Per la prima volta nella storia, ci sono oggi più persone a vivere in città che in campagna. L'espansione disordinata dei centri urbani è un problema socioeconomico universale che si sta facendo sempre più pressante. La nascita della megalopoli evidenzia problemi ambientali e riflette una più ampia crisi della società di scala e di consumo. Comunque, da questa crisi nasce l'opportunità di comparsa per le aree autonome, ecologiche e coesive. La città come luogo di discorso politico, contenuto all'interno di un'area geografica potenzialmente gestibile, offre qualità diverse rispetto allo stato nazione.
Questa relazione si sofferma su tale potenziale ed esamina gli ostacoli per il sua realizzazione: in essa si sostiene che per un ambiente urbano vivibile è essenziale un ideale rinnovato di politica centrato sulla cittadinanza. Questo approccio alla crisi ecologica si distingue dalle altre teorie in quanto tenta di spostare l'analisi da un contesto tecnico, legale o individualistico ad uno espressamente pubblico, sociale e politico. Il cittadino come centro di un'identità politica è un concetto antico seppur problematico, che deve essere rivalutato alla luce della crisi ecologica contemporanea.
Parte I – Forze in competizione: integrazione contro diversità
In primo luogo, vale forse la pena di dare dei chiarimenti riguardo ai termini e alle condizioni. Un “nuovo progetto urbano” è, per me un'espressione troppo limitata. Un “progetto” è qualcosa che offrono gli architetti e gli urbanisti, con diagrammi di città netti e precisi, modelli di “come saranno le cose”. Dobbiamo ammettere, però, di trovarci di fronte ad una questione considerevolmente più disordinata, che possiamo definire organica, con i suoi alti e bassi. Per contro “Sviluppo locale come alternativa strategica” mi piace, perché suggerisce un'enfasi sul lato “strategico” che è estremamente importante. Lo scopo di questa sezione del corso è di analizzare e discutere “lo sviluppo locale come alternativa strategica” in un contesto urbano. Vorrei introdurre l'argomento analizzando alcune difficoltà con cui veniamo in contatto, per poi tracciare alcune delle alternative da offrire.
Il mio intervento si divide in tre parti. Nella prima (“Forze in competizione”), analizzerò i problemi dello sviluppo locale, in relazione all'economia di mercato e allo stato, esaminando il lavoro di Takis Fotopoulos e Brendan Martin. Nella seconda sezione (“La letteratura della località “) traccerò alcune delle misure pratiche da tenere presenti nel promuovere lo sviluppo locale, e infine, nella terza parte (“Cittadinanza vera ed ecologia sociale: diversità e partecipazione”), passerò in rassegna alcune idee sulla democrazia e la cittadinanza.
I
“Stiamo entrando in un'epoca in cui la diversità viene veramente valutata (più sono le opzioni, meglio è). Il nostro ecosistema funziona meglio così. La nostra economia di mercato funziona meglio così.”
Wired, luglio 1997
Si potrebbe cominciare col domandarsi: un'alternativa strategica a che cosa? Deve essere trovata una alternativa di sviluppo alle forze che ci dirigono verso la crescente integrazione di tutti gli aspetti della società moderna. Tali forze possono essere identificate con i seguenti sistemi: organizzazione politica (democrazia rappresentativa); stile di vita basato sul consumo ed economie basate sulla produzione; sistemi economici neo-liberisti; conformità genetica e di coltivazioni (attraverso l'agri-commercio) che sono alla radice delle crisi socio-ecologiche multidimensionali. E' stato detto abbastanza nelle conferenze delle settimane scorse, per non assumere questo processo come completamente assimilato. Lo scopo dello “sviluppo locale come strategia alternativa” è di fornire un contesto in cui possano esistere forze contrastanti di diversità opposte all'uniformità , e in difesa della politica come mezzo per tale fine. La politica è qui definita come l'esperienza attraverso la quale le persone prendono decisioni importanti (che di fatto influiranno sulle vite loro o degli altri, e che hanno pertanto una base etica). In questo senso, sono d'accordo con Michael Polanyi, che affermava che “Lo studio dell'uomo dovrebbe iniziare con un valutazione dell'uomo nell'atto di prendere decisioni responsabili”. Inoltre, parto dal presupposto che Cornelius Castoriadis abbia ragione quando afferma che:
'Filosofia e democrazia sono nate nello stesso momento e nello stesso luogo. La loro solidarietà deriva dal fatto che entrambe esprimono il rifiuto dell’eteronomia, delle pretese di validità e di legittimità delle regole e delle rappresentazioni, solo perché a loro accadde di essere lì, il rifiuto di ogni autorità esterna (persino, e specialmente “divina”), di ogni fonte extrasociale di verità e giustizia, in breve, la messa in questione delle istituzioni esistenti e l'affermazione che la collettività e il pensiero si istituiscano esplicitamente riflettendo l'una le caratteristiche dell'altro.'
Nel suo ultimo lavoro Towards an Inclusive Democracy [Verso una democrazia inclusiva], Takis Fotopoulos evidenzia cinque approcci per combattere le molteplici crisi in cui ci troviamo. Egli li definisce come segue: l'approccio dello “sviluppo sostenibile”, l'approccio della “deep ecology” [Vera ecologia], l'approccio dello “sviluppo appropriato”, una ulteriore marketizzazione e l'approccio della società civile. Per rendere più chiara la mia posizione li analizzerò velocemente, tralasciando l'approccio dell'ulteriore marketizzazione.
Sviluppo sostenibile
Si ritiene che lo sviluppo sostenibile sia emerso dal rapporto di Brundtland (1987) e sia definito come lo ‘sviluppo che incontra i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le loro esigenze.’ Fotopoulos spiega che il rapporto si basa su tre principi, secondo cui la crescita continua è a) la chiave per la giustizia sociale, dal momento che può eliminare la povertà , b) la chiave per la protezione ambientale e c) ‘può essere ambientalmente sostenibile se le nazioni industrializzate continueranno i recenti spostamenti di contenuto della loro crescita verso attività a minor consumo di energia e materia e verso un miglioramento della loro efficienza nell’utilizzarli’.
Come sottolinea l’importantissimo documento post-Rio Whose Common Future? [Il futuro comune di chi?] ‘fin dalla metà degli anni ’80, le istituzioni dominanti hanno ridefinito i concetti di povertà , ambiente e sviluppo al fine di costruire un perfetto sillogismo:
la povertà causa il degrado ambientale, mentre il benessere lo cura; lo sviluppo aiuta ad eliminare la povertà e crea benessere; quindi, lo sviluppo contribuisce a curare il degrado ambientale.
