AAA cercasi democrazia. Possibilmente in buono Stato

Lo sconcertante quadro politico-istituzionale del nostro Paese credo abbia fatto scaturire più di qualche riflessione sulla situazione delle nostre istituzioni sedicenti democratiche. Forse è definitivamente tramontato il tempo in cui si diceva: “almeno possiamo parlare liberamente, pensa a quelli in Africa o in Asia che non possono fare neanche quello”. Prospettiva consolante anche se un po’ minimal (Alberto Leoncini).


Gli ultimi due appuntamenti elettorali in Italia sono stati un tracollo per partecipazione e dialettica. Ma andiamo con ordine: abbiamo votato per il Parlamento Europeo (ricordo che in sede comunitaria viene ormai (co)deciso circa il 70% della nostra normazione, quindi il migliaio di stipendiati romani si occupano al più della pesca al luccio, come direbbe la Littizzetto) con una legge al cui confronto il porcellum calderoliano sembra venuto fuori dal periodo d’oro della democrazia ateniese. Qualche dato per chiarire: Sinistra e Libertà ha raggiunto il 5% nella circoscrizione Sud (evidentemente sfruttando l’effetto traino di Vendola) senza eleggere alcun deputato. Così come l’MPA di Lombardo, che pur superando le due cifre nella circoscrizione Isole rimane ai blocchi di partenza.

Smettiamola con il ritornello “tutti i paesi hanno soglie di sbarramento per l’Europarlamento”, perché al di là delle differenti tradizioni politiche, ho i miei dubbi che gli spazi informativi nel resto dell’Europa siano così contingentati come da noi. Al più il paragone dovrebbe essere fatto con la Thailandia, dove Shinawatra è anche padrone delle maggiori corporation del Paese, ma non mi sembra sia neppure candidata all’ingresso in Comunità. Quindi l’argomento regge poco.

Le soglie di sbarramento continuano ad essere alzate anche negli enti locali, nella sinistrorsa Toscana (giusto per smentire una volta di più la cosiddetta “superiorità morale” della sinistra), ad esempio, è appena stata cambiata la legge elettorale proprio in questo senso, con il consenso di sinistra e destra. Qualora ci fosse qualcosa su cui sono in dissenso, comunque, mi premurerò a segnalarlo.

E veniamo al referendum elettorale. Sicuramente una pessima idea che ci avrebbe traghettati a grandi passi verso una rediviva legge Acerbo, con le prevedibili conseguenze del caso. Ebbene, le forze politiche non hanno trovato di meglio di imbarcarsi in una campagna astensionista che ha portato a “migliorare” il record delle astensioni scendendo sotto il 24% nei voti espressi. C’è da dire che il partito dell’astensione è un pessimo alleato, che dà risultati nel breve ma che delegittima uno dei pochi e residui strumenti di democrazia diretta presenti nel nostro ordinamento (che tuttavia non preserva affatto dalla derive oclocratiche…Come la cronaca quotidiana mi pare dimostrare ampiamente) e che soprattutto spinge moltissime persone alla disaffezione per la politica.

Su questo sconcertante panorama si inserisce la lite condominiale del PD, che tuttavia è riuscito a esprimere una posizione unitaria. Il no a Grillo. Praticamente un miracolo. Il comico genovese, per il quale è già stata chiesta a gran voce l’avvio della causa di beatificazione, è riuscito nell’immane compito di compattare il partito di sedicente opposizione, il quale ha ritrovato una granitica unità d’intenti nel lavare i panni sporchi in casa. Tutti si augurano che dopo averli stesi al sole ad asciugare rimangano energie per iniziare a contrastare il principale esponente dello schieramento a loro avverso. Nell’attesa seguiamo tutti con interesse i battibecchi Marino-Bersani-Franceschini sui quali intervengono le sferzanti critiche della Serracchiani. Il cronista deve riferire che, quando capitan Cannavaro traghettava l’Italia ai Mondiali 2006, l’entusiasmo del popolo italiano era circa di un decimo…. Ma il nostro premier e la sua maggioranza possono dormire tra due guanciali, fintanto che i vari Ichino continueranno a dire (Corriere della Sera, 5 agosto) che vicende come quelle dalla INNSE riguardano 49 lavoratori da ricollocare.  Qui preferisco esimermi dal commentare. Sotto casa mia c’è una pizzeria che cerca apprendisti. Può interessare?

Da rilevare anche le pratiche elettoral-masochistiche delle ali estreme, chissà che ci facciano anche un documentario sopra, come per le tribù della Papuasia. Battute a parte ciò sta generando una preoccupante desertificazione del panorama politico da entrambe le parti.

