La cooperativa dei «matti» nella città di Basaglia

Nell’ex ospedale psichiatrico di Trieste i «figli» di colui che è stato il padre della legge che ha chiuso i manicomi proseguono la sua opera. Con il lavoro Una vera e propria impresa economica, con i soci «svantaggiati» che ricevono un regolare stipendio e ricoprono ruoli di responsabilità. Tra le attività anche la gestione dell’hotel Tritone e di un altro bar all’interno dell’Azienda servizi sanitari [Fabio Dalmasso, Il Manifesto, 9 agosto 2007].

Ufficialmente si chiamerebbe Parco di San Giovanni, ma quasi tutti, a Trieste, lo chiamano ex Opp (Ospedale psichiatrico provinciale) o manicomio: sarà per abitudine o perché comunque «lì dentro ci vanno i matti», fatto sta che la struttura nella quale Franco Basaglia diede vita al suo pensiero per molti triestini rimane legata al suo passato. Questo anche se i padiglioni di quello che fu il «magnifico frenocomio civico di Trieste», «il grande innovativo asilo per alienati» oggi ospitano, oltre alla clinica psichiatrica, gli uffici dell’Azienda servizi sanitari, il Sert, la medicina del lavoro, il dipartimento di prevenzione più numerosi laboratori e aule universitarie. «Manicomio è uno dei tanti nomi: ex Opp, Parco di San Giovanni, giardino, bar, direzione sanitaria, campus… dipende dal momento in cui ti trovi, dipende da dove devi andare», dice Angelo, ottimo barista del bar Il Posto delle Fragole e socio dell’omonima cooperativa sociale nata nel 1979. «Potremmo dire che noi siamo i figli di Basaglia», racconta Isabella, vicepresidente della cooperativa, in cui «tutti sanno fare un po’ di tutto. Si lavora in ufficio, ma quando c’è bisogno si va a dare una mano al bar». Franco Basaglia quasi 30 anni fa dimostrò che «l’impossibile può diventare possibile» in una città come Trieste che non ha mai visto di buon occhio l’apertura del manicomio e la presenza di quelle persone strane, così diverse dalla cosiddetta normalità, che ti chiedono una sigaretta alle fermate dei bus o parlano da soli passeggiando lungo le vie del centro. Pregiudizi che hanno accompagnato la crescita della cooperativa, ma che non ne hanno impedito l’evoluzione: un percorso che ha portato alla ristrutturazione, nel 2005, del bar Il Posto delle fragole, alla gestione dell’Hotel Tritone, situato sul lungomare di Barcola, all’ingresso della città, e all’apertura del nuovo bar interno della direzione.

Anni lunghi e difficili, a volte, ma costellati anche di piccole e grandi soddisfazioni come quella di essere ormai una vera e propria impresa economica, con tutte le caratteristiche di una ditta, senza, però, dimenticare i valori e gli ideali con i quali è nata. I soci cosiddetti «svantaggiati» ricoprono incarichi amministrativi e organizzativi di responsabilità e hanno un’autonomia economica che permette loro di costruirsi una vita e realizzare quei sogni che la società non sempre concede a chi viene etichettato come diverso.

Il bar «Il posto delle fragole»

Renata è socia della cooperativa da 20 anni e poco tempo fa ha festeggiato il diciottesimo anno di lavoro nel bar: «È faticoso: inizi presto alla mattina e arrivi alla sera che sei distrutta, ma è un lavoro che mi appassiona – dice Renata prima di tornare in cucina – per me tutto questo è anche una formazione: ti aiuta a crescere e a maturare. E poi c’è a soddisfazione dei clienti: la cosa più bella». Anche Angelo lavora al bar e fa uno dei migliori «capo in b» della città; ha appena finito il suo turno e si siede per raccontare la sua storia: «Lavoro qui da tre anni: non sempre è facile, ma con resistenza e tenacia sono riuscito a ottenere un posto di lavoro quando prima non riuscivo ad averne uno». Angelo viene dalla Sicilia, anche se la sua famiglia vive ormai da anni a Trieste: «Credo che l’idea del pazzo esista ancora: bisogna eliminarla e usare la propria poesia per eliminare verbalmente l’altro; non sono più un poeta perché non scrivo più poesie, ma certe cose mi resta da viverle. Spesso si associa il diverso al brutto, colui che esce dal gregge come qualcosa di brutto: io invece credo che la pecora nera sia bellissima e questo posto, il nostro lavoro, è la dimostrazione che si può fare molto per cambiare e uscire dagli schemi». Angelo avrebbe voluto fare l’infermiere psichiatrico, ma poi la sua vita ha intrapreso un’altra strada: «Ho fatto l’attore, poi il barista e l’attore, ora solo il barista», dice sorridendo. Prima di salutarci, Angelo ricorda che «Basaglia è qui: non vedo a Trieste un altro posto simile, così attuale, pieno di storia e di riscatto. Da qui dentro può partire qualcosa per cambiare. Qui, ripeto, esiste veramente la voglia di cambiare». Le parole di Basaglia risuonano lungo le stradine del parco: «Noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo vincere. È il potere che vince sempre; noi possiamo al massimo convincere».

