Il pacchetto sicurezza è diventato legge dello Stato a seguito della definitiva approvazione del Senato della Repubblica. Ospitiamo, di seguito, un articolo di Tiziano Torresi, già Presidente Nazionale della F.U.C.I.,(Federazione Universitaria Cattolica Italiana) riguardo la nuova legge in materia di immigrazione e sicurezza. www.fuci.net
Mons. Agostino Marchetto, segretario del Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti è stato il primo membro della gerarchia cattolica ad usare espressioni inequivocabili: “La criminalizzazione dei migranti è il peccato originale dietro al quale va tutto il resto”.
Contro “tutto il resto” di questa legge sciagurata stanno la Costituzione, il buon senso, la Parola.
La Costituzione.
Un profilo di netta incostituzionalità è dolorosamente evidente. Primo: quanti vivono in Italia non saranno più uguali davanti alla legge, non godranno delle stesse garanzie e diritti, non avranno una pari dignità nell’accesso alla scuola, alla salute, nel nucleo familiare. Secondo: la Corte Costituzionale ha chiarito che la condizione di mera irregolarità dello straniero non è sintomatica di una pericolosità sociale dello stesso: incriminarlo a priori è una discriminazione bella e buona; in materia penale infatti la Costituzione è limpida: si può essere puniti solo per fatti compiuti. Può in uno stato di diritto punirsi una condizione di nascita o la condizione di povertà? La povertà vera – per dirla con Don Ciotti – è la nostra. È povertà di coraggio, di senso, di umanità, di capacità di scommettere sugli altri, di costruire insieme a loro.
Il buon senso.
L’effetto controproducente e criminogeno di misure così drastiche è facilmente intuibile, basti pensare all’impatto sulla già collassata situazione delle carceri, al fatto che renderanno gli immigrati irregolari ancora più invisibili sui posti di lavoro, alle complicazioni per la quotidiana esistenza dei regolari, alla tragedia dei respingimenti, al rifiuto di farsi curare di tanti che reca un rischio sanitario potenziale elevatissimo. È contraria al buon senso la totale sordità dimostrata dal governo nel lungo iter parlamentare della legge ai reiterati e unanimi richiami di innumerevoli associazioni di volontariato che ogni giorno operano nel settore dell’immigrazione e ne conoscono le dinamiche e le problematiche; meglio aver ossequiato le promesse di uno stravagante e schizofrenico sultano contemporaneo in libera uscita a Roma? Il buon senso ci insegna che ad essere criminali non sono i clandestini ma quelle strutture economico-finanziarie che li obbligano ad emigrare in condizioni disumane; azzarderei a dire che con questa legge, che si propone di affrontare “tra le altre cose” anche la persistente minaccia mafiosa, c’è il rischio di rendere la mafia più clandestina e la clandestinità una mafia. Il buon senso, insieme alla Convenzioni sui diritti dell’uomo, ci dovrebbe aver insegnato – quanto è doloroso usare il condizionale – che il razzismo, l’apartheid e la xenofobia alla base di questa legge potranno essere utili per nascondere la crisi e individuare un capro espiatorio alla inefficienza della politica, ma sono sempre e comunque contrari alla dignità della persona umana. Il buon senso ci dice che laddove si è lavorato con impegno, è stato possibile armonizzare il diritto con l’accoglienza, saldare il rispetto delle regole con l’integrazione.
La Parola.
Ascoltiamo infine la Parola che, come sempre, è spada affilata: “Non molesterai il forestiero né l’opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto” (Es 22,20).”Tratterete lo straniero che risiede fra voi come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso” (Lev 19, 33-34).”Amate lo straniero perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto” (Dn 10, 19). “Non dimenticate l’ospitalità, perché alcuni, praticandola, hanno ospitato senza saperlo degli angeli” (Eb 13,2). Per chi radica la propria fede nella Parola nessuno è straniero; figuriamoci se può ritenere lo straniero, di per sé, un delinquente! Ricordiamo anche le parole di Giovanni XXIII nella Pacem in Terris: “Ogni essere umano ha il diritto alla libertà di movimento e di dimora nell’interno della comunità politica di cui è cittadino; ed ha pure il diritto, quando legittimi interessi lo consiglino, di immigrare in altre comunità politiche e stabilirsi in esse. Per il fatto che si è cittadini di una determinata comunità politica, nulla perde di contenuto la propria appartenenza, in qualità di membri, alla stessa famiglia umana; e quindi l’appartenenza, in qualità di cittadini, alla comunità mondiale”.
Quale città dell’Uomo potremo costruire davanti a vincoli così iniqui per i nostri fratelli nel comune consorzio sociale? Come potremo trasformare in realtà quanto la Chiesa ci insegna e che cioè solo nella reciproca accoglienza di tutti è possibile costruire un mondo segnato da autentica giustizia e pace vera? Con quale credibilità professeremo la nostra fede disubbidendo ad un Dio che “non fa preferenze di persone”, che chiama beati quei poveri che noi criminalizziamo, che ha avuto il Figlio profugo in Egitto? Come risponderemo alla Dottrina Sociale della Chiesa che ci insegna che “Poiché sul volto di ogni uomo risplende qualcosa della gloria di Dio, la dignità di ogni uomo davanti a Dio sta a fondamento della dignità dell’uomo davanti agli altri uomini (Compendio della dottrina sociale n. 144)? Ma soprattutto quale ridicola scusa accamperemo, quale Gazzetta Ufficiale porteremo sotto braccio con noi, in quel fatidico giorno, quando Lui ci dirà: “Ero straniero e non mi avete accolto” (Mt 25,35)?
Tiziano Torresi
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