Questa formula, seppure concretamente indifendibile, viene usata a sostegno di un messaggio ideologico che difende una mentalità consumistica, contro un’analisi politica che distingue con chiarezza l’interdipendenza di potere e sfruttamento nel mondo. Come in un cadavere in decomposizione, le ossa delle relazioni del potere capitalista stanno cominciando a sporgere.
Come sottolinea giustamente l’autore, questi principi si basano sull’idea che la crisi ecologica sia fondamentalmente causata dall’inefficienza. La crescita economica può ridurre la povertà grazie all’effetto a dispersione (come suggeriscono i neoliberisti), o grazie alla ridistribuzione (come invece fanno gli statalisti). Ebbene, l’effetto a dispersione non sembra essere molto evidente dopo quasi un quarto di secolo di sperimentazione, e come dice Fotopoulos: ‘è ovvio che l’efficace azione ridistributiva del governo in favore della classe inferiore è per sua stessa definizione esclusa da entro il contesto dell’economia internazionalizzata neoliberista di mercato, data per scontata dal Rapporto.’ Quanto alla crescita continua come elemento fondamentale della protezione ambientale, è ampiamente dimostrato che è vero l’opposto. Da quanto si può dedurre dalla recente analisi dell’americano Brian Tokar in Earth for Sale: Reclaiming Ecology in the Age of Corporate Greenwash [La Terra in vendita: reclamare l’ecologia in un’era di pulizia verde costituita], i tentativi di mascherare le contraddizioni fra sviluppo di un economia di mercato ed ecologia sono divenuti argomenti ricorrenti in una guerra di propaganda sempre più intensa. Fotopoulos scrive: ‘Si può quindi concludere che questo approccio ignora che il fenomeno della concentrazione di potere, come conseguenza fondamentale e requisito indispensabile per la crescita, sia di grande importanza per le soluzioni essenziali da esso proposte: una maggiore crescita, un maggior sforzo e politiche, leggi ed istituzioni migliori, oltre che un’efficienza crescente nell’uso dell’energia e delle risorse.’
L’approccio dello sviluppo appropriato
L’approccio dello sviluppo appropriato suggerisce una ‘società che conserva’, come avanzato da Ted Trainer. Fotopoulos condivide gran parte della struttura e dell’analisi di questo approccio, come la decentralizzazione, l’autosufficienza locale e la crescita zero. Esso, comunque, soffre di ciò che Fotopoulos definisce ‘localismo’ e ‘utopia’, ed è ‘a-storico’ tentare di rovesciare l’economia di crescita di mercato sostituendola con una sua versione di scala più piccola. Il semplice spostare le stesse condizioni economiche e politiche su scala più piccola non capovolgerà il loro carattere fondamentale. Ciò che lo rende profondamente anti-ecologico non è, allora, solo la scala dell’economia di mercato, ma la sua dinamica interna verso una crescita e un profitto mirati all’espansione.
La deep ecology
Come si è spesso evidenziato, non c’è corpo specifico che rappresenti tutti i deep ecologist, e il loro pensiero e movimento sono di tipo differenziato. Comunque nel loro pensiero si possono identificare alcune caratteristiche comuni. Fotopoulos scrive: ‘i sostenitori di questo approccio affermano che la causa ultima della crisi ecologica si può trovare, sin dall’Illuminismo, nell’identificazione storica del progresso con la crescita economica’, e, ‘di conseguenza, la via d’uscita dalla crisi consiste nell’abbandonare i concetti di progresso in modo tale da sostituire l’attuale economia di crescita con una ‘economia di stato stabile’.
I deep ecologist si battono per un cambiamento radicale dei valori umani, verso una nuova relazione empatica fra il mondo umano e quello non umano. Mentre è impossibile rimproverare le persone di essere attratte da una ecologia spirituale in un’epoca di bruto sfruttamento commerciale e di ragione strumentale, le conseguenze della maggior parte della deep ecology sono politicamente regressive e a volte reazionarie. I deep ecologist sostengono che prima di poter alterare le relazioni sociali si dovranno cambiare le relazioni con il mondo naturale, e propugnano stili di vita più semplici, un minor consumo e un ritorno ad un nirvana rurale mitico. Questi argomenti hanno fatto sorgere molti punti di discussione, ma in relazione alla crescita dell’economia di mercato globale, due assumono carattere di urgenza. Primo, è ingenuo suggerire che un minor consumo porterebbe di per se stesso ad un cambiamento economico. Secondo, l’abbandono delle nozioni di progresso può rapidamente trasformarsi in un anti-umanesimo, che invece di concentrarsi su questioni sistemiche, economiche e politiche, dirige la sua attenzione sugli esseri umani nel loro insieme come un qualche tipo di sostanze contaminanti. Questa è la difficoltà che emerge dal concetto di ‘uguaglianza biocentrica’ che attribuisce uguaglianza a tutte le forme di vita. La deep ecology si inserisce nel manifesto di ciò che George Lukacs chiamava ‘anticapitalismo romantico’, una prospettiva che guarda alla modernità capitalistica dal punto di vista delle forme di vita precapitalistiche (idealizzate).
In una recente intervista, l’ecofilosofo norvegese Arne Naess auspicava una maggiore centralizzazione della politica dicendo: ‘Credo che nel prossimo secolo ci troveremo di fronte ad un sacco di centralismo… le autorità centrali devono forzare sempre di più le comunità locali.’ Questo autoritarismo latente e questa mancanza di comprensione delle relazioni di potere politico minano in continuazione la credibilità della deep ecology come filosofia ecologica. Analogamente, il ‘compatibilismo’ delle teorie politiche di Naess, in cui tenta di mettere insieme punti di vista politici abbastanza distinti sotto lo stesso tetto, suggerisce che la deep ecology sia più un’esoterica teologia spinoziana che utile strumento di analisi.
L’approccio della società civile
Esso ha origine dalla scuola di Habermas. E’ antistatalista nel senso che propone l’arricchimento e l’espansione della società civile: sindacati, chiesa, organizzazioni volontarie e così via. Michael Walzer è uno dei maggiori fautori dell’approccio della società civile. Egli scrive: ‘Il mercato, se imbrigliato nella rete delle associazioni, in cui le forme di proprietà vengono pluralizzate, è senza dubbio il fondamento economico più coerente con il discorso della società civile… questo stesso discorso serve anche per legittimare un tipo di stato liberista e pluralista piuttosto che repubblicano (non così radicalmente dipendente dalla virtù dei cittadini)… anzi uno stato simile è necessario se devono prosperare delle associazioni.’
