I conti in tasca

Là¢â‚¬â„¢industria italiana si salva soltanto con là¢â‚¬â„¢innovazione. Pasquale Pistorio è di quelli verso i quali la vita professionale non è stata avara di soddisfazioni: all’inizio degli Anni 80 prese le redini di una azienda boccheggiante e ne ha fatto una multinazionale che si confronta con successo sulle più avanzate frontiere della tecnologia. Lui stesso lo ha ricordato in una intervista con la Stampa pubblicata venerdàƒÂ¬ scorso nella quale si è proposto come testimonial del ruolo strategico che l’innovazione deve avere affinchàƒÂ© l’industria italiana possa tornare a farsi valere [Alfredo Recanatesi, La Stampa].
 

à‚«In un mondo globale, i Paesi ricchi e avanzati come il nostro non possono competere sui fattori di costo, devono competere grazie a un valore aggiunto dei prodotti che offronoà‚». Parole che andrebbero scritte a caratteri cubitali dovunque ci sia spazio per farlo, non solo e non tanto per affermarne l’indiscusso fondamento, quanto per costituire un riferimento di coerenza sul quale tutti siano spinti a verificare politiche, comportamenti, scelte imprenditoriali, destinazione di risorse pubbliche e private. Tutti, compresa la stessa Confindustria.

 

Pistorio ne è vice presidente per l’innovazione, ma il suo collega vice presidente per le relazioni industriali, quel Bombassei che come patron della Brembo di innovazione dovrebbe saperne qualcosa anche lui, va sostenendo altre politiche, opposte a quelle professate da Pistorio. àƒË† solo di qualche settimana fa, infatti, la sua iniziativa di mettere sul tavolo della discussione sindacale il ripristino del sabato lavorativo. Con questo genere di proposte, Bombassei di fatto rappresenta quella industria che pretende di competere proprio sui costi, ossia quella industria alla quale Pistorio – e non serve la sua esperienza, ma basterebbe il semplice buonsenso – sembra non assegnare alcun futuro.

 

Fino a quando la compressione dei costi saràƒ assunta come obiettivo strategico dal governo, dalle forze politiche e da almeno una parte della Confindustria, saràƒ difficile che le imprese si convincano della necessitàƒ di impegnarsi nella ricerca e nell’innovazione. Gia ci sono ragioni strutturali che vi si oppongono – dimensione prevalentemente piccola e proprietàƒ familiare -, se poi a queste si aggiunge chi continua a prospettare la possibilitàƒ di competere sui costi, la spesa delle imprese private in ricerca rimarràƒ sempre infima. FinchàƒÂ© le cose rimarranno cosàƒÂ¬, da questo cul-de-sac non si usciràƒ mai.

 

Pistorio, del resto, non puàƒÂ² non saperlo. Anche se si sta spendendo per girare l’Italia a sensibilizzare gli imprenditori sulla esigenza vitale di investire in innovazione, proprio lui non puàƒÂ² non essere consapevole dei limiti che trattengono la grande maggioranza delle imprese da un maggiore impegno in questo senso. Nel ricordare come l’innovazione sia stata la chiave della resurrezione e poi del successo di quella media azienda boccheggiante di venticinque anni fa, infatti, non ha richiamato la circostanza, certo non secondaria, che a crederci e ad investirvi fino a farne la multinazionale che, tanto per dirne una, ha innescato la formazione di un grande polo tecnologico a Catania, non fu certo il capitale privato, ma quello pubblico in una joint-venture tra Stato italiano e Stato francese. Se quel capitale pubblico non fosse intervenuto, oggi la StMicroelectronics non esisterebbe; sarebbe morta allora, quando ancora si chiamava Sgs, i liberisti se ne sarebbero compiaciuti, e dopo alcuni anni avrebbero iscritto il buco che avrebbe lasciato in quella ottusa contabilitàƒ dei à‚«costià‚» che le partecipazioni statali avrebbero imposto al Paese.

Oggi il capitale pubblico non puàƒÂ² più intervenire, ma sarebbe opportuno che tutti, Pistorio compreso, si chiedessero se non sia proprio questa la causa per cui l’Italia è arretrata in tutte le classifiche sugli investimenti delle imprese in ricerca, sul numero dei ricercatori, sul numero dei brevetti, sul livello di specializzazione dei lavoratori impiegati nei processi produttivi, sulla quota di mercato mondiale dei ricchi prodotti con elevati contenuti di tecnologia.

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