Guerra, soldi e servizi segreti

Per ‘The Times’ i nostri 007avrebbero dato soldi ai talebani. Il governo strepita e nessuno racconta mai cos’e’ la guerra.

pu’ accreditato quotidiano britannico, ‘The Times’, in un articolo che citava fonti ufficiali ha scritto: “Quando dieci soldati francesi vennero uccisi l’anno scorso in un’imboscata dei guerriglieri afgani in quella che sembrava un’area relativamente pacifica, l&#8217… (continua). ;opinione pubblica francese resto’ inorridita”.

I militari inviati dal governo di Parigi avevano assunto il controllo dell’area di Sarobi, ad est di Kabul e prima affidata agli italiani da appena 30 giorni. “Cio’ che il Paese in lutto non sapeva era che nei mesi prima che arrivassero i soldati francesi a meta’ 2008, i servizi segreti italiani avevano pagato decine di migliaia di dollari ai comandanti talebani ed ai signori della guerra locali per mantenere l’area calma. I pagamenti, la cui esistenza e’ stata mantenuta nascosta alle forze francesi, e’ stata rivelata da ufficiali militari occidentali”, ha continuanto il giornale.

L’articolo continuava: “Funzionari di intelligence americani rimasero allibiti quando scoprirono attraverso intercettazioni telefoniche che gli italiani avevano ‘comprato’ i militanti anche nell’area della provincia di Herat”. Nel mese di giugno 2008, ha scritto ancora ‘The Times’, l’ambasciatore a Roma protesto’ con il governo Berlusconi.

Il versamento di denaro per ottenere ‘benevolenza” da parte del nemico, secondo alti ufficiali della Nato, sarebbe avvenuto anche nell’area di Sarobi. “Non si puo’ essere troppo dottrinari su queste cose”, ha dichiarato un alto ufficiale della Nato a Kabul. “Puo’ pure avere senso comprare gruppi locali e usare mezzi non violenti per mantenere basso il livello di violenza. Ma e’ follia fare cosi e non informare i propri alleati”.

Il 18 agosto, un mese dopo la partenza delle forze italiane dall’area di Sarobi, ci fu l’agguato ai francesi, che apparentemente credevano di operare in un’area relativamente tranquilla, ha scritto il giornale. Una valutazione a posteriori fatta dalla Nato critico’ duramente la forza francese per la sua mancanza di preparazione. Un’altra fonte Nato citata dal quotidiano conferma i pagamenti: “I servizi segreti italiani fecero i pagamenti, non l’esercito”, ha precisato, parlando di pagamenti di “decine di migliaia di dollari regolarmente ai singoli comandanti degli insorti”, per evitare attacchi e vittime tra gli italiani “che avrebbero provocato difficolta’ politiche in patria”.

La fonte Nato ha spiegato che l’intelligence americana venne a sapere del traffico di soldi. “Gli italiani non lo hanno mai riconosciuto, anche se sulla questione vi erano intercettazioni telefoniche”. “Il risultato e’ stata la protesta. Non e’ stata resa pubblica perche’ avrebbe provocato un incubo diplomatico. Abbiamo scoperto dei pagamenti di Sarobi successivamente”, ha concluso il testimone.

Immediata la reazione del ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che ha detto: “Ancora una volta il giornale londinese raccoglie spazzatura”. Secondo l’esponente del centro destra l’atteggiamento piu’ benevolo verso gli italiani che operano in Afghanistan non e’ dovuto ai dollari “ma al comportamento dei nostri militari, ben diverso rispetto a quello degli altri contingenti. Questo e’ alla luce del sole, loro hanno sempre manifestato una vicinanza umana alla gente e ne vengono ricambiati. Mettere in relazione tutto cio’ con la morte dei francesi, poverini, mi sembra un’assurdita’”.

