
Il ‘ricambio generazionale’: realta’ all’estero, da noi utopia
L’America non e’ un paese per vecchi, lo raccontavano gia’ i fratelli Coen in un film da Oscar. E ormai non lo e’ neppure l’Europa: 55 anni l’eta’ media dei presidenti degli Stati Uniti al momento dell’insediamento dal 1950 a oggi; e 53 anni l’eta’ media degli attuali leader Ue. David Cameron, neo-premier britannico, e’ il piu’ giovane, 43 anni; Silvio Berlusconi il piu’ anziano, 73 anni.
Di ricambio generazionale, di la’ dell’Atlantico, non c’e’ manco bisogno di parlare, tanto avviene naturalmente. Fra i presidenti eletti del dopoguerra, solo tre su dieci, Eisenhower, Reagan e Bush sr, avevano oltre 60 anni quando giurarono (tutti e tre repubblicani: i conservatori votano l’esperienza); e tre erano quarantenni, Kennedy, 43 anni come Cameron, il piu’ giovane di sempre, Clinton e Obama (tutti e tre democratici: i progressisti votano la speranza).
Motore del ricambio, negli Usa, e’ lo ‘spoil system’: quando uno perde, telefona al vincitore e gli fa le congratulazioni; ammette la sconfitta in pubblico, avendo intorno la famiglia; e se ne va, con tutti i suoi fedeli, senza piu’, in genere, ritornare. In Gran Bretagna, accade piu’ o meno la stessa cosa, con una differenza, di cui i sudditi di Sua Maesta’ sono orgogliosi: alla Casa Bianca, l’avvicendamento richiede circa tre mesi; al 10 di Downing Street e’ cosa di ore.
Le due tipologie di politico piu’ comuni da noi, quella ‘perdo, ma non me ne vado (e, se riesco, ritorno)’ – Berlusconi l’ha fatto due volte – e quella ‘non vinco mai, ma resto sempre intorno’ – D’Alema ne e’ l’alfiere – sono quasi sconosciute oltre Atlantico e oltre Manica, mentre l’Europa continentale, che non ne era del tutto immune, se n’e’ di recente liberata. La spontaneita’ con cui gli sconfitti si fanno da parte e chi ha esaurito il proprio mandato lascia, senza ostinarsi a rimanere in scena dopo che il sipario e’ calato, e’ incomprensibile in Italia: un atteggiamento dei politici, ma non solo (direttori, docenti, magistrati, primari, spesso e’ forte la tendenza a sopravvivere a se stessi).
Altrove, gli esempi di ‘addio al potere’ una volta per tutte abbondano, a destra e a sinistra: Lionel Jospin in Francia, Jose’ Maria Aznar in Spagna, Gerhard Schroeder in Germania, un qualsiasi premier olandese. Ah, certo, c’e’ Vladimir Putin in Russia: uno che non lo schiodi e provera’ a ritornare Amico di Mr B appunto. Quando Margaret Thatcher lascio’ la guida del governo e dei tories, con decisione quasi improvvisa, nel novembre 1990, pur essendo ancora legittimata a restare in carica fino al 1992, la lady di ferro aveva 65 anni ed aveva gia’ fatto la storia. Un collega, espertissimo di magheggi italiani, mi chiese: ‘Che cosa fara’, adesso, per riprendersi il potere?’. Alla mia risposta: ‘Non ci provera’ nemmeno’, mi guardo’ con tutta la commiserazione dovuta a un babbeo che non ci capisce un’acca. Qualche volta, la tenacia e’ una virtu’ e viene premiata: in Francia, François Mitterrand fu due volte battuto alle elezioni presidenziali – dal generale De Gaulle e da Vale’ry Giscard d’Estaing – prima di imporsi nel 1981 e di nuovo nel 1988. Ma, in genere, chi perde si fa da parte indipendentemente dall’eta’ che ha: Neil Kinnock, leader laburista, rosso gallese, aveva solo 50 anni nel 1992, quando fu sconfitto da John Major, ma non rimase alla guida del partito. E chi lascia si mette alla prova altrove, nel settore privato o come consulente oppure con missioni internazionali o umanitarie o ambientali (agli ex leader s’addice il Nobel della Pace: Carter, Gore, Ahtisaari, presto Clinton).
In America come in Europa, e’ in atto un grosso snodo generazionale: quella che gli anglosassoni chiamano la Greatest Generation, la generazione piu’ grande, che usci’ dalla Grande Depressione e vinse la guerra al nazismo, e’ sugli ottant’anni, buona per i libri di memorie, non per la politica; e quella del Baby Boom del primo dopoguerra, la piu’ numerosa, sta andando in pensione. Nella corsa alle poltrone che contano, i cinquantenni rischiano di essere battuti dai quarantenni, piu’ aggressivi: e’ vero soprattutto negli Usa dove i ‘ragazzi del Vietnam’ sono sempre stati penalizzati dagli elettori. E in Italia? Al bowling della politica, gli ercolino sempre in piedi del potere non li abbatte nessuno.

(La media complessiva e’ calcolata facendo riferimento a tutti i paesi europei e non solo a quelli messi in rilievo nella mappa)
Da il Fatto Quotidiano del 13 maggio
(Tratto da: http://antefatto.ilcannocchiale.it)
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