Ecco dunque che ancora una volta si mantiene l’idea della base dello stato e che l’economia di mercato possa essere ‘curata’. Ciò che ciascuno di questi approcci non riconosce è il potere del mercato, non solo di colpire direttamente la vita della gente ma anche la psicologia della cultura. Queste concezioni spesso ignorano la mercificazione della nostra lingua, dei costumi e delle relazioni umane. Ma, cosa più importante, e questo è il punto su cui Fotopoulos insiste, rimane inalterata l’economia di mercato che sta al centro delle crisi socioeconomiche. In ciascuno di questi approcci, c’è, pertanto una timidezza, una riluttanza ad accettare le scelte, in termini psicologici, tali approcci vengono negati. Appare chiaro come ciascuno di essi sia un’analisi contraddittoria o incompleta delle nostre attuali difficoltà : Sarebbe produttivo avere una nuova forma di sviluppo, rinnovare la nostra comprensione del mondo non umano, sviluppare tecnologie appropriate e rinvigorire la società civile. Ma queste sono condizioni insufficienti di cambiamento, se continuano a operare nell’ambito dell’esistente crescita socioeconomica. Questi approcci possono, infatti, essere visti come elaborati, seppur non intenzionali, sostenitori dello status quo. In breve, siamo chiamati a cambiare direzione, sensibilità , a enfatizzare aspetti diversi della società , ma a lasciarne intatti i caratteri fondamentali. Come ha affermato Martin O’Connor, la ’crisi ambientale ha dato alla società capitalista liberista nuove prospettive di vita. Ora, dichiarando di voler prendere in mano la salvezza dell’ambiente, il capitalismo inventa una nuova legittimazione di se stesso: l’uso sostenibile e razionale della natura.’
II
Per quanto riguarda lo sviluppo locale come alternativa strategica la prima e più ovvia difficoltà è che c’è un solo sistema economico e un’ortodossia politica sempre più unificata. In questo mondo raccogliamo tutti la sfida della Pepsi, Coca Cola è di più. Funzionare a livello locale in modo significativo vuol dire contraddire l’ethos della società di massa. Fisicamente, le città vengono progettate e stabilite come entità metropolitane, deliberatamente opposte alla comunità . Il loro fondamento sta nel consumo metropolitano. L’intimità e la coesione sociale sono precisamente ciò contro cui la città si è sviluppata. L’essere in pieno accordo con le variabili ecologiche tramite la coltivazione alimentare non è ciò per cui la città si impegna o da cui si è sviluppata.
Sviluppare le economie locali, le strutture decisionali o solo dei luoghi di dibattito equivale a contraddire la ‘espertocrazia’. La partecipazione si oppone all’esclusione, e l’esclusione non è solo questione di ethos, ma un aspetto sistemico della nostra società . A parte le limitazioni fisiche e psico-geografiche della città come è oggi concepita, vi è poi il più ampio problema del modo in cui i nostri modelli economici rispecchiano quelli di sanità , educazione, alloggio e di ogni sfera di produzione in cui si accentua la divisione del lavoro. Secondo Andre Gorz, ciò che è ‘vero in modo particolare ed evidente delle espertocrazie, è che esse negano agli individui la capacità di giudizio e li assoggettano ad un’autorità illuminata, pretendendo di rappresentare gli interessi più alti di una causa che va oltre la loro comprensione.’ Questa, per Gorz, è la ragione fondamentale della divisione fra l’ala tecnocratica del movimento e la sua controparte radicale democratica.’ Egli sostiene che:
Il movimento ecologico è nato molto prima del deterioramento dell’ambiente, e la qualità della vita fece sorgere la questione della sopravvivenza umana. Sorse originariamente da una protesta spontanea contro la distruzione della cultura della vita quotidiana da parte degli apparati di potere economico e amministrativo. Per ‘cultura della vita quotidiana’ intendo l’intero e ovvio insieme di conoscenze tecniche intuitive o locali (nel senso dato loro da Ivan Illich), delle abitudini, delle norme e dei modi di comportamento che permettono agli individui di comprendere, di assumersi la responsabilità per il modo in cui abitano il mondo circostante.
Le forze contrapposte di integrazione o diversità sono allora al centro del discorso di come giungere a uno sviluppo locale come alternativa strategica. Gorz continua: ‘La ‘difesa della natura’ dovrebbe pertanto essere originariamente intesa come difesa del mondo naturale, definito essenzialmente come un mondo in cui il risultato delle attività corrisponda alle intenzioni che le hanno originate; in altre parole, che gli individui sociali vedano, comprendano e accettino il risultato quale conseguenza delle loro azioni.’16 A fianco di questi fallimenti, e di questa divisione in specialismi ristretti, le nostre esperienze nella grande e disordinata massa urbana hanno minato il nostro senso di sicurezza. ‘Lo stesso contesto della società moderna confina le persone a progetti che non sono i loro, ma da ogni lato, tali cambiamenti premono ora su uomini e donne della società di massa, i quali di conseguenza sentono di non avere uno scopo in un epoca in cui sono senza potere.’
Tali limitazioni necessitano anzitutto di essere identificate e riconosciute, prima che si possa cominciare a parlare di ‘sviluppo locale come alternativa strategica’. Come ha di recente puntualizzato Brendan Martin nell’Ecologist magazine [La rivista dell’ecologista]:
Il modello di sviluppo neo-liberista non solo restringe ciò che si può decidere: sposta chi decide.
Il primo ostacolo, allora, per lo sviluppo locale è che le decisioni e il potere si trovano sempre più altrove.
Sebbene l’analisi di Martin di ciò che egli chiama la ‘nuova geografia del potere’ sia fino a questo punto accurata, vale la pena continuare con il suo discorso per sottolinearne le difficoltà :
Da un lato, si deve fare in modo che le organizzazioni internazionali, dalla Banca mondiale alla stessa corporazione transnazionale rispondano a quelle persone la cui vita viene da essi modellata. Le campagne per la fine dell’apartheid o la promozione del latte in polvere per bambini hanno mostrato quanto l’azione internazionale concordata possa influire sulle politiche di tali istituzioni. Ma la democratizzazione dell’internazionalizzazione degli affari economici ha un limite. Per tale ragione, è tanto più essenziale che l’autorità degli stati nazionali e locali sia democraticamente restaurata. Un ruolo fondamentale per gli stati nella salvaguardia e nella garanzia del benessere economico e sociale dei loro cittadini è una condizione di governo democratico.
