo passin passino, ripercorrendo le strade che una memoria corta tende a dimenticare.
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