L’hotel Tritone

La giornata calda ha riempito come sempre il lungomare di Barcola, «spiaggia» cittadina dei triestini con l’hotel Tritone proprio a pochi metri dal mare. Teresa ha appena finito il suo turno alla reception di questo albergo che non ha nulla di strano, se non fosse per quella vecchia stampa appesa lungo le scale e raffigurante la «planimetria generale del nuovo frenocomio e ospizio per cornici». «Per certi aspetti il Tritone è un albergo diverso dagli altri – dice Teresa – non è diverso strutturalmente, ma per l’accoglienza che c’è: credo che ci sia meno indifferenza nei riguardi dei clienti che vengono da noi». Sino alla fine degli anni ’80 il Tritone era una locanda gestita da marito e moglie: «Poi siamo subentrati noi come cooperativa: c’è stata una grossa ristrutturazione ed è è rimasta così com’è dal 1992. All’inizio nessuno sapeva come gestire l’albergo, abbiamo dovuto imparare e in quindici anni siamo arrivati alla situazione attuale Quindici anni in crescendo». Sedici stanze, grande attenzione alla qualità dei servizi, pulizia e gentilezza: queste le caratteristiche dell’hotel Tritone, che può contare sull’efficienza e la disponibilità di Gianni, che si prepara a dare il cambio a Teresa: «Sono sette anni che lavoro qua – dice Gianni – prima ero cameriere al Posto delle fragole. Ho fatto dei corsi, mi sono impegnato molto e sono cresciuto. Ora accolgo i turisti che arrivano all’albergo: compilo i fogli e dò qualche indicazione su dove andare a mangiare o a divertirsi, informazioni che sono importanti». I clienti che entrano al Tritone a volte vengono per curiosità, perché ne hanno sentito parlare o hanno letto qualche articolo, ma la maggior parte sono turisti: «Tantissimi sono stranieri: dall’Europa dell’Est, austriaci, addirittura dall’Australia e dal Canada». Gianni ha iniziato a lavorare con la cooperativa grazie a una borsa lavoro e grazie anche all’attivismo del Centro igiene mentale: «Ogni tanto il Cim fa delle belle cose, avviano queste persone che sono un po’ isolate, ti danno una piccola mano, danno quella spinta, danno coraggio che serve». Guarda l’orologio: il suo turno di lavoro è già iniziato da dieci minuti e Gianni è un tipo preciso.

Bar1One

È l’ultimo arrivato in casa della cooperativa: il Bar1One ha aperto i battenti nel novembre del 2006 ed è il bar interno dei dipendenti dell’Azienda servizi sanitari nel Parco di San Giovanni. Anima e cuore del bar è Anna, veterana della cooperativa triestina: «Sono entrata ventun anni fa in cooperativa. Nel tempo la cooperativa è cresciuta, è diventata più professionale: prima mi occupavo della produzione di borse: creavo i modelli, poi li realizzavo e insegnavo ad altri come fare. Prima di occuparmi di questo bar ho lavorato al nostro primo bar, Il Posto delle fragole». Sono le cinque di pomeriggio: Anna sta lavando il pavimento e sistemando le macchine del caffé: «Ho aiutato tante persone che venivano in cooperativa con una borsa di lavoro: gente con venti anni di manicomio alle spalle che imparava un lavoro. Sono state delle grandi soddisfazioni per me, così come sono grandi delusioni quando non ce la fanno e non imparano. Le avverto come delle sconfitte personali». Il suo piglio da imprenditrice e la sua esperienza le hanno assicurato la gestione del Bar1One: «Non è facile mandare avanti questo bar, ma ce la metto tutta». Lasciamo Anna mentre l’orologio sul muro segna quasi le sei: deve ancora rivedere alcuni conti con Isabella, la vice presidente. 

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