«Stop precarietà ora»: più che un titolo di un seminario sembra un chiaro invito perentorio, che ha un carattere di forte denuncia e di volontà di un cambiamento radicale. Al convegno nazionale, promosso al Teatro Brancaccio lo scorso 8 luglio, a Roma, da diverse sigle associative e movimenti, tra cui Attac, Legambiente, la Funzione pubblica della CGIL, la Funzione lavoratori della comunicazione della CGIL, Antigone, Libera e tanti altri soggetti, si è sostanzialmente discusso su una riorganizzazione del movimento contro la precarietà [Alessandro Rizzo].
L’analisi ha trovato comuni le diverse sigle che si sono confrontate in modo aperto e a tutto tondo durante i lavori del seminario sulla disperante situazione socio-economica dei precari, sulla parcellizzazione del lavoro e sulla privatizzazione di ingenti fette del mercato economico, in progressiva trasformazione verso una finanziarizzazione della ricchezza e delle risorse.
Come si dice oggi, è difficile portare avanti battaglie sindacali di forte pressione politica, sul fronte delle garanzie e dell’aumento dei salari, se non si conosce neppure chi è il soggetto che paga i medesimi. E’ chiara, pertanto, una corrosione forte della vicinanza sociale della classe lavoratrice alla classe imprenditoriale, al luogo fisico ed economico dei sistemi di produzione. Questo elemento è il punto di partenza per una reale lacerazione di quell’unità della forza lavoro, della cosiddetta manodopera, propedeutica a collettivizzare forme di battaglia e di rivendicazione vertenziale efficaci e incisive nel sistema economico e produttivo.
Possiamo dire come scriveva Lenin che esiste la classe che forse ha coscienza di sé ma non per sé: a questo punto della retrocessione delle garanzie e della coesione sociale siamo giunti a considerare che la classe che esiste neppure è percepita dai propri componenti come categoria unitaria e unificante, con le dovute e differenti variabili in essa presenti, oggi nel contesto di maggiore complessità del sistema lavorativo.
Dall’analisi dissacrante del teorema del neoliberismo dilagante, la flessibilità è un’opportunità, l’assemblea ha considerato opportuno, in modo strettamente unitario, lanciare un appello che possa come piattaforma politica creare le condizioni per un cambiamento radicale e completo della legislazione del lavoro presente. Occorre quindi abrogare le leggi della vergogna sociale: da quella che porta postuma il nome di Biagi, che precarizza il rapporto di lavoro e determina una sua maggiore atomizzazione, a quella che ha definito un sistema educativo basato sulla differenza di classe e di reddito circa la possibilità di garantire continuità al proprio corso di formazione. Infine occorre annullare anche la legge sull’immigrazione, che lede i diritti civili delle immigrate e degli immigrati e che rende il migrante come mezzo di produzione da utilizzare a fini puramente produttivi, rendendolo soggetto di ricatti e ritorsioni continui grazie alla connessione tra mantenimento del permesso di soggiorno e contratto di lavoro.
Si evidenzia con forte urgenza la necessità di partire da una legislazione che estenda i diritti e le garanzie ai lavoratori a tempo determinato, considerando la tipologia contrattuale atipica una forma eccezionale e maggiormente retribuita di quella a tempo indeterminato, solamente applicabile per attività ad alto contenuto professionale. Il seminario nazionale ha preso in considerazione anche una forma di universalizzazione delle garanzie sociali con forme che stabiliscano una continuità del reddito e della pensione, prevedendo quella pubblica prestabilita, e un accesso gratuito ai servizi sociali alla persona. Infine si è parlato molto di “democratizzazione dei processi sindacali di rappresentanza”, dato l’alto tasso di non sindacalizzazione dei precari e anche il rischio a essere soggetti, come avveniva prima della legge sullo statuto dei lavoratori, a misure disciplinari e penalizzanti il rapporto di lavoro già flessibile per avere partecipato organizzato forme di lotta sindacale e di rivendicazione salariale.
Ma il tema che ha caratterizzato fortemente l’attenzione politica dei partecipanti al seminario è stata la responsabilità sociale dell’impresa. In un contesto di globalizzazione delle ricchezze e delle risorse finanziarie e di assenza di un contesto di armonizzazione sociale di garanzie e di diritti a livello universale, accade sempre più spesso che il produttore provveda a prendere determinate decisioni di delocalizzazione, in cerca di luoghi dove il costo del lavoro è minimo, oppure di scorporamento dell’azienda, con conseguenti dismissioni di forza lavoratrice e di licenziamenti di massa, senza essere soggetto a manovre e regole restringenti questa inopportuna possibilità. E’ importante, pertanto, riattivarsi in vista di un percorso che riporti l’impresa a intraprendere percorsi di democratizzazione delle scelte inerenti la propria attività, rendendo partecipe la forza lavorativa, ma, anche e bensì, a essere soggetta a responsabilità sociale ed economica per scelte che penalizzino severamente quest’ultima.
La piattaforma licenziata dai lavori seminariali di «Stop precarietà ora» sono stati fondamentali per attivare un percorso comune che cerchi di riportare la pressione sindacale di una classe atomizzata di lavoratrici e di lavoratori, creando le basi per un’estensione e un ampliamento dei diritti di cittadinanza, di partecipazione sociale, in vista di un benestare economico, civile ed esistenziale di chi, come oggi, si trova soggetto a prevedere un futuro di incertezze e di assenza completa di garanzie.
Alessandro Rizzo
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