E’ più facile per un cammello… I destini biblici di ricchi e poveri

Che libro misterioso è la Bibbia per un bambino. Ricordo che alle scuole elementari tutti i giovedì veniva un prete per l'ora di religione. La maestra usciva dalla classe e ci lasciava soli con lui. Il suo metodo pedagogico non doveva essere dei più moderni, visto che raccontava le storie del Vecchio e del Nuovo testamento senza preoccuparsi di renderle accessibili a noi bambini di nove anni. E infatti io non capivo assolutamente nulla. Ignoravo il significato di molte delle parole che erano scritte nel Libro. E spesso si trattava proprio di quelle parole che il prete pronunciava con particolare enfasi, accompagnandole con gesti teatrali, mentre camminava su e giù per la classe e la sua tonaca frusciava contro i nostri banchi. Perché parlava così duramente contro la formicazione? Cosa gli avevano mai fatto le formiche? [Articolo di PIERLUIGI LANFRANCHI]


Forse, pensavo io, ce l'aveva con quelle rosse che pinzano e fanno male. Ma le nere, che colpa avevano le nere? E cosa erano questi talenti che uno ha e un altro non ha? Ma la stramberia biblica più grande di tutte mi pareva quella del cammello che Gesù voleva far passare per la cruna dell'ago, quel buchino piccolissimo attraverso cui soltanto la mano abile di mia nonna sapeva infilare al primo tentativo un filo sottile come un capello preventivamente passato tra le labbra.
   Tutti ricordano che Gesù pronuncia la celebre frase – “è più facile che un cammello entri per la cruna di un ago che un ricco nel regno di Dio” – commentando l'episodio del giovane ricco che aspira alla vita eterna, ma non sa rinunciare ai propri beni. Questo racconto non si trova soltanto nei vangeli sinottici (Matteo 19,16-30, Marco 10,17-31 e Luca 18,18-30), ma anche nel frammento di un vangelo apocrifo citato da Origene. Si tratta del vangelo degli Ebrei (o dei Nazirei) che vale la pena di citare perché contiene una versione della risposta di Gesù al giovane ricco più lunga rispetto a quella dei vangeli canonici:

“Gesù gli disse: 'Va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, poi vieni, seguimi'. Ma il ricco cominciò a grattarsi la testa. Non gli andava! Il Signore gli disse: 'Come puoi dire di aver praticato la Legge e i Profeti? Nella Legge sta scritto: Amerai il tuo prossimo come te stesso. E molti tuoi fratelli, figli di Abramo, sono coperti di cenci e muoiono di fame, mentre la tua casa è piena di molti beni: non ne esce proprio nulla per loro!' E rivoltosi, disse a Simone, suo discepolo, che gli era seduto accanto: 'Simone, figlio di Giovanni, è più facile per un cammello…”
(Origene, In Matth. 15,14).

 

   Questo appena citato non è naturalmente l'unico passaggio dei vangeli in cui la ricchezza è aspramente criticata e la povertà è presentata come ideale positivo. Basti pensare, ad esempio, al passo di Luca, in cui Gesù proclama beati i poveri e gli affamati: “Beati voi, poveri: Dio vi dona il suo regno. Beati voi che avete fame: Dio vi sazierà ” (Luca 6,20-21). Una certa tendenza storiografica ha cercato di interpretare l'atteggiamento di Gesù nei confronti della ricchezza alla luce della situazione economica della Palestina del tempo (1). L'oppressione straniera, la concentrazione delle proprietà terriera in mano all'aristocrazia, l'elevata pressione fiscale, le decime dovute al Tempio, la scarsa produttività di regioni come la Giudea: tutti questi fattori contribuirono senza dubbio a creare un grande divario economico all'interno della popolazione giudaica dell'epoca di Gesù. In generale il quadro socio-economico della Palestina tra gli anni 10 e gli anni 60 del primo secolo, che risulta dalle indagini degli storici, è quello di una povertà diffusa e di sostanziale pauperismo. Molte parabole evangeliche testimonierebbero di questa realtà difficile, come quella degli operai della vigna (Matteo 20,1-14), nella quale Gesù mette in scena un gruppo di disoccupati che sono assoldati come braccianti a giornata da un ricco proprietario terriero. I vangeli sarebbero quindi espressione della fascia povera della popolazione e delle sue rivendicazioni sociali.

