«La cronaca è la madre di tutte le notizie»: intesa come parte dell’articolo o come genere a sé stante, la cronaca assume un ruolo predominante all’interno della comunicazione giornalistica. Stando alla teoria classica, ogni articolo dovrebbe contenere una parte di cronaca, cioè un resoconto dei fatti che risponda alle classiche cinque domande o 5 W [di Fabio Dalmasso – Megachip ]. La divisione del pezzo scritto o del servizio radio – televisivo dovrebbe essere netta e non portare alla commistione tra cronaca e commento così da fornire al lettore tutte le informazioni necessarie per potersi creare una propria e autonoma opinione sul fatto. Questa teorica divisione dovrebbe essere la base attorno a cui costruire l’articolo giornalistico, sia esso di politica, economia, sport o cronaca nera.
Quanto la teoria coincida con la pratica è un discorso assai diverso. Un fenomeno preoccupante e con risvolti lontani dall’ortodossia giornalistica è il cosiddetto “sbatti il mostro in prima pagina”: basandosi su discutibili supposizioni, si ritiene che il lettore voglia la notizia “forte”, quella che stupisce e che, quindi, il giornale debba dare risalto agli aspetti più macabri e morbosi del fatto criminoso. Al gusto dell’orrido e del morboso si accompagna la ricerca di un colpevole e, si badi bene, mai di un presunto tale: la persona sulla quale si posano i primi sospetti non è mai l’indiziato, bensì il colpevole. I sospettati diventano immediatamente i “condannati”, così che l’opinione pubblica abbia subito una persona contro cui scagliare le propria paure..
Discorso molto più complesso quando la cronaca nera incontra l’immigrazione: in questo caso lo straniero diviene il capro espiatorio naturale dell’insana sensazione di insicurezza propagandata e favorita dai media. Viene, quindi, a crearsi un corto circuito per cui la sicurezza è minacciata da orde di immigrati (quasi sempre slavi) dediti agli assalti in villa o nelle gioiellerie mentre clan di Rom e Sinti vagano per le città alla ricerca di qualche bambino italiano da rapire, secondo il più classico dei luoghi comuni.
Gli immigrati (tutti, senza troppo sottili distinzioni) diventano la causa principale della voglia di ordine che spinge gli amministratori a siglare i cosiddetti “patti di sicurezza”, una serie di norme che rispondono, spesso in modo demagogico, alle legittime richieste della gente con aumento delle forze dell’ordine, sgomberi e repressione, senza mai ragionare sulle cause che possono portare a delinquere, come l’integrazione ostacolata da chi vorrebbe gli immigrati solo come mano d’opera a basso costo o i troppi pregiudizi che ancora aleggiano attorno a figure ritenute indesiderabili.
In questo meccanismo perverso i media favoriscono il diffondersi di una percezione di insicurezza, come dimostrato dai dati recentemente presentati dal Viminale: «Sicurezza: ha paura un italiano su quattro» titolava la Repubblica del 21 giugno che nell’articolo avvertiva come cresca «la percezione diffusa d’insicurezza: il record spetta al Nord Est, dove uno su tre denuncia di avere paura». Significativamente si fa notare che gli omicidi e i furti in casa sono in calo: è facile immaginare che la percezione di insicurezza sia favorita in buona parte dai mass media e dal linguaggio che essi adottano nel raccontare episodi legati alla cronaca nera in senso lato (omicidi, furti etc…). Un linguaggio che, come detto in precedenza, non fa altro che favorire il radicamento di pregiudizi e luoghi comuni, senza un’attenta ricerca delle cause del fenomeno.
Molto preoccupanti sono i dati relativi alle violenze sulle donne: il 62,4% è commesso dai partner, percentuale che sale a 68,3% per le violenze sessuali e a 69,7% per gli stupri. Il nemico, quindi, non è sempre uno straniero, anzi, nella maggioranza dei casi è dentro casa, è la persona con la quale si convive o con la quale ci i è sposati. Quale “patto di sicurezza” si è siglato per prevenire questo fenomeno? Quanta informazione viene data a questi casi di violenza casalinga? Perché i media preferiscono dare risalto eccessivo, con tanto di descrizione macabra e inutile, degli omicidi, mentre tacciono sulle vessazioni quotidiane che avvengono al riparo di occhi indiscreti, nella “serenità” della famiglia italiana?
L’uso del linguaggio nella cronaca nera è un argomento molto delicato e con importanti ripercussioni sociali: oltre alla deriva verso la morbosità del macabro, si assiste a una generale tendenza alla creazione di un clima di tensione, con bersagli facili da individuare e sui quali scaricare tutta la propria frustrazione e voglia di sicurezza. Voglia che, ovviamente, è più che legittima, ma che dovrebbe essere integrata da strategie politiche, sociali ed economiche che indaghino sui motivi alla base del delinquere. Oppure continueremo sempre a leggere che il solito slavo ha rapinato l’ennesima villa, mentre nemmeno una riga sarà dedicata ai milioni di donne vittime di violenze casalinghe, da parte dei loro italianissimi partner.
Fabio Dalmasso – Megachip
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