L Argentina del dopo-crisi

Cancellato il debito pubblico con il Fondo monetario internazionale. Quattro anni dopo il default, là¢â‚¬â„¢Argentina ha finalmente saldato il debito con il Fondo Monetario Internazionale che ammontava a 9.810 milioni di dollari. Lo ha reso pubblico la Camera dei Deputati in seguito allà¢â‚¬â„¢approvazione del bilancio 2006, precisando che il pagamento è stato effettuato con risorse provenienti dalle riserve internazionali. Ma nel Nord i bambini continuano a morire di fame [Tiziana Ricci, Il Cassetto].

Fabricas recuperadas
Dopo la crisi del dicembre 2001 molti lavoratori decidono di occupare fabbriche e uffici. Il contesto è drammatico: le piazze si affollano di gente che protesta contro i licenziamenti e la chiusura delle fabbriche. Le prime fabricas recuperadas risalgono alla metàƒ degli anni Novanta, quando affiorano i primi segnali di recessione. Attualmente le fabbriche occupate sono 200, per un totale di 10.000 lavoratori. Con là¢â‚¬â„¢autogestione vengono eliminate le gerarchie interne e le entrate vengono suddivise equamente fra tutti i lavoratori.

I motivi del tracollo
Là¢â‚¬â„¢Argentina, amata e à¢â‚¬Å“vissutaà¢â‚¬? da molti italiani, considerata da sempre la patria del tango, delle passioni e delle dittature, un tempo terra di immigrati. Eà¢â‚¬â„¢ il 19 dicembre 2001 quando viene dichiarato lo stato dà¢â‚¬â„¢assedio per fronteggiare una protesta sociale sempre più vasta. Per fronteggiare una crisi economica gravissima, il superministro dell’Economia Domingo Cavallo vara nove pacchetti di austeritàƒ fondati sul principio del deficit zero. Per evitare che le banche siano svuotate dei risparmi, Cavallo dispone il congelamento dei depositi bancari: non si possono ritirare più di mille pesos (2,2 milioni di lire) al mese: è il famoso corralito. Dopo i disordini del 19 dicembre il provvedimento viene ritirato. Nelle strade si contano morti e feriti.

Là¢â‚¬â„¢Argentina si trova abbandonata alla sua sorte, anche perchàƒÂ© non riceve una risposta immediata da parte degli organismi internazionali e gli Stati Uniti si rifiutano di aiutare il Paese. La situazione è a dir poco disastrosa. Là¢â‚¬â„¢economia si ferma, il peso si svaluta, là¢â‚¬â„¢inflazione è ai massimi livelli (basti pensare che nel giro di tre mesi i prezzi aumentano del 50 per cento) e il paese vive nellà¢â‚¬â„¢anarchia, tra saccheggi e violenze.

Il Paese ha un passato recente segnato da scelte azzardate. Negli anni Novanta sono state privatizzate (o meglio svendute) tutte le aziende statali, comprese le telecomunicazioni, il gas, il petrolio (nel 1993 è stato ceduto il 45 per cento della compagnia petrolifera statale), le ferrovie e le compagnie aeree. Lo Stato si è trovato costretto a tagliare brutalmente le spese sociali e gli investimenti pubblici, azzerando qualsiasi ammortizzatore sociale.

Dalla presidenza decennale di Menem, estremo neoliberista, al governo radicale di De La Rua con il suo non-attuato programma peronista che ha tanto esasperato il popolo fino a che una rivolta non lo depone; da Duhalde, che tenta di ristabilire la situazione economica, seppur in assenza di una visione a lungo termine allà¢â‚¬â„¢elezione nel 2003 di Kirchner, governatore della provincia di Santa Cruz in Patagonia. Un andare e venire di presidenti che destabilizzano il Paese. Kirchner forse è stato là¢â‚¬â„¢unico ad aver pensato di denunciare le pressioni internazionali sui paesi poveri e incoraggiare il pagamento del debito estero come prospettiva di un miglioramento di qualitàƒ della vita. Ha cercato di controllare le rivolte popolari e sembra che goda della stima del 70 per cento del popolo argentino. Ma saràƒ un arduo compito ricostruire le capacitàƒ produttive che i regimi neoliberali hanno distrutto. 

Agli Usa un poà¢â‚¬â„¢ ha fatto comodo la situazione precaria del Paese: forse era un modo per pugnalare il Mercosur, un progetto dà‚´integrazione di cui ne fanno parte Argentina, Brasile, Paraguay ed Uruguay, nato nel 1991 con buoni risultati in termini di intensificazione degli scambi regionali, ma che ha sempre dato fastidio agli statunitensi. 

Nel 1991 là¢â‚¬â„¢allora ministro dellà¢â‚¬â„¢economia Domingo Cavallo introduce la paritàƒ fissa tra il peso argentino e il dollaro Usa con lo scopo di bloccare là¢â‚¬â„¢inflazione, ma la crescita subisce un forte rallentamento negli ultimi tre anni. Attraverso questo provvedimento concordato dai due Stati, viene stabilito un cambio fisso tra le due monete. Il valore del peso è paritetico con quello del dollaro. Ma per ogni decisione di politica monetaria il paese dipende totalmente dagli Stati Uniti. Questa manovra, da una parte, ha evitato che la moneta argentina perdesse valore consentendo al Paese di importare beni dallà¢â‚¬â„¢estero ad un prezzo stabile e non crescente come è successo in passato. Ma si riveleràƒ una mossa sbagliata: chiaro è lo squilibrio che risulteràƒ nella bilancia dei pagamenti e il debito aumenta di circa 12 volte. E dal 1995 la posizione dellà¢â‚¬â„¢Argentina non è stata più la stessa. Una misura, certamente, troppo rigida anche perchàƒÂ© è assurdo pensare di mettere sullo stesso piano un paese la cui economia si basa sullà¢â‚¬â„¢esportazione di materie prime come quella Argentina e unà¢â‚¬â„¢economia altamente produttiva come quella americana incentrata sulla modernitàƒ e la tecnologia.

La povertàƒ oggi
La situazione è ancora grave: il 40 per cento della popolazione vive nella povertàƒ e il 25 per cento è indigente. La disoccupazione è al 22 per cento e il 70 per cento dei lavoratori è precario. Là¢â‚¬â„¢analfabetismo è passato dal 2 al 12 per cento. Tutto questo è ancora più grave se si pensa che là¢â‚¬â„¢Argentina è ricchissima di materie prime e che il suo prodotto alimentare annuale basterebbe a sfamare per cinque anni un Paese come là¢â‚¬â„¢Italia. Il Nord fa letteralmente la fame. Nello stato di Tucuman ampi strati della popolazione vivono in condizioni simili a quelle di alcuni Paesi dell’Africa subsahariana.
     
La rovina del Paese ha coinvolto indirettamente tutto il mondo. I risparmiatori e gli istituti bancari internazionali hanno sottoscritto cospicue quote di bond argentini. Solo in Italia si stima che i titoli posseduti dagli sfortunati risparmiatori siano oltre trecentomila, equivalenti al valore nominale di 12 miliardi di euro.

Tiziana Ricci
28/02/2006   

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