I soldi a casa-La risorsa delle rimesse

Il proprio villaggio non si scorda mai. àˆ lì che le fatiche di un percorso migratorio, spesso obbligato, danno i loro frutti migliori.
E' nata in Italia, del tutto spontaneamente, un nuovo tipo di cooperazione dal basso, tutta in nero. Ong e associazioni “bianche” c'entrano poco. Ad alimentarla sono gruppi di immigrati senegalesi che, in autonomia, si organizzano e decidono di utilizzare parte delle loro “rimesse” – così si chiamano i soldi inviati a casa dagli immigrati – per aiutare il villaggio da cui provengono. Ad avere acqua potabile ed elettricità , ad esempio. E oggi fare da sé, per gli immigrati, diventa quasi obbligatorio, viste le promesse non mantenute dell'Occidente: il Governo italiano dedica attualmente lo 0,17 per cento del Pil per finanziare la cooperazione internazionale; l'obiettivo dello 0,7 per cento, promesso alcuni anni fa, pare un traguardo irraggiungibile.


Tra i Paesi extracomunitari il Senegal è al nono posto per numero di soggiornanti regolari in Italia, con i quasi 50 mila cittadini di Dakar che abitano presso di noi. Tuttavia, se consideriamo la speciale classifica dei soldi inviati a casa, la comunità degli immigrati senegalesi si situa al quarto posto, preceduta da Filippine, Cina e Marocco, avendo inviato nel 2003, per la sola via bancaria, quasi 16 milioni di euro in Patria. Una certa fetta di questi soldi sono utilizzati per lo sviluppo del Senegal.
Moudu Guey, 36 anni, 14 dei quali trascorsi sullo Stivale, è un autorevole portavoce di questo nuovo tipo di cooperazione senegalese. Da Milano, lui e decine di altri compatrioti provenienti dalla stessa zona – il villaggio di Beud Dieng e i 6 villaggi limitrofi, in tutto circa 2 mila abitanti – hanno inviato centinaia di euro alle loro comunità , raccolti in casse comuni da utilizzare per le esigenze locali. “In Italia ci siamo portati dietro la tradizione africana della raccolta fondi” spiega Moudu, riferendosi alle casse comuni di villaggio, in cui ogni famiglia versa una quota annuale, a disposizione di chiunque sia in difficoltà e si trovi, ad esempio, a dovere pagare un funerale o un matrimonio.
“Arrivati in Italia, i senegalesi provenienti dallo stesso villaggio o dalla stessa zona portano avanti questa pratica – continua Moudu – trovandosi una volta all'anno per raccogliere i soldi”. Una pratica che, nel caso di Moudu, si è trasformata in una vera e propria attività di cooperazione.
“Inizialmente eravamo un centinaio, oggi siamo 280 senegalesi, tutti nati a Beud Dieng e nei 6 villaggi vicini, ci incontriamo regolarmente”. 
La raccolta di soldi, che funziona ancora, si è trasformata in qualcosa di più complesso, che ha preso la forma di un'associazione creata ad hoc, “Sunugal”: “la stessa barca” in lingua wolof. La raccolta di fondi rimane un elemento determinante. “Ogni 6 mesi versiamo 100 euro a testa – spiega Moudu – 50 per le casse dei singoli villaggi, altri 50 per la cassa comune a tutti i villaggi”. In quest'ultima oggi sono depositati 70 mila euro, destinati ai casi di emergenza. Le casse dei singoli villaggi, gestite da apposite associazioni informali, finanziano invece piccoli progetti di utilità locale: così in tutti i villaggi è stata portata l'acqua potabile, in molti l'elettricità . Ma sono partiti anche corsi di alfabetizzazione, con una partecipazione di 70 persone ogni anno e corsi per le donne: cucito o produzione di cesti, ad esempio. 
Uno dei risultati più importanti è stata la costruzione di tre scuole. Grande conquista in un Paese dove il governo ha tagliato i fondi per l'istruzione e invia insegnanti solo nei villaggi che sono in grado di costruire la scuola con risorse proprie. 
Cooperare dal basso destinando i soldi alla propria comunità di origine. Arricchire le singole famiglie non basta. I soldi sudati nel Nord del mondo devono portare sviluppo e autonomia economica, creare nuove risorse. àˆ questo il chiodo fisso di Moudu. “Purtroppo non sempre le famiglie sanno dare il giusto valore ai soldi inviati dai parenti immigrati. Si assiste a situazioni paradossali. Ragazzini con il cellulare ultimo modello in villaggi dove magari manca l'acqua potabile”.
Moudu concilia la sua passione per il teatro, di cui ha fatto una professione, con l'impegno costante per l'associazione. Con i suoi soli risparmi ha fatto costruire, nel suo villaggio di Beud Dieng, il centro “Ker Toubab”, (l'ombra del bianco), che ospita visitatori stranieri, laboratori artistici e culturali e dà riparo agli insegnanti mandati dallo Stato. Ma vuole andare ben oltre la raccolta fondi tra compatrioti. L'associazione Sunugal punta in alto. Un nuovo progetto, chiamato “Oasi” vuole contrastare gli effetti nefandi della privatizzazione dell'acqua in Senegal, voluta da governo e Banca Mondiale: costo dell'acqua alle stelle, abbandono dei campi e fuga verso la grande città , Dakar. “La nostra idea è di costruire dei pozzi nei campi, in modo da ridare vigore al settore agricolo, devastato dalla riforma del settore idrico” spiega Moudu. Nel progetto è stato coinvolto l'Istituto tecnico agrario statale di Brescia, che ha visitato i villaggi coinvolti. In questo caso non basteranno le rimesse degli immigrati. Moudu sta cercando di racimolare i soldi per realizzare le “oasi”: il preventivo è di 345 mila euro. Ma il progetto pilota partirà a febbraio 2005, grazie ai contributi dei comuni di Milano e Bologna, 40 mila euro in tutto. Segno che la cooperazione dal basso funziona.

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