In questa orgia di festeggiamenti per la vittoria pallonara, i nostri massimi dirigenti politici scorgono complesse connessioni con una nuova unità nazionale, un rinnovato ottimismo, un possibile aumento dei consumi e del PIL, e associano televisivamente i loro faccioni vecchiotti e un po´ sfatti ai bei volti dei calciatori vincitori nel segno comune della vittoria [Paolo De Gregorio]. Già questo ci dice qualcosa sull´ambiente “sportivo” di cui parliamo.
Un´altra sensazione impalpabile, ma netta, è stata quella che quel “quid” in più che i calciatori avevano nella concentrazione e nell´impegno derivasse dal fatto che solo una vittoria avrebbe realizzato una sorta di catarsi, un colpo di spugna su tutte le porcherie di doping e corruzione, di cui i calciatori erano a piena conoscenza e coinvolti.
La vittoria come “ordalia”, il famoso “giudizio divino” dei cavalieri medioevali che andava conquistato in battaglia e stabiliva che il vincitore era puro e nelle grazie del Signore.
Mi dispiace dirlo, ma quando vedo in TV le facce dei nostri emigrati in Germania, commossi e riconoscenti, che dicono che questa vittoria è per loro un riscatto e una rivincita, ho l´impressione che si contentino di una illusione, e ciò dimostra, con la forza di un teorema, la perversità di identificarsi in una vittoria altrui, soprattutto da parte di chi non ha mai vinto niente e poi resta subalterno nella società reale.
Un altro aspetto che non mi fa amare queste entusiastiche celebrazioni di vittoria, mi perdonerete, è quasi filosofico, nel senso che si celebrano le “categorie del più forte e della sconfitta dell´avversario” che, pur in una cornice apparentemente sportiva, appaiono come pilastri culturali dell´umanità, “archetipi” immutati fin dai tempi dell´Impero Romano. Anche l´uso del Circo Massimo per celebrare l´evento mi sembra una notevole continuità antropologica e culturale.
Ciò che viene enfatizzato come amor di patria e passione sportiva, è soltanto la piena accettazione di una società basata sulla competizione, sulla legge del più forte e sulla supremazia sugli altri.
La “scuola” da cui i calciatori mondiali provengono è quella delle società di calcio ormai divenute SPA e quindi fuori dalle categorie sportive, che sono un concentrato dei peggiori difetti della nostra civiltà: antidemocratiche, che inneggiano al “Principe Mecenate” che con il denaro assicura la vittoria, corrotte e drogate, che attirano violenti, intolleranti, estremisti politici, a dimostrazione geometrica che la “metafora del gioco del calcio” assomiglia più a una guerra di tutti contro tutti, e rappresenta il più antico degli “archetipi” culturali.
I mediocri politici e la mediocre stampa si accomodano compiaciuti sulla “positività” di questa vittoria, e la spremeranno al massimo strumentalizzandola a loro favore.
Personalmente penso che i sentimenti evocati da questa vittoria: siamo vincenti, orgogliosi di essere italiani, la accentuazione nazionalista, l´ottimismo a buon mercato, siano aria fritta e ci allontanano dalla comprensione dei veri problemi del nostro tempo, mentre sono formidabili puntelli a sostegno della legge del più forte, che è quella della jungla, o se preferite del moderno capitalismo.
11 luglio 2006 – Paolo De Gregorio
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