Il naufragio della memoria

Ho varcato la soglia della paura, e ho trovato una paura antica.
Così il verso di una delle canzoni che hanno accompagnato Odissee, lo spettacolo messo a punto da Gian Antonio Stella e dalla Compagnia delle Acque di Gualtiero Bertelli, in scena lunedì sera, 15 novembre, al Piccolo Teatro di Padova [Elisa Caldarola – Criticamente].


Meglio sarebbe dire che le canzoni non hanno accompagnato lo spettacolo, ma sono state lo spettacolo stesso, perché esse, accanto alle diapositive proiettate sullo sfondo, costituiscono la principale testimonianza attraverso cui sulla scena viene costruito il racconto dell”emigrazione degli italiani fra la fine del diciannovesimo e i primi decenni del ventesimo secolo. Il filo conduttore dello spettacolo è poi dato dalla lettura di brani di Odissee, il libro di Gian Antonio Stella che rende testimonianza di queste storie spesso dimenticate.

Ho preso le mosse da un verso che non ha tanto il carattere delle canzoni tradizionali, pure numerose e interpretate con maestria dalla Compagnia delle Acque nel corso dello spettacolo, perché trovo che Odissee abbia anzitutto il merito di fare i conti con la paura, affermando il dovere della memoria. 

La paura di cui sono intrise le storie di emigrazione, storie di abbandono di luoghi conosciuti, di terribili viaggi per mare, di numerosi naufragi, di morti a decine nella terza classe delle navi, di bambini morti e buttati a mare di notte. Storie di approdo in terre sconosciute e spesso inospitali, addomesticate con fatica nel corso degli anni. La storia ufficiale le ha spesso lasciate ai margini,  la loro portata tragica è stata minimizzata, si è avuto paura della paura: della Merica si è preferito cantare le strade lastricate d”oro, del naufragio del Regina Matilda erano noti i nomi dei sopravvissuti, non quelli delle vittime. E questa seconda paura l”abbiamo ereditata, tanto che essa è andata a rubare lo spazio della memoria: così ci ritroviamo a guardare da lontano le foto dei nostri trisavoli e bisnonni e ci sembra che nulla più ci leghi a quello che è stato il loro mondo.

Paura del passato di miseria da cui è emersa a gambe malferme l”Italia degli ultimi sessanta anni, l”Italia di oggi. Resta infine un”ulteriore paura, legata a un atto ignobile di rimozione, che lo spettacolo mette a nudo: la paura delle nuove odissee, che avvengono da anni a largo di Lampedusa, ma non occupano che lo spazio di un articolo di cronaca. Non abbiamo canzoni per cantare queste odissee. I morti muoiono, sepolti nell”acqua silenziosa, e nel silenzio della politica. Gli ultimi dieci, forse dodici, sono affondati tre giorni fa nel canale di Sicilia. Non c”è ancora traccia della loro barca.

Elisa Caldarola

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