Ecco una difficoltà in questo tipo di analisi ecosocialista. Ciò che qui manca è un’analisi profonda dello Stato e di come esso possa in effetti essere parte di questo processo. Nello schema di Martin, invece, lo Stato è un’entità priva di valore che ha bisogno di riforme. A mio avviso ciò male interpreta la relazione fra stato e mercato. Egli continua:
Ciò non implica una ritirata nella balcanizzazione o nel nazionalismo, al contrario, quelli sono i maggiori effetti del fallimento ai quali rivolgere tali questioni, poiché, in un modo o nell’altro, la gente insisterà nel riprendersi il potere perduto. Quello che ci vuole è un equilibrio di potere fra i vari livelli della società umana (dalle comunità globali a quelle locali) con decisioni quanto più possibile decentralizzate.
Credo sia ottimistico presumere che la gente ‘insisterà nel riprendersi il potere perduto’. Primo perché siamo spesso incoraggiati a credere che tale perdita sia nel nostro interesse, secondo perché è spesso impossibile concepire un modo in cui possiamo riconquistare il controllo delle nostre vite. Inoltre, una risposta protezionistica e nazionalistica a queste tendenze è precisamente ciò che vediamo in America e in Europa in cui la destra è a capo dell’opposizione all’Unione Europea. In sunto, Martin offre una ricetta a tali problemi, dicendo:
Ciò che si vuole è una nuova combinazione di stato, mercato e società civile, per spostare la gestione del potere e delle risorse dai pochi ai molti. Il modo giusto per garantirlo deve variare secondo le circostanze locali. Eppure, per quanto parti diverse del mondo abbiano sfide diverse, esse hanno anche molto in comune. Non dobbiamo vivere a Utopia per chiedere che lo stato sia efficiente ed efficace nel suo uso delle risorse della società e flessibile nel rispondere ai suoi mutevoli bisogni e desideri. Ecco perché il progetto di stabilire un equilibrio fra stato, mercato e società deve trovare espressione nel modo in cui le istituzioni svolgono le loro funzioni e sono in relazione con le persone che servono.
Il fulcro del problema è allora qui:
Secondo i neoliberisti, gli individui operano scelte economiche e sociali razionali solo tramite il mercato. Per gli statalisti, lo stato è l’unico custode degli interessi della società , e le sue decisioni la loro sola espressione affidabile, con o senza libere elezioni. Mentre un’ideologia cerca di subordinare lo stato al mercato, e l’altra il mercato allo stato, entrambe subordinano la volontà della società e i suoi mezzi di espressione. L’alternativa è che lo stato e il mercato si mettano al servizio della società , e non che la società sia schiava dell’uno o dell’altro. I concetti chiave al centro di tale approccio, democrazia e cittadinanza, non sono affatto nuovi, ma ogni tappa dello sviluppo ne ha richiesto una ridefinizione. Se il prossimo secolo sarà contrassegnato da unità e armonia, piuttosto che da divisioni e conflitti dipende non poco da che cosa la democrazia e la cittadinanza devono significare in un’era di globalizzazione.’
Questa è una classica analisi politica contemporanea, in cui ‘unità e armonia’ sono viste in se stesse come qualcosa di buono, come se non ci fosse nessun vero conflitto di interessi; non esistesse alcun problema reale che non possa essere risolto essendo semplicemente più efficienti, riflettendo più chiaramente su un soggetto. Lo stato, il mercato e la società hanno una relazione poco sana, non perché ci sia qualcosa di intrinsecamente sbagliato in o di loro, o così dicono, o perché rappresentino interessi particolari, ma perché sono male schierati. La ‘società ’ è una forza unificata e coesiva. Questa è politica che deriva dalla politica, è uno degli elementi chiave che nel movimento dell’ecologia non vanno. E’ una teoria di gestione che si infiltra in aree di discorso inappropriate, e che riflette essa stessa un più ampio problema di linguaggio e dibattito, al punto di essere totalmente insapore.
Nella terza sezione del mio intervento, vorrei tornare a parlare in questi termini, ma prima vorrei esaminare alcune domande più ampie sollevate dagli scritti di Takis e Brendan:
Fino a che punto dobbiamo concepire il programma di ‘nuovo progetto urbano’ come positivo processo di ricostruzione, o dobbiamo immaginarlo in termini di lotta? (la sconfitta dello stato libero di Pollock)
Come ci poniamo di fronte alla realtà , e cioè che l’élite che comanda considera i costi di prevenzione una minaccia più spaventosa del problema stesso?
Come procediamo se supponiamo, come fa questa analisi, che l’economia di mercato e lo stato stesso siano fenomeni antiecologici?
Come distinguiamo i progetti autentici di sviluppo locale da quelli che sostengono o inaspriscono la nostra situazione?
Parte II – La letteratura della località
‘Il vero oggetto della politica è di creare le istituzioni che, con l’essere interiorizzate dall’individuo, facilitano maggiormente l’accesso alla loro autonomia individuale, nonché la loro partecipazione affettiva a tutte le forme di potere esplicito esistenti nella società .’
Cornelius Castoriadis
Nella seconda sezione di questo intervento, sarà utile sottolineare i compiti più pratici che identifico nel programma ‘verso lo sviluppo locale come alternativa strategica’. Un primo passo è di stabilire l’ecologia della città come problema comune che ci coinvolge tutti. Sebbene vi siano frequenti scontri di interesse fra gruppi all’interno della società (automobilisti e ciclisti, impiegati nel settore dell’energia nucleare e ambientalisti), si può dare una migliore testimonianza dell’interesse generale quando si ridefinisce ‘l’ambiente’. Richard Moore (del Southwest Network for Environmental and Economic Justice) [Rete del Sud Ovest per la giustizia ambientale ed economica] ha definito l’ambiente come ‘il luogo dove lavoriamo, viviamo e ci svaghiamo’. Questo è un punto importante, poiché ci chiede di definire l’ambiente non come un ‘altrove’, un luogo lontano dove succedono eventi negativi, o una nozione astratta (come il cambiamento climatico), ma riguardo a situazioni che sono vicine, intime e minacciose. E’ quindi necessario, negli anni che verranno, ridefinire l’ambiente come problema comune, piuttosto che come parte di una gamma di questioni di interesse di gruppo. Una difficoltà , qui, è che la politica stessa viene considerata una gamma di dibattiti privati, e questa è parte di un malessere più esteso in cui la società stessa viene ripudiata. Ridefinire l’ambiente può dunque avere per noi il potenziale di riconsiderare noi stessi come un collettivo con interessi comuni e obiettivi condivisi.