Quindi La Russa ha aggiunto: “Dopo avere parlato con i vertici militari ho dato incarico al mio capo di gabinetto di procedere ad affidare i legali il compito di denunciare il Times. Questa e’ la mia valutazione: la notizia che pagavamo i talebani per non essere attaccati e’ offensiva per noi e per i nostri militari caduti”. Palazzo Chigi ha precisato che “il Governo Berlusconi non ha mai autorizzato ne’ consentito alcuna forma di pagamento di somme di danaro in favore di membri dell’insorgenza di matrice talebana in Afghanistan, ne’ ha cognizione di simili iniziative attuate dal precedente Governo”. Nella nota si negava anche “che l’Ambasciatore degli Stati Uniti a Roma abbia, all’inizio del mese di giugno 2008, inoltrato al Governo italiano un formale reclamo da parte del suo Paese in relazione ad ipotetici pagamenti in favore dell’insorgenza talebana”.

Fin qui i fatti, ma e’ bene sapere che forse mai si sapra’ come sono andate davvero le cose. Ma come si fa una guerra?

La letteratura patriottica e la stampa “embedded” raccontano il piu’ delle volte solo una piccola parte della verita’. “Enbedded” sta per “incastrato”, ovvero inserito organicamente in un esercito ed autorizzato a lavorare dalle autorita’ militari. Vede quello che si vuol lasciar vedere e nient’altro. Il piu’ delle volte non sa neppure in che area dei combattimenti si trova.

Il Center for Media and Democracy di PrWatch ha reso noto uno studio realizzato dalla Penn State University, nel quale sono stati analizzati quasi 750 articoli scritti da oltre 150 giornalisti durante la guerra in Iraq, “embedded”, naturalmente, perche’ durante l’invasione del Paese non c’era altro modo per ottenere le autorizzazioni dei comandi militari. Per questo motivo alcuni importanti inviati rifiutarono di accettare le condizioni imposte e rimasero nelle retrovie. Lo studio ha scoperto il problema principale non e’ neppure quello dell’obiettivita’ dei reportage, ma addirittura quello primario delle fonti: nei pezzi presi in esame i soldati erano i testimoni dei fatti nel 93 per cento dei casi.

In qualunque parte del mondo si spari e ci si uccida non ci sono cavalieri con la corazza lucente che combattono contro draghi dall’alito infuocato come alcuni superficiali inviati raccontano ed i governi lasciano intendere. Nelle zone di guerra il colore domiante e’ il grigio. Il motivo e’ semplice: per evitare di essere uccisi qualunque mezzo utile e’ il benvenuto.

In Iraq, nei primi mesi dopo la sconfitta di Saddam Hussein, la capitale Baghdad era’ gia’ quasi del tutto impraticabile per gli occupantim na in Italia se ne sapeva poco. Gli attentanti contro le truppe della coalizione erano in preparazione e si respirava un clima strano ed angosciante. Gli americani giravano per la citta’ in convogli blindati, mitragliavano chiunque gli ingombrasse la strada, compresi i pochissimi poliziotti locali ancora in servizio e mancavano energia elettrica, acqua e telefoni. Funzionavano i satellitari Turaya che si vendevano come fossero normali gsm, ma era l’unico strumento per comunicare. La rete cellulare messa in piedi in pochi giorni dai militari non era sicura e di certo intercettata dai servizi di intelligence di mezzo mondo. Poi, paradossalmente, aveva il prefisso internazionale degli Sati Uniti (001).

In un alberghetto del quartiere di Al Wihda, lontano dalla zona controllata con piu’ cura dalla Coalizione, c’era uno strano gruppetto di persone, apparentemente dell’Europa del nord, in realta’ di un altro continente. Chi fossero non e’ dato sapere, ma possedevano parabole satellitari (che tenevano nascoste su un balconcino), computer connessi ad una qualche rete e coi quali maneggiavano dati misteriosi. Si incontravano, infine, con strani individui locali per discutere di cose varie. Alla fine delle ‘riunioncine’ che si effettuavano in un piccolo giardinetto nella parte anteriore dell’hotel passavano agli ‘ospiti’ e senza nessuna cautela delle buste voluminose di denaro. La cosa rasentava il ridicolo, perche’ la moneta locale era fortemente svalutata e per comperare un pacchetto di sigarette ci volevano duecento grammi di banconote, per cui le ‘bustarelle’ in realta’ erano veri e propri pacchi per altro sgangherati. ‘Normali’ attivita’ da servizi segreti, nei quali per altro non sono rare le persone di scarsa intelligenza.

