Il mensile dei Gesuiti “Popoli”, sul suo numero di giugno-luglio, in un articolo di copertina a firma di Laura Santoro Ragaini, rivela aspetti quasi del tutto sconosciuti della coltura e del commercio internazionale di gamberi.Il problema ha origini lontane. Nessuno saprebbe dire quando i contadini dei distretti di Satkhira, Khulna, Bagerhat e Jessore – regioni sudoccidentali del Bangladesh – hanno cominciato ad arrotondare i loro miseri guadagni con la vendita di pesci, tra cui appunto i gamberi (bagda, quelli di acqua salata, golda, d’acqua dolce).
chi non possedeva terra riusciva a sopravvivere.
Ma da quando, a partire dal 1980, la domanda di gamberi d’acqua salata ha iniziato la sua inesorabile scalata in seguito alla richiesta internazionale, la situazione è cambiata: la produzione dei bagda è cresciuta a dismisura sino a dominare quasi interamente l’economia delle regioni del sud-ovest, e continua a incrementarsi. I grandi proprietari terrieri e le multinazionali straniere hanno trasformato con prepotenza ogni centimetro utilizzabile in luoghi di produzione di gamberi d’acqua salata, e non permettono più né la pesca libera né la coltivazione dei campi, costringendo i poveri a importare da altre regioni persino quel riso che un tempo cresceva in abbondanza. Senza dubbio l’esportazione di bagda è stata, ed è, una grande fonte di valuta estera per il Paese: l’ultimo dato disponibile parlava di un introito di 18 miliardi di taka (28,5 milioni di euro), terza fonte di reddito di valuta straniera dopo il business del commercio tessile e le rimesse degli emigranti bengalesi.
L’enorme e sempre crescente produzione di gamberi condiziona e determina oggi la costruzione di strade, ponti, porti, laboratori e fabbriche; tutto un mondo, insomma, che gira e dipende da questo immenso affare che però, paradossalmente, sta impoverendo una nazione già poverissima. Se è vero che in Bangladesh il reddito pro-capite è aumentato va sempre ricordato che non è certo a beneficio degli strati più miseri della popolazione. E le conseguenze negative sono molte e visibili: un allevamento di quel tipo, che richiede pochissima manodopera e per di più specializzata (lasciando nelle mani dei locali solo compiti di bassa manovalanza), crea un numero sempre crescente di disoccupati, spesso costretti a emigrazioni forzate, perché non toglie lavoro solo ai contadini ma anche a barcaioli, pescatori, boscaioli. Ancora, la forte salinità del terreno impedisce la crescita di vegetali e, soprattutto, di riso, e di conseguenza riduce drasticamente la paglia di riso, principale alimento delle mandrie bovine; riducendosi il bestiame si riduce anche lo sterco, preziosissimo combustibile in queste zone, inducendo la popolazione più povera al taglio illegale di alberi nella foresta. Inoltre, la salinità rende critico il rifornimento di acqua potabile (a volte le donne devono percorrere anche 4-5 chilometri per trovare una fonte d’acqua decente), fa scomparire i pochi pesci d’acqua dolce rimasti, danneggia la biodiversità della regione, crea insanabili squilibri ecologici.
La decimazione di granchi e lumache, considerati «spazzini delle acque», porta a un incremento dell’inquinamento idrico con conseguenze negative sul già precario equilibrio sanitario. Anche da un punto di vista sociale non mancano i danni: l’insediamento di personale straniero, senza mogli e senza legami locali, fa aumentare violenze e molestie nei confronti delle donne e della parte più debole della popolazione. Persino i bambini, usati per la pulizia delle vasche, mostrano i segni della crescente malnutrizione e della quotidiana, prolungata permanenza in acqua, oltre a un crescente disagio comportamentale dovuto allo stile di vita non adatto alla loro età. […]
Per quanto il Bangladesh si possa impegnare ad aumentare la produzione di gamberi, difficilmente riuscirà a competere sul mercato internazionale: per capirlo basta paragonare le sue 39.000 tonnellate di esportazioni contro gli oltre due milioni di tonnellate mondiali. Ma se anche la produzione di gamberi si rivelasse un bene per l’intero paese, le previsioni dicono che, al di là dei danni derivanti dall’aumento della salinità, l’uso massiccio di antibiotici, antiparassitari e concimi chimici necessari all’allevamento, farà sì che tra 15-20 anni il suolo non solo non sarà più in grado di produrre né riso né altro tipo di coltura, ma non permetterà neppure più la vita di quegli stessi gamberi oggi sotto accusa.
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