La città nella regione
In termini di tutela del territorio non sviluppato esistente e della diversità delle specie, la conservazione rurale diviene un fattore essenziale. Ma se si considera il modo in cui percepiamo tali questioni e dibattiti, essa è dannosa se si focalizza solo su di esso, poiché ha l’effetto o di escludere la gente dal nostro considerare la campagna, o di escludere ‘l’ambiente dalla città ’, alimentando così in entrambe le azioni il dualismo fra società e natura. Come afferma il pioniere ecologo scozzese Frank Fraser Darling, parlando del recente spopolamento delle Highlands: ‘Se il cittadino spossato cerca il raggiungimento di una conoscenza e di una rivalutazione ecologica, non vorrà necessariamente che la sua landa corrisponda alla desolazione causata dalla devastazione della terra da parte della sua stessa specie. La devastazione operata dall’uomo non crea nessuna condizione per la stabilità psicologica di una popolazione nel suo insieme.’ Dobbiamo andare oltre la conservazione di questo ‘landa’, creando ‘parchi nazionali’ che tutelino la campagna e così via. L’ambiente è il luogo in cui lavoriamo, viviamo e ci svaghiamo. Dobbiamo essere in grado di prendere decisioni importanti riguardo quell’ambiente, che ora, per la maggior parte delle persone, è la città . Questa chiarificazione è utile perché comincia a fornire le basi del movimento ecologico. Tale processo di riconsiderazione dell’‘ambiente’ come il luogo in cui viviamo noi piuttosto che gli altri è un antidoto al ‘nimbismo’ e all’atteggiamento alquanto accondiscendente del Nord verso ‘i paesi in via di sviluppo’, che si rispecchia spesso nei desideri dei cittadini nei confronti della campagna.
Lo scrittore americano Wendell Berry afferma: ‘La sola città sostenibile, e questo, per me, è un ideale e un obiettivo indispensabile, è una città in equilibrio con la sua campagna: una città , cioè, che vive fuori dal sistema del reddito ecologico della regione che la sostiene, pagando man mano tutti i suoi debiti ecologici e urbani.’ Ecco le cinque leggi di conservazione ed economia locale di Wendell Berry. Penso che qui ‘territorio’ sia una metafora diretta di ‘ambiente’.
Non si può opportunamente aver cura di un territorio se la popolazione non lo conosce intimamente, non sa come occuparsene, non è fortemente motivata a farlo e non ne può affrontare il fatto di prendersene cura.
Una popolazione non può essere adeguatamente spinta ad interessarsi del territorio da principi generali o incentivi meramente economici, cioè, non se ne curerà unicamente perché pensa che dovrebbe o perché viene pagata da qualcuno.
Una popolazione è motivata a curarsi del territorio fino al punto in cui il suo interesse sia diretto, fidato e permanente.
Una popolazione è motivata ad interessarsi del territorio qualora possa ragionevolmente aspettarsi di viverci per tutta la vita. Ciò avverrà in modo molto più sentito se tale garanzia verrà assicurata anche ai figli e ai nipoti. Ciò che è necessario, in altre parole, è l’instaurarsi di una mutua appartenenza: essi devono sentire che il territorio appartiene loro, che essi vi appartengono e che questa appartenenza è un fatto radicato e scevro da minacce.
C’è un limite alla quantità di terreno che si può possedere, prima che un proprietario possa curarsene adeguatamente. Il bisogno di attenzione aumenta con l’intensità dell’uso. Ma la qualità di tale attenzione diminuisce con l’aumentare della superficie in acri.
Ed ecco tornare qui in gioco ancora la questione di scala. Forse è più facile legarsi a queste idee immaginando una casa colonica, o una comunità agricola. Le nostre vite urbane sono esistenze fratturate, mobili, in cui i principi di stabilità , continuità e impegno sembrano aliene in un ambiente in cui abbiamo telefoni cellulari, forni a microonde e accessori che ci permettono di fare molte cose in modo assai veloce. Il mio sospetto è che dovremo educare ciò che Elisee Reclus e Patrick Geddes chiamano la ‘letteratura della località ’, se vogliamo muoverci verso una comprensione di queste cinque leggi in termini di città . La sregolatezza della vita urbana contemporanea è un aspetto comune che non si può facilmente superare con problemi endemici di alloggio e disoccupazione. Forse un ideale più raggiungibile e progressivo è che la gente abbia un coinvolgimento più generale nella comunità in cui vive, e che vi venga promosso un principio più genuino di ‘mutua appartenenza’.
La letteratura della località
Il bioregionalismo offre una visione parziale ma incompleta di tale processo. Secondo Kilpatrick Sale, la bioregione è un’area ‘definita dalle sue forme di vita, la sua topografia e i suoi biota, piuttosto che dai dettami umani; una regione governata dalla natura, non dal suo corpo legislativo.’ Tali regioni sono notoriamente difficili da definire e potrebbero non legarsi in alcun modo alle regioni culturali-politiche dall’importanza opprimente, e quindi qual è la pertinenza del bioregionalismo con la Belfast orientale o occidentale, che potrebbe condividere tutti i criteri sopra menzionati?
Una città eco-sostenibile deve essere un luogo con una propria posizione psicologica ed ecologica nella sua regione, e questo è il punto di partenza per ogni azione ulteriore. Ciò può voler dire che alcune città sono essenzialmente non sostenibili. Sarebbe difficile immaginare i cambiamenti necessari a Las Vegas per diventare sostenibile. Luoghi come quello sono da considerarsi inappropriati, se si considerano semplicemente i criteri ecologici di base. Le cinque leggi di Berry sono semplici misure pratiche, e nonostante questo sembrano stranamente irraggiungibili.