A destra, parlo sempre delle europee, c’era l’imbarazzo di tre liste: La Destra- MPA- Pensionati-Alleanza di Centro, Destra Sociale- Fiamma Tricolore-No Euro e Forza Nuova. Tutte ben lontane dal 4%. Ancor meglio ha fatto la sinistra, con Sinistra e Libertà, Partito Comunista dei Lavoratori e Rifondazione-PdCI-Socialismo 2000-Consumatori Uniti che sono riuscite a sperperare un bacino di voti che ancora si attesta attorno al 7%, senza contare l’assenza di Sinistra Critica. E c’è chi arriva a dire “arridatece l’Arcobaleno”, idea giusta al momento sbagliato, ovvero quando si è trattato di punire la classe dirigente dei due anni di disastrosa presenza nel Governo Prodi.

Tutto ciò ha portato a non essere rappresentati circa 23 milioni di elettori (astenuti, bianche, nulle, partiti sotto quorum), cui vanno sommati i minori privi del diritto di voto. Credo sia un numero con il quale fare i conti. Allora, in nome di chi si legifera? E’ ragionevole parlare di “uguaglianza” del voto se votando un partito piuttosto che un altro so già in partenza che non potrò mai vedere eletto un rappresentante? Quale accesso ai media è garantito ai cittadini che vogliano organizzarsi per fare politica? Perché i rimborsi elettorali sono dati, guardacaso, solo a quei partiti che riescono a ottenere degli eletti?  Siamo proprio sicuri dello stato di salute della nostra democrazia? E’ esagerato parlare di eversione guardando alle statistiche dei voti di fiducia, decreti legislativi e decreti legge? Si può ancora considerare in vigore il “governement by discussion” della tradizione liberale anglosassone?

Lascerei perdere quei commenti astiosi sulle donnine di Berlusconi che mi ricordano tanto quel passaggio di “Bocca di rosa” di De Andrè “si sa che la gente dà buoni consigli quando non può più dare cattivi esempi”… I problemi sono altri, e vanno ahimè ben oltre del clima da basso impero creatosi fra Palazzo Grazioli e Villa Certosa (abbiamo già dimenticato le notti brave di Fiorani al Billionaire? E la Santanché tutta intenta a fare la PR tra i vari colleghi del Parlamento?). Di certo stiamo procedendo a grandi passi verso una totale deparlamentarizzazione della politica. Sia perché il Parlamento conta come il due di picche negli equilibri politici sia perché chi vi è seduto è un nominato con funzioni di cancelleria e ratifica, visto che ormai esistono in Italia due megablocchi con caratteristiche uniformi e differenze risibili i quali placidamente navigano nell’oceano dell’autoreferenzialità.

Non so se questo sia un bene o un male, ma di certo è un pericoloso incentivo allo scontro sociale che rischia di acuirsi con l’attuale crisi economica, generando una mancanza di rappresentanza e collegamento per ampi strati della popolazione. Parlare di autunno caldo rischia di essere un gridare al lupo, ma poco importa che sia l’autunno o l’inverno. Ciò che conta è che per questa strada non si può andare all’infinito. Questo è il messaggio da far passare, forte e chiaro.

Ebbene in questo poco edificante contesto credo sia ragionevole domandarsi quali possano essere le prospettive per uno stile di vita che voglia essere democratico ed autonomo nel senso etimologico del termine. Sono giunto a pensare che la fine dell’eterodeterminazione delle scelte abbia come unico strumento il consumo. Siamo ciò che consumiamo? E così sia. Ritroviamo attraverso il consumo la nostra identità e la nostra dignità.  Scegliere come e cosa consumare, o non consumare, è il gesto più “sommamente rivoluzionario”, chiosando Marx, che possa essere compiuto poiché autenticamente proveniente da un moto di volontà del soggetto che lo compie. Spegnere la luce quando si esce dalla propria stanza non fa solo risparmiare, è il modo più eloquente per dire all’ENEL che noi, il nucleare, non lo vogliamo.

Il boicottaggio o, per contro, l’acquisto di determinati beni/servizi da una fonte piuttosto che da un’altra è un aspetto con implicazioni ben maggiori rispetto a quelle che si potrebbero a prima vista pensare poiché se boicottiamo un’impresa vuol dire che non rientriamo nella sua “coalizione di stakeholder”, ossia in quel novero di soggetti che “hanno a che fare” con l’impresa (la nozione di stakeholder ha accezioni più ristrette ma per le disamine in merito è sufficiente una scorsa alla pubblicistica di area aziendalistica sulla quale non intendo in questa sede dilungarmi), e questo per le public company contendibili è una perdita di valore non risibile. Altro aspetto interessante: quanto conta un voto dentro un’urna? Nessuno può dirlo con certezza, ma è dimostrato che una campagna elettorale ha successo se riesce a spostare il 5/10% dell’elettorato, per questo si usa dire “caccia all’ultimo voto”, ebbene non conta esattamente come comprare o non comprare un paio di scarpe Nike o un hamburger di McDonald’s??

Se a dominare la politica è l’economia, la democrazia non può che rifondarsi su basi rigidamente economico- scambistiche. Consumare informati conta molto di più, credo, di seguire gli stucchevoli siparietti televisivi e le trite polemiche fra commedianti lautamente retribuiti.

Alberto Leoncini

albertoleoncini AT libero.it

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