Scene simili sono state confermate da testimoni oculari in Somalia nelle ore che precedettero il rapido abbandono del Paese da parte delle truppe della missione “Restore Hope”. Personaggi facilmente riconducibili ai servizi segreti offrivano dollari ai milizani perche’ non sparassero sui soldati impegnati nell’esodo.

Una delle strategie utilizzate da alcuni Paesi per evitare ‘frizioni’ nelle aree dove sono dislocate le basi militari consiste nel riunire i capi dei clan ai quali offrire un certo tipo di ‘vantaggi’. Lavoro per le famiglie, denaro, materiali di prima (e seconda) necessita’, ecc. Corruzione?

In un documento ufficiale della Commissione parlamentare di inchiesta sull’omicidio Ilaria Alpi e Miran Hrovatin si legge: “Vacchiano (investigatore della Procura di Torre Annunziata nell’inchiesta  ‘cheque to cheque’ e comandante della Stazione dei CC di Vico Equense, ndr),  parte dall’assunto che la cooperazione italo-somala non era altro che lo strumento attraverso il quale sia gli italiani che i somali accumulavano tangenti per costituire fondi neri con i quali trafficare in armi e si spinge tirare in ballo personaggi come Cardella, Cammisa e piu’ in generale le attivita’ connesse alla comunita’ ‘Saman’ di Trapani, coinvolgendo contemporaneamente i servizi segreti che avvallerebbero le forniture segrete di armi alle fazioni somale in lotta, Gladio e non meglio specificati centri non ufficiali di intelligence e unita’ per interventi speciali”.

Le notizie pubblicate da ‘The Times”, quindi, non tolgono e non aggiungono nulla a quello che milioni di cittadini sanno bene, ovvero la spesso discutibile attivita’ dei servizi segreti di tutto il mondo. Ed infatti una delle fonti militari del quotidiano inglese avrebbe detto: “Non si puo’ essere troppo dottrinari su queste cose”, a dimostrazione di quanto le ‘regole morali’ durante le guerre non siano proprio indispensabili.

Quello che copisce e’ la reazione del ministro La Russa, che ha definito “spazzatura” il lavoro di reporter stimati in tutto il mondo, ha minacciato una denuncia al giornale e ripetuto che la stampa internazionale ha un atteggiamento “antitaliano”.

A sementire le ‘certezze’ di La Russa anche un alto ufficiale dell’esercito afgano. Il militare, sotto anonimato, ha parlato con l’agenzia France Presse, tra le piu’ accreditate la mondo.

Per l’ufficiale quella delle mazzette ai capi talebani e’ una pratica diffusa su vasta scala, fatta eccezione per gli inglesi e gli americani. La fonte afgana non solo ha confermato le notizie di ‘The Times’, ma ha specificato che non solo gli italiani sono coinvolti in quel tipo di strategia di difesa.

“Posso certamente confermare che siamo a conoscenza del fatto che gli italiani pagassero l’opposizione a Sarobi per non essere attaccati. Abbiamo informazioni su accordi simili nella provincia di Herat (nell’ovest) da parte delle forze italiane della Nato di stanza li” ha detto il rappresentante dell’esercito afgano, che ha spiegato: “Molti paesi Nato, i cui soldati operano nelle zone rurali dell’Afghanistan pagano gli insorti per non essere attaccati”.

Speriamo che i giornalisti inglesi e francesi non decidano di approfondire l’argomento e che non forniscano prove inequivocabili. Perche’ a quel punto l’immagine del Paese sarebbe ulteriormente devastata. Non tanto per i fatti in questione, ma per la reazione del governo nei confronti di importante organi di informazione stranieri impegnati nel raccontare una realta’ che ai giornalisti italiani fino ad ora e’ sfuggita.

Al di la’ dei presunti finanziamenti ai talebani, forse sarebbe necessario cominciare a raccontare la verita’ sull’Afghanistan, perche’ quella guerra e’ in un binario morto e non e’ piu’ giustificabile il silenzio o le omissioni sull&#821(Tratto da: http://www.inviatospeciale.com/)

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