Per combattere questo atteggiamento dovremmo considerare aree specifiche in cui i cambiamenti facilitano una ‘letteratura della località ’, e in detto processo alimentare una maturità e un impegno civili. Possiamo parlare di molte misure da intraprendere per trasformare le nostre città : dal vietare l’accesso alle auto, al trasformare le strade in zona pedonale, all’introdurre l’allevamento di pesci e l’agricoltura urbana come mezzo per sviluppare relazioni fra le persone e il loro ambiente. Anche la coltivazione assistita dalla comunità rappresenta un’opportunità di sviluppare legami fra il produttore e il consumatore. Le economie locali possono essere rivitalizzate se sciolte dal vincolo del denaro contante attraverso gli schemi del LETS. Lo smaltimento e il riciclaggio dei rifiuti offre un’esperienza valida di apprendimento per quanto riguarda i sistemi fondamentali di recupero ecologico. Si possono assumere alcuni criteri base sulla base di questi fattori per esigerne l’efficacia. Il progetto ‘Reclaiming the Streets’[‘Chiedere indietro le strade’] ha il potenziale di essere un esercizio per espandere il regno pubblico come pure un’opportunità di riduzione dell’inquinamento dell’aria. In modo simile, l’agricoltura urbana può avere un effetto di trasformazione più ampio piuttosto che uno meramente dietetico. Gli schemi del LETS possono costituire l’opportunità di lanciare un’economia locale, come pure uno spazio di comunicazione, ma possono anche venire ridotti ad un esercizio delle sottigliezze della classe media. Valutare criticamente questi progetti è di cardinale importanza per il loro successo. Questi esercizi sono tuttavia procedure per rafforzare o per proteggere la mia esperienza di vita in un mondo orrendo? E’ questo un esercizio di potenziale trasformazione o di miglioramento (per la Local Agenda 21 equivarrebbe a chiedersi se tale processo sollevi i politici dalla responsabilità con falsi ‘poteri di comunità ’ o se sfidi interessi camuffati)? Queste strutture offrono un’opportunità alla democrazia o sostengono l’ordine stabilito? Contribuiscono a una forma di autopoiesi negativa?
I progetti radicali devono impegnarsi in modo attivo con la società più ampia sia nei loro momenti di creazione che nella loro esistenza continuata, se devono essere forieri di rivoluzioni o trasformazioni piuttosto che mettere semplicemente insieme la gente in una società altamente atomizzata. Si deve promuovere, dare energia e facilitare il regno pubblico, non scapparne via. In secondo luogo, siamo legati inestricabilmente al resto del mondo attraverso l’esperienza del viaggio, dello scambio e delle comunicazioni globali, in modo tale da rendere qualunque ritirata impossibile (anche se desiderabile). Terzo, sebbene io stia difendendo una democrazia locale, ciò non implica l’esistenza di una economia chiusa, ma solo che dovrebbe esserci un’interdipendenza di beni e che la produzione alimentare dovrebbe essere progressivamente aumentata.
Riassumendo, qui vengono presentate tre idee specifiche:
Dobbiamo tentare di ridefinire l’ambiente come problema comune e concentrarci sui progetti a livello urbano. Questo significa sfidare le percezioni generalizzate di politica ecologica, il movimento ambientale e quello pubblico generale.
Dobbiamo tentare di trasporre in un contesto urbano le ‘leggi’ per una buona gestione del territorio. Esse si possono riassumere con le parole continuità , intimità , scala e responsabilità .
Possiamo sperimentare nuove produzioni alimentari e cercare di eliminare vecchi schemi di consumo. Siamo di sicuro in possesso dell’immaginazione e delle abilità tecniche necessarie per trasformare la vita di città con trasporti e programmi di alloggio e di trasporto innovativi. Ma queste innovazioni tecniche non dovrebbero essere viste come fini a se stesse, ma come passi verso uno sviluppo locale avente come massimo obiettivo una riconsiderazione della democrazia a livello municipale.
Ciò che sembra mancare in questo quadro fino ad ora è il meccanismo o il movimento con il quale si raggiungono tali traguardi. Nella parte finale di questo intervento vorrei discutere alcuni modi possibili per procedere in tal senso.
Parte III – Ecologia urbana
Vera cittadinanza ed ecologia sociale: diversità e partecipazione
‘L’essere umano è, nel senso più letterale, uno zoon politikon, e quindi un animale non puramente gregario, ma che può individuare se stesso solo all’interno della società ’.
Karl Marx, Grundrisse: Foundations of the Critique of Political Economy [Grundrisse: fondamenti di critica dell’economia globale], Trad. in inglese di Martin Nicolaus (New York: Vintage, 1973) p.85 dell’edizione americana
Brendan Martin ha ragione, la democrazia e la cittadinanza sono i termini decisivi. Ma, come ha recentemente scritto Paul Barry Clarke, la cittadinanza, se usata solo come puro e semplice significante di status, ‘è un meccanismo che esclude tutto al di fuori di un minimo impegno politico da parte della maggioranza della popolazione… In questa esclusione essa può avere un successo tale da diventare parte di un’egemonia generalizzata e quasi invisibile.’
Dopo aver identificato quali siano le costrizioni (o i criteri) all’interno della nostra comprensione dello sviluppo locale come alternativa strategica, dobbiamo anche dare una struttura positiva al progetto. Si tende spesso a criticare le strategie campanilistiche, in quanto si schierano contro la tendenza multiculturale di una società metropolitana. Il peggior difetto degli ambientalisti che difendono la decentralizzazione è di considerare la piccola comunità in modo romantico e di ignorare le trappole del provincialismo, delle lotte interne serrate e del ritardo culturale. Ci sono tuttavia altri fattori che si oppongono a questo pericolo. Il primo è che le eco-comunità non possono vivere nel vuoto, e si dissolverebbero nell’indulgenza se non fossero connesse, fisicamente e politicamente, al mondo in generale. Proprio come il ‘socialismo in una nazione’ si è dimostrato impossibile, lo stesso avverrà per l’‘ecologia in una comunità ’. Pertanto l’eco-monasticismo depoliticizzato e isolato rappresenta una ritrattazione tanto perniciosa quanto il minimo egocentrismo. Si pensa che le comunità confederate possano decadere in un barbarismo provinciale in cui viene disapprovata la differenza, e che le abitudini culturali possano sostituire l’uguaglianza di fronte alla legge. Nel sottolineare l’antro e la bio-diversità come fulcro dello sviluppo locale, includiamo pure questo problema.
Nell’articolare, quindi, una politica riconcepita come una democrazia diretta, locale e partecipatoria, diamo origine ad una concezione più radicale della coscienza di se stessi. Una ‘democrazia inclusiva’, per dirla come Fotopoulos, è un rischio marcatamente differente da una democrazia rappresentativa. E questo non solo perché sarebbe praticamente più efficiente e più inerente all’ecologia, ma perché potrebbe avere conseguenze più ampie.