   Esiste anche un'altra tendenza negli studi neotestamentari, secondo la quale il fenomeno dell'ostilità verso la ricchezza presente nei vangeli sarebbe indipendente dalle circostanze sociali ed economiche contemporanee. Piuttosto esso deve essere compreso come sviluppo di motivi etico-religiosi propri della tradizione veterotestamentaria. Gli studiosi che aderiscono a questa linea interpretativa fanno notare innanzi tutto che i dati relativi alle condizioni economiche della Palestina nella prima metà del primo secolo non rivelano un livello di prosperità particolarmente basso, che la pressione fiscale era diminuita rispetto ai decenni precedenti, e che i vangeli non sono necessariamente espressione delle classi sociali economicamente più depresse. Non ci sarebbe quindi un rapporto diretto tra l'ostilità verso la ricchezza espressa nei vangeli e la situazione economica del tempo. Esistono invece rapporti evidenti tra le concezioni della Bibbia ebraica relative alla ricchezza, che erano ben familiari a Gesù, e l'insegnamento di quest'ultimo. Le posizioni sono naturalmente molteplici e variano da un libro all'altro della Bibbia. Ma in termini molto generali e a rischio di semplificare eccessivamente, si può affermare che nella prospettiva veterotestamentaria la prosperità è sentita come una conferma del patto tra Dio e il popolo di Israele. Il patto prevede da un lato l'esigenza di giustizia, dall'altro la consapevolezza che Dio è la sola fonte di prosperità . Ne consegue che la ricchezza che è stata accumulata in violazione del patto non è legittima, come si legge nei Salmi: “Il poco del giusto è cosa migliore dell'abbondanza degli empi”. Inoltre, la gerarchia di valori espressa dalla tradizione biblica, pur non contemplando l'eguaglianza economica e sociale, cerca tuttavia di evitare la concentrazione di ricchezze eccessive in mano di pochi a discapito della popolazione indigente. Così l'ingiunzione di Gesù “Da' a chi ti domanda, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle” (Matteo 5,42) può essere compresa alla luce della legge per il povero che leggiamo in Esodo 22,24: “Quando presti denaro al mio popolo, al povero che è presso di te, non essere per lui come un usuraio. Non gli imporrete un interesse. Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo restituirai al tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il suo indumento per la sua pelle: con che dormirebbe? Se griderà a me, io lo udrò, perché sono misericordioso”.

   In un'epoca più vicina a quella di Gesù si affaccia l'idea di un'equazione tra ricchezza e ingiustizia. Si tratta di un passo ulteriore rispetto al deprezzamento della ricchezza ottenuta violando la Legge che abbiamo già visto nella Torah. Nel Siracide, un libro composto in epoca ellenistica, i ricchi sono paragonati a leoni che sbranano gli asini selvatici: “Come gli onagri sono vittima dei leoni nel deserto, così i poveri sono pascolo dei ricchi”. Ma è nella letteratura apocalittica che la polemica contro i ricchi raggiunge i toni più aspri e violenti e assume una valenza escatologica. Così il Libro di Enoc promette i peggiori castighi divini a coloro che hanno accumulato ingiustamente le loro ricchezze:

Guai a quelli che costruiscono le loro case nel peccato poiché saranno distrutte fin da tutte le loro fondamenta ed essi cadranno sotto la spada e guai a quelli che posseggono oro e argento: periranno subito nella condanna. Guai a voi, o ricchi, perché avete fatto affidamento sulla vostra ricchezza e dalla vostra ricchezza vi allontanerete perché non vi siete ricordati dell'Altissimo nel tempo della vostra ricchezza. Voi avete commesso malvagità e frode e siete diventati degni del giorno dello scorrimento del sangue, del giorno della tenebra e di quello del grande giudizio. Io così dico e vi annuncio che Colui che vi ha creato vi abbatterà e non vi sarà misericordia sulla vostra caduta e che il vostro creatore gioirà della vostra distruzione (94,7-10)… Guai a voi che possedete oro e argento che non è nella giustizia e che dite: 'Ci siamo arricchiti; abbiamo mezzi ed abbiamo acquistato tutto quel che abbiamo voluto; ora facciamo quel che abbiamo pensato poiché abbiamo raccolto argento e abbiamo riempito i nostri forzieri e gli agricoltori nelle nostre case sono molti, come l'acqua'. E la vostra menzogna scorrerà via come l'acqua, poiché non vi è, per voi, ricchezza ma essa sale subito lontana da voi perché avete acquistato tutto con ingiustizia e voi siete destinati alla grande maledizione (97,8)… [I ricchi] periranno insieme con i loro beni, con tutta la loro gloria e col loro onore; e il loro spirito, in maledizione, in uccisione e grande povertà , sarà gettato nella fornace di fuoco” (98,3).
 

   Diversamente dai ricchi, i poveri otterranno nel mondo futuro ricchezze tali da superare in magnificenza tutto ciò che si può ottenere nel tempo presente: una felicità vissuta nella giustizia e nella luce eterna, come quella di cui godono gli angeli. Nella conclusione del grande discorso escatologico pronunciato da Gesù nel vangelo di Matteo troviamo una concezione in tutto simile a quella del Libro di Enoc. Al momento del giudizio finale, Dio

“”dirà a quelli alla sua sinistra: Lontano da me voi maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, sono stato forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e carcerato e non mi avete visitato. Allora risponderanno anch'essi dicendo: Signore, quando ti abbiamo visto affamato, o assetato, o straniero, o nudo, o malato, o carcerato, e non ti abbiamo assistito? Allora risponderà ad essi dicendo: In verità vi dico: in quanto non l'avete fatto anche a uno solo dei più piccoli di questi miei fratelli, non l'avete fatto a me. E se ne andranno, questi alla pena eterna, e i giusti alla vita eterna.”

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