Il capitale umano

C'era una volta l'impresa capitalista. Gli azionisti fornivano il capitale, il complesso delle risorse finanziarie che servivano per gli investimenti negli impianti, nei macchinari e in tutti gli altri beni necessari alla produzione. L'impresa capitalista era il luogo fisico dove capitale e lavoro si combinavano per la produzione di beni e servizi destinati al mercato. Nell'impresa capitalista il valore del capitale era misurato contabilmente dal patrimonio netto, che equivale dunque alla somma dei conferimenti fatti dagli azionisti e degli utili non distribuiti, accumulati nel tempo. Infine, le azioni rappresentano i diritti di proprietà sul patrimonio. [Articolo di ALESSANDRO PENATI]


Perché uso il passato? Perché questa rappresentazione del capitalismo riflette sempre meno la realtà delle imprese che producono i beni e servizi che consumiamo tutti i giorni. Il valore del capitale ha ormai poco o nulla a che fare con la nozione fisica e finanziaria di patrimonio contabile. Per rendersene conto basta scorrere rapidamente i listini di Borsa nel mondo, dove ogni giorno si decide il valore delle azioni, i diritti di proprietà del patrimonio delle imprese. Si troverà che non esiste più alcuna relazione tra il valore contabile del patrimonio e quello che il mercato gli attribuisce: si possono trovare aziende che valgono quattro, dieci, quindici volte il loro patrimonio, e altre, sane e redditizie, che ne valgono la metà . Quello che oggi vale sono gli “intangibles”, un capitale immateriale, opposto alla fisicità del vecchio capitale.
   Molti dei beni che, come consumatori, domandiamo e valutiamo maggiormente sono prevalentemente il frutto dell'ingegno dell'uomo. Un chip e un software sono ormai il cuore di innumerevoli servizi, dallo strumento medico alla telefonata sul portatile, dal gioco per ragazzi alla fornitura di energia elettrica: riuscite ad immaginare un mondo senza computer? Ma l'informatica è solo ricerca e capacità tecnologiche: il successo di un'impresa, e il suo valore, è legato sempre di più alle capacità intellettuali di chi ci lavora. Ricerca e tecnologia stanno diventando generatori di valore anche nell'industria tradizionale: nuovi materiali per lanciare scarpe e capi di abbigliamento di successo; nuove tecniche di conservazione alimentare; nuovi farmaci che sfruttano la genetica; nuova tecnologia per distribuire musica. Oggi c'è più ricerca nella produzione di un vasetto di yogurt che in quella di una tonnellata di acciaio.
   Ma gli “intangibles” non sono solo ricerca e tecnologia: molto spesso sono solo un'idea, ingegno, creatività , capacità organizzativa. Si pensi, per esempio, alla trovata di commercializzare milioni di libri associandoli alla vendita dei quotidiani; o all'introduzione della carta prepagata che ha permesso l'uso dei telefonini a milioni di utenti; o il pony per le consegne rapide; le compagnie aeree “low cost”; il bancomat; la griffe negli abiti e accessori. Enormi successi economici tutti dovuti a un'intuizione felice, e alla capacità di realizzarla; non certo alla quantità di capitale impiegato. Tempo libero, media, sport, cultura: assorbono una parte crescente dei nostri consumi, ma sono tutte industrie dove il successo è legato al talento e alla creatività dell'uomo.
   Il vecchio bene di consumo o di investimento, o il servizio, come entità unica e indifferenziata, non esiste più: è diventato un aggregato complesso, il cui valore dipende dagli “intangibles”. Che cosa è il bene automobile, quintessenza dell'impresa capitalista? Difficile a dirsi. L'automobile è un insieme di caratteristiche, velocità , prestigio, carrozzeria accattivante, tenuta di strada, rete di concessionari e assistenza efficiente, reputazione di qualità , facilitazioni finanziarie per l'acquisto. Il suo valore, e quindi quello dell'impresa che la produce, dipende sempre di meno dal costo dell'acciaio, dei sedili e degli ammortizzatori; ma sempre di più dalla creatività dello stilista, dai sistemi informatici che regolano la logistica, dalla robotica, dall'organizzazione della rete di vendita, dalla campagna pubblicitaria, e dalla capacità di leggere e anticipare gusti e tendenze della società (come spiegare altrimenti fenomeni come le monovolume o i Suv?).
   Il capitale che vale è quello immateriale; che in ultima istanza, dipende dal capitale umano, il bagaglio di creatività , capacità , conoscenze e ingegno che appartiene all'essere umano. Il capitale, alla fine, è uomo. L'accumulazione di questo capitale è la principale fonte di crescita economica. La netta separazione tra capitale e lavoro ha cessato di esistere.

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