Prima ho citato Brendan Martin dicendo: ‘Non dobbiamo vivere in Utopia per esigere che lo stato sia efficiente ed efficace nel suo uso delle risorse della società e flessibile nel rispondere ai suoi mutevoli bisogni e desideri.’ Vorrei ora concentrare il mio intervento sul fatto che è abbastanza utopistico aspettarsi un tale comportamento dallo stato, nel senso che non ci porta ‘da nessuna parte’. Se per i neoliberisti siamo essenzialmente consumatori, e per gli statalisti siamo essenzialmente esseri discordanti e irrazionali predisposti al conflitto e all’interesse personale, nel criticare le loro economie politiche bisogna criticare anche la concezione base della coscienza di sé. Se dobbiamo sviluppare un luogo di discussione locale come alternativa strategica senza i corpi mutilanti del mercato e dello stato, è nostro compito farlo formulando una comprensione alternativa della coscienza di sé.
Questo è essenzialmente ciò che si è provato a fare attraverso gli argomenti sollevati dall’Aristotelismo di sinistra, come articolati da John Ely, che scrive:
Come base della sua versione di ‘autonomia’, l’aristotelismo di sinistra insiste nel fare del cittadino, e non del soggetto, la sua categoria centrale per individui che agiscono e partecipano… la prospettiva di tale dottrina dà rilievo alle radici del concetto di soggetto, cioè soggetto, o subordinato come nel senso di ‘suddito del monarca’, cioè nel significato originale di sub-iectio, ‘abbattuto’, ‘sottomesso’, ‘subordinato’.
Questa è l’essenza del dialogo pubblico e di quello della comunità . E’ la manifestazione di una politica concepita in modo adeguato, che per Castoriadis vuol dire venire ‘definita come l’esplicita attività collettiva che aspira ad essere lucida (riflessiva e ponderata) e il cui soggetto è l’istituzione della società in quanto tale… si assiste pertanto alla nascita, ancorché parziale, della persona che se ne occupa.’ Si può vedere quindi che la relazione, la posizione e il potere dell’individuo e del collettivo è un aspetto cruciale. La coscienza di sé, l’autenticità e la partecipazione si possono considerare come gli elementi chiave nella continuazione della pressione immanente, ciò che Bloch chiama il principio della speranza. Egli afferma, infatti, che ‘abbiamo in noi ciò che possiamo diventare… in tale stato la popolazione è sulla punta della sua stessa lingua, solo che non sa ancora che sapore ha.’
Le possibilità di successo dello sviluppo locale come alternativa strategica si basano, allora, sulla difesa della politica, sull’idea che siamo decisionisti capaci e competenti piuttosto che intrinsecamente buoni. Questa è un’equazione più pratica che morale, in cui tuttavia ci sono gravi problemi, come ha sostenuto Murray Bookchin:
Il processo è interattivo e autoformativo. Si può scegliere di essere d’accordo con Marx sul fatto che ‘gli uomini’ formano se stessi come produttori di cose materiali, con Fichte sull’idea che essi lo fanno come individui eticamente motivati, con Aristotele sul principio che agiscano come cittadini nella polis, infine con Bakunin quando dice che il loro obiettivo è la ricerca della libertà . Nell’assenza di autogestione in tutte queste aree della vita (economica, etica o libertaria), viene dolorosamente a mancare la formazione del carattere che trasformi ‘gli uomini’ da oggetti passivi a soggetti attivi.’
Secondo Clark, Bookchin universalizza la concezione di Aristotele dell’essere umano come zoon politikon (essere politico). Come può questo progetto teorico essere autosufficiente in un mondo in cui l’‘istinto per la libertà ’ di Bakunin sembra essere stato permanentemente sostituito dall’apatia, dalla deferenza, e, se non da un sorriso di soddisfazione, almeno da una smorfia fissa in volto? Chi è docile, religioso e insensatamente felice vive oggi accanto a chi viene sfruttato ed è disilluso, partecipando in modo solo nominale ad una società degenerata. La domanda rimane: come divincolarsi dalla realtà virtuale illusoria della democrazia rappresentativa? Come muoversi verso una persona ‘autoformativa’ e ‘interattiva’ entro i confini di un sistema che ha istituzionalizzato forme che negano tale processo?
II
Abbiamo dato uno sguardo veloce al contesto del dibattito sullo sviluppo locale come alternativa strategica, ed anche ad alcune considerazioni pratiche. In quest’ultima sezione vorrei discutere alcuni degli elementi politici e filosofici in gioco. L’aver identificato il luogo in cui si deve svolgere lo sviluppo alternativo (la città , o la città nella regione) sembra importante, ma dobbiamo anche riconoscere che il soggetto è il cittadino nella comunità . Solo un rinnovato senso della cittadinanza, della condivisione dei problemi e di un’intesa comune renderanno autosufficiente una politica democratica in cui prosperi un senso reale di proposito ecologico.
Vera cittadinanza
Vorrei approfondire alcuni punti del pensiero innovativo pubblicate da Paul Barry Clarke all’Università dell’Essex. Egli ha sviluppato un’analisi della cittadinanza utile per migliorare la nostra comprensione. Scrive:
La narrativa da cui traeva spunto la politica aveva insite almeno due possibilità opposte. La prima considerava la politica e la cittadinanza solamente come aspetti della vita, mentre per la seconda esse ne erano i momenti centrali. Questa distinzione è di primaria importanza, poiché in una di esse la cittadinanza è solo un’aggiunta alla vita, mentre nell’altra, la cittadinanza concepita come la modalità politica dell’essere è di un’importanza tale da definire ciò che è caratteristico dell’essere umano.
Sebbene gli scritti di Clarke manchino di una qualunque comprensione ecologica, forniscono un utile punto di partenza per un ulteriore dibattito. Questi sforzi a difesa della politica rappresentano una sfida della nostra concezione del sé minimo e dello stato pluralista, come pure del potenziale di energia creativa e della fiducia nell’ingenuità umana.
La domanda ‘Chi sono io?’, che è stata bollata come tema centrale di riflessione del cittadino contemporaneo più illuminato, deve essere sostituita dalla domanda ‘Chi siamo noi, e cosa possiamo diventare?’. La risposta, implicita in molte teorie politiche, è che siamo esseri materialmente insaziabili, incapaci di gestire le nostre comunità , e guidati dal bisogno di dominare il nostro prossimo e il mondo non umano. Per di più, c’è un’altra ipotesi che deriva direttamente da questa, cioè che esiste un certo tipo di dinamica invisibile alla scala e all’organizzazione della nostra società che ci impedisce di ‘diventare’ qualcos’altro. Nel rifiutare questa definizione di esseri umani e della loro società , e nel credere che le nostre forme di organizzazione politica e sociale siano rudimentali, incomplete, sono d’accordo con Carl Friedrich, che ha affermato:
Non si può più definire l’‘uomo’ senza ‘comunità ’ politica di quanto non si possa definire la comunità politica senza l’uomo. Tutte le prove disponibili supportano la visione solitamente attribuibile ad Aristotele secondo cui l’uomo è un ‘essere politico’ nel senso di membro di una comunità che può essere compreso solo all’interno del contesto di rapporti con altri esseri simili.
