L’Organizzazione mondiale del commercio allarga i suoi tentacoli. Sul tavolo delle trattative [che culmineranno nel vertice di Cancùn, in autunno] arrivano i temi più delicati: acqua, educazione, salute, agricoltura. Le nostre vite saranno ridisegnate dalla legge del mercato?
Le ong dicono no. Con una campagna e un kit per l’attivista
di Alessandro Berruti
A sfogliare le statistiche del commercio mondiale, c’è da credere che avesse ragione Eduardo Galeano, quando con piglio corrosivo scrisse che nell’economia internazionale ci sono paesi specializzati nel vincere e altri nel perdere. La messa all’asta del mondo passa per la World trade organization [Organizzazione mondiale del commercio]. Attraverso accordi riassunti in acronimi inglesi difficili da masticare, si stanno uniformando i mercati di ogni latitudine, in vari ambiti, dallo scambio di beni alle produzioni agricole, dai diritti di proprietà intellettuale fino ai servizi e agli investimenti. Le critiche al Wto hanno ripreso slancio su iniziativa di associazioni e ong italiane promotrici della Campagna Wto che, con lo slogan ‘questo mondo non è in vendita’, chiedono di limitare il campo d’azione dell’organizzazione. Il prossimo settembre, a Cancùn, in Messico, il Wto si riunirà per affrontare le questioni più delicate. In primo luogo un ampliamento dei servizi che ciascun paese membro dovrà aprire alla ‘libera’ concorrenza, quali per esempio i settori della comunicazione o dell’educazione [la sigla dell’accordo è Gats], e il nodo ancora irrisolto delle produzioni agricole. Quanto ci tocca da vicino? Parecchio, perché ogni attività economica diventa una potenziale merce.
Servizi pubblici in vendita?
Il Wto ha avuto per l’accelerazione della globalizzazione lo stesso ruolo della locomotiva nella conquista della nuova frontiera del far west. Nato nel 1995, ha raccolto l’eredità del Gatt [General agreement on trade and tariffs], l’accordo tariffario che ha abbozzato un coordinamento del commercio internazionale nel secondo dopoguerra. Oggi include i governi di 144 paesi, che coprono quasi il 90% del volume commerciale mondiale. Eccezione di rilievo rimane la Russia. Tracciate le regole per gli scambi di manufatti, il Wto sta ora entrando nel settore terziario, fondamentale per i paesi sviluppati. In teoria, i settori pubblici essenziali, quali educazione o sanità , non sono esclusi dal processo. Prendere l’autobus, frequentare ospedali e scuole pubbliche efficienti, disporre di acqua potabile potrebbe diventare un diritto nient’affatto scontato. Così come limitare le estrazioni di gas e petrolio di un produttore. Lo sfruttamento ambientale aumenterebbe, complicando il già tortuoso cammino verso uno sviluppo sostenibile.
La nascita di un mercato con regole uniche permette alle multinazionali di investire dove più loro conviene, ossia dove i salari sono da fame e le regole ambientali ridicole. Ogni paese in questa competizione globale sembra fare a gara nel mettersi in vendita. Quali concreti pericoli si annidano in questo vertice? Possono solo intuirsi, perché resta avvolto da un alone di stretta ‘riservatezza’ come vuole il gergo diplomatico. Â«àˆ inaccettabile che pochi decidano per il mondo in gran segreto – spiega Andrea Baranes, responsabile nazionale della Campagna Wto – mancano trasparenza e democrazia». Basta vedere il calendario delle scadenze che non lascia tempo né per un dibattito pubblico sui temi in ballo, né per una riflessione dei parlamenti che dovranno sottoscrivere gli accordi, come invece vorrebbero i promotori della campagna. Accordi da firmare peraltro nella loro interezza, si prende ‘tutto o niente’.
Il mercato si fa legge
Scopo dichiarato del Wto è ‘liberalizzare’ il commercio, abbattendo gli ostacoli allo scambio, quali i dazi doganali, ma gli effetti sinora ottenuti sono controversi. Il denaro non ha odore, recita un detto latino; allo stesso modo, secondo la filosofia Wto, una merce non va discriminata. Due esempi: non ci sarebbero buoni motivi, se non la qualità del prodotto, per rifiutare l’acquisto di palloni cuciti dai bambini pakistani, o per impedire l’importazione di pesce rastrellato con reti devastanti per l’ecosistema marino. Decine di simili contenziosi sono finiti in quella scatola nera che è il tribunale del Wto negli ultimi anni. Se un paese [su pressione di un’impresa] ritiene di essere sfavorito da una data politica commerciale può appellarsi ai principi del Wto, che può sanzionare i membri che non rispettano le sue regole. La sua legge si è così tradotta, ad esempio, in sanzioni miliardarie all’Unione europea per il suo rifiuto di importare carni statunitensi gonfie di ormoni. Dal meeting del 2001 a Doha, in Qatar, il Wto ha gettato le basi della prossima conferenza di Cancùn, dove verrà al pettine anche il nodo della produzione agricola. I paesi più deboli chiedono da tempo di eliminare i sussidi pubblici agli agricoltori europei e statunitensi che sono alla base di una concorrenza sleale detta dumping [la vendita di prodotti sul mercato a un prezzo inferiore ai costi di produzione]. Sul tema, in seno a quella citata, è partita anche la campagna ‘No Dumping’, promossa dalla Focsiv per lottare contro una pratica che affama milioni di contadini nel Sud del mondo. L’obiettivo è raccogliere 100 mila firme per indurre il commissario europeo Pascal Lamy a ridurre i sussidi alle esportazioni nella prossima revisione della Politica Agricola Comunitaria della Ue. Nuove prospettive si sono però aperte di recente. «C’è stato un profondo cambiamento – spiega Sergio Marelli, direttore generale della Focsiv – dal momento che il presidente del Wto ha proposto l’abolizione completa dei sussidi alle esportazioni entro dieci anni e l’abbassamento delle tariffe sui prodotti in entrata. Lamy ha definito questa proposta inaccettabile, mentre gli Stati Uniti si sono detti favorevoli. In pratica le loro posizioni si sono invertite». L’apertura da parte del Wto, secondo Marelli, è un’occasione da sfruttare in vista di Cancùn. Cruciale alla conferenza messicana sarà il ruolo dell’Italia, che come presidente di turno dell’Ue potrebbe influenzare da vicino le trattative.
Kit per attivisti
La Campagna Wto, cui aderiscono tra gli altri Focsiv, Cipsi, Mani Tese, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Banca Etica, Arci, Attac e Rete Lilliput, sta diffondendo in tutta Italia un kit per attivisti: una raccolta di schede informative e volantini per sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi della prossima conferenza Wto. Riferimenti utili sono sul sito della campagna: www.campagnawto.org. Per il No Dumping: www.focsiv.it
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