Gli studenti statunitensi accusano l'amministrazione Bush di destinare troppi fondi alla guerra e pochi all'istruzione. E, a un anno di distanza da una grande manifestazione contro il conflitto in Iraq, hanno deciso di tornare in piazza per far sentire la loro voce.
[Alessandro Ursic – Peacereporter]
4 marzo 2004 – Il 5 marzo 2003, in 450 high school e college statunitensi decine di migliaia di studenti scioperarono contro l”imminente guerra all”Iraq. Chiedevano anche all”amministrazione Bush di destinare fondi federali all”istruzione, piuttosto che alle operazioni militari: Libri, non bombe, gridavano. Un anno dopo la situazione non è granché diversa. Il conflitto in Medio Oriente è ufficialmente finito con la vittoria degli Usa, ma la situazione in Iraq è sotto gli occhi di tutti. Ecco perché oggi, 4 marzo, Books not bombs andrà di nuovo in scena nelle scuole e nelle università di tutti gli Stati Uniti.
Per il secondo anno di fila, la protesta è organizzata dalla National Youth and Student Peace Coalition (Nyspc), un”associazione che riunisce sotto il suo ombrello decine di movimenti studenteschi negli Usa, e che si batte contro la militarizzazione delle nostre vite e del nostro mondo. Quest”anno prevediamo che alle dimostrazioni in tutto il Paese la partecipazione sarà minore – dice Jason Fults, coordinatore nazionale di Books not bombs, ma almeno un centinaio di comunità si sono mobilitate: alcune sciopereranno all”interno degli istituti e organizzeranno concerti, altre marceranno nelle città . Nella sola Chicago si concentreranno le proteste di una trentina di campus.
I miliardi di dollari che vanno a finanziare l”occupazione statunitense dell”Iraq, un”occupazione che continua a uccidere innocenti ogni giorno, sarebbero usati meglio se impiegati per ricostruire quel Paese e finanziare il futuro dei giovani americani, scrivono gli organizzatori di Books not bombs nel volantino che chiama a raccolta gli studenti di tutta la nazione. C”è sempre denaro a sufficienza per costruire armi di distruzione di massa, ma non ce n”è mai abbastanza per l”istruzione – è l”accusa rivolta all”amministrazione repubblicana –. Al momento, per ogni dollaro federale speso, solo 2 centesimi sono destinati all”istruzione.
La politica di George W. Bush in materia – e soprattutto per le scuole dell”obbligo – è stata ampiamente criticata in patria nei suoi tre anni di presidenza. Eppure nel 2001 fu approvata una legge chiamata Leave No Child Behind Act (nessun bambino lasciato indietro), che prevedeva l”aumento del 40 per cento delle risorse federali a disposizione della scuola. Il problema è che la crisi fiscale in cui versano molti tra i cinquanta Stati ha fatto sì che i primi fondi a essere tagliati siano stati quelli destinati all”istruzione. E nonostante il crescente deficit accumulato dall”amministrazione Bush (al momento ha superato quota 500 miliardi di dollari, e partiva da un attivo di 236 miliardi lasciato dalla duplice presidenza Clinton), Washington continua a togliere risorse non solo alla scuola, ma anche alla sanità pubblica per i più poveri.
Books not bombs è stata organizzata per protestare anche contro il giro di vite imposto da Bush con il Patriot Act, la legge entrata in vigore subito dopo gli attentati dell”11 settembre e che in sostanza aumenta i poteri di polizia in ogni campo, in particolare nel controllo delle comunicazioni. Stiamo perdendo le nostre libertà fondamentali e i nostri diritti costituzionali, mentre il governo espande il suo potere con il Patriot Act e i campi di detenzione – si legge nel programma della manifestazione –. Quelli che esprimono le loro idee sono trattati come criminali, persone innocenti sono prelevate nelle loro case, siamo tutti osservati eppure non siamo più sicuri.
Le rimostranze degli studenti riguardano inoltre il fatto che gli istituti scolastici siano obbligati – proprio dalle disposizioni contenute nel Leave No Child Behind Act – a rilasciare informazioni su di loro al dipartimento della Difesa, che le usa come una sorta di banca dati in vista del reclutamento di nuovi soldati. Informazioni per le quali praticamente non è richiesto il consenso da parte dello studente, come dispone l”emendamento Solomon. Una legge che risale alla guerra del Vietnam: in sostanza, gli studenti e i loro genitori possono opporsi al rilascio delle informazioni sul loro conto al Pentagono, altrimenti funziona il silenzio-assenso. Noi chiediamo al governo che l”intera questione sia rovesciata – spiega Fults –. Cioè, di base le informazioni non dovrebbero essere date al dipartimento della Difesa. Se invece le famiglie sono d”accordo sulla trasmissione dei dati, che lo facciano pure.
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