Soltanto un cittadino generalista che prende decisioni responsabili può aspirare a questo stato. Solo le comunità rinvigorite hanno la capacità di formare un contesto ideale per una diversità di opinione e dei forum non mediati di discussione. Solo se tali comunità sono ‘situate’ entro una più ampia concezione di città nella regione, esse saranno potenzialmente autosufficienti sia a livello ecologico che politico. Come ha affermato Ivan Illich: ‘Solo con iniziative del cittadino e tecnologie radicali che sfidano in modo diretto la dominazione insinuante di professioni invalidanti si aprirà il cammino per la libertà verso una competenza non gerarchica e basata sulla comunità … Il primo passo è assumere una posizione scettica e non deferente del cittadino verso l’esperto professionista… La ricostruzione sociale comincia con un dubbio sorto fra i cittadini.’
Per Hannah Arendt, una delle filosofe contemporanee più ignorate e sottovalutate, questo approccio relazionale al pensiero e al decisionismo è cruciale, al fine di non essere soggetti ad una cieca obbedienza e ad una deferenza senza discussioni. Secondo l’autrice, il regno pubblico è un’ulteriore requisito fondamentale per questo tipo di democrazia faccia a faccia, che descrive come un ‘palco pubblico’ o una ‘tavola’ attorno a cui ci riuniamo:
‘Vivere insieme significa essenzialmente che un mondo di cose sta fra coloro che le condividono proprio come una tavola si trova fra coloro che vi siedono attorno; il mondo, come ogni via di mezzo, lega e separa gli uomini al tempo stesso. Il mondo comune ci ‘riunisce e tuttavia impedisce il nostro cadere gli uni sugli altri, per così dire. Io posso creare uno spazio pubblico fra gli individui, all’interno del quale sia fattibile un’azione politica e gli affari del mondo comune diventino visibili a tutti, e possano essere osservati e discussi da tutti i punti di vista. In essa, inoltre, i cittadini che partecipano essi stessi al regno pubblico diventano attori visibili su un palco comune.’
In questo breve estratto risiede la connessione fra democrazia ed ecologia, diversità e partecipazione. Proprio nel momento in cui dobbiamo comprendere noi stessi come individui in relazione ad altri individui e al mondo che ci appartiene, acquistiamo così una migliore coscienza di noi come specie, agendo in modo positivo ed etico nelle nostre relazioni con gli altri. Tale concezione è un insieme organico, che tuttavia si impegna a giungere ad un’autotrasformazione, come ha evidenziato John Clark:
‘L’autorealizzazione è incomprensibile se si esclude l’interazione dialettica di ciascuno con altre persone, con la comunità … Il traguardo è quindi la rivelazione simultanea dell’individualità e dell’essere sociale… La sostituzione dell’ego ‘svuotato’ della società consumistica con una coscienza di sé così ampiamente sviluppata è uno degli scopi principali dell’ecologia sociale.’
Comunità e coscienza di sé
Un sé più autentico deve trovare una sua collocazione dove una volta veniva intralciato. La città nella regione, la creazione e la risurrezione del rituale di segnare il tempo che passa, e il processo di crescita e decadenza possono essere d’aiuto in tal senso. Ritengo tuttavia che gli individui, in modo particolare, possano trovare più sostegno nella ‘intimità della comunità ’ che nella ‘privacy dell’ambiente domestico’. Lo zoon politikon, allora, ha bisogno del sostegno della collettività , nel contesto di una eco-comunità stabile, come pure dell’apertura mentale che normalmente chiamiamo cosmopolita.
Se quindi la municipalità è il livello in cui il regno pubblico trova la sua espressione istituzionale, questa deve manifestarsi sia ad un livello superiore che inferiore. Il municipalismo deve scaturire dall’organizzazione della comunità locale e collegarsi anche a livello regionale. Per quest’ultimo la città nella regione ha così una definizione al tempo stesso economica, geografica e agricola, rafforzando in tal modo la sua stabilità forse inizialmente fragile.
Non farò le mie scuse per il tono eutopistico di parte di questa analisi critica, poiché non credo che la chiave per lo ‘sviluppo locale come alternativa strategica’ risieda in una conquista tecnica, in una politica illuminata o cose simili (benché ciascuna di esse possa avere la sua utilità ). Ho cominciato parlando di contraddizioni, e ne rimangono molte, anche se almeno non fra comunità che vengono paralizzate e depotenziate dalle realtà economiche ed ecologiche, e qui mi riferisco alle città nucleari). Se si è suggerito che la società debba venire ricostruita dai suoi membri per creare la base di una nuova autonomia locale, si è anche detto che la filosofia, la politica e la democrazia condividono un punto comune su cui concentrarsi, cioè ‘la domanda’ e il rifiuto dei valori preconcetti. Quest’ultimo, come ho affermato, deve rinascere al posto di uno spiritualismo vacuo, per farci muovere verso un’ecologia democratica. Come ha scritto Shiraz Dossa:
Per gli uomini che condividono la stessa condizione umana, il regno pubblico è la forma più elevata di associazione umana. Il riconoscere questa verità in un’epoca completamente persuasa che la vita privata, gli interessi privati e la sensibilità privata siano i beni umani più importanti, è riscoprire l’umanità e la moralità della comunità politica e della cittadinanza… Lo zoon politikon, come ben sapevano Aristotele e Arendt, usufruisce del potere della parola, della facoltà di ragionare e della capacità di essere giusto.
Se la coscienza di sé viene imposta dagli ostacoli alla sua espressione e alla sua lotta per superarli, avviene che la comunità in cui si trovano rifiuti tossici o inceneritori acquisti forza da questo insulto. La comunità trae forza da questo attacco perché, come nota Ernst Bloch, ‘Esiste un diritto fondamentale alla comunità , all’umanesimo, che si estende alla politica ed ai suoi propositi… L’arte non è sola quando stringe nelle sue mani la dignità dell’umanità .’ Questa è la stessa comunità in cui il contributo sociale dello Stato, che diminuisce sempre più, offre delle speranze in modo perverso. La sfortuna dello stato è l’opportunità della comunità , e la possibilità per noi di salvare la nostra esistenza dai pericoli che la minacciano.
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