di Sergio Berardini Giuliano Ferrara, sul sito de Il Foglio, ha da poco lanciato un appello “estivo”, ovvero ha invitato i “bloggers più influenti” a rispondere alla domanda “cosa c’è dentro di me?”. Tra i primi a rispondere, in data 3 agosto, c’è il cosmologo Amedeo Balbi, poche righe essenziali e una chiusa meravigliosa (il testo si trova a questo indirizzo: http://www.ilfoglio.it/soloqui/2924). Ed è questa breve frase posta in chiusura del suo intervento (che poi è una citazione di un suo collega, l’astrofisico Carl Sagan), ad avermi dato lo spunto per un mio breve intervento (non richiesto da Giuliano Ferrara). Alla domanda “cos’è la coscienza?”, Sagan risponde: “è il modo che l’universo ha trovato per conoscere se stesso”. Si tratta di una affermazione eccezionale, tenendo conto delle premesse realiste (fatte di leggi fisiche e materia) che ne stanno alla base. Non solo perché, evidentemente, occorre prestare ascolto agli scienziati per sentir dire cose che ormai i filosofi di professione non osano più nemmeno pensare, ma soprattutto perché questo dire, che i professionisti della filosofia tacciono, è carico di una verità feconda. Una verità che forse il nostro tempo vuole dimenticare, e che, tuttavia, qualcuno sa testimoniare. “La coscienza è il modo che l’universo ha trovato per conoscere se stesso”. Questo enunciato ribalta d’un colpo ogni posizione soggettivistico-materialista che pensa l’uomo come un punto dello spazio e del tempo, come un grano di sabbia in una enorme clessidra, che affonda nella sua insignificanza, tanto per la misera estensione del posto che occupa nell’infinito spazio, quanto per la brevità del suo permanere in tale posto confrontato con l’eterno svolgersi del tempo. Eppure questo pensiero così pensa l’uomo e così lo pensa in contrasto l’universo; ovvero, nel considerare le vastità del secondo, finisce col biasimare il primo, senza accorgersi che è proprio un uomo colui che coglie quella vastità. Insomma, è sempre un pensiero umano quello che pone l’uomo al pari degli dèi, oppure quello che lo fa precipitare nel buio dell’insensatezza e dell’insignificanza. Tuttavia, ora che gli dèi se ne sono fuggiti e l’unico Dio è morto, dov’è oggi il senso in questa parte di mondo che si chiama Occidente? La chiacchiera comune pare averne decretato la fine. Ma è poi vero? Ovunque volgiamo lo sguardo intorno a noi vediamo “cose”, o meglio, più di cose semplicemente date, vediamo “significati”, cioè il significare delle cose in vista di una utilizzazione, di un valore da realizzare o da custodire, e dunque in vista delle relazioni che dobbiamo instaurare e che abbiamo sinora instaurato (sicché quando guardiamo casa nostra, non è tanto il concetto astratto di “casa” che vediamo, quanto un senso di sicurezza, l’impronta dei miei genitori che prima di noi l’hanno abitata, gli affetti o le tensioni che ci attendono, ecc.); dunque sempre un significare e mai il nulla, il quale emerge semmai come possibilità che tutto questo possa non essere, che possa volgere al suo tramonto. Dunque anche l’insignificanza e l’insensatezza si mostrano come un modo di significare: il modo più povero, più debole, più sterile. Guardare all’uomo e al suo posto nell’universo come un’insignificante scintilla destinata a spegnersi nel volger d’un battito di ciglio, in tal senso, è già la sconfitta dell’uomo, il quale non comprende che dell’universo egli è la più intima e concentrata espressione – lo è proprio per il motivo che egli pensa l’universo e pensandolo si emoziona. Già Nietzsche, che pure in giovane età si era espresso mostrando la vanità della coscienza e della storia umana in ordine della vita del cosmo, affermò che un uomo che osserva a lungo la vastità del mare diventa infine tale vastità, nel perdersi in essa. E tuttavia, è possibile pensare che sia il mare a trovare se stesso nell’uomo; ovvero che sia l’infinito a cercare, attraverso l’uomo, un limite, una determinatezza, e dunque la migliore forma e un nome. In tal senso, è altresì possibile pensare che l’uomo sia il varco attraverso il quale l’essere, l’esistente, si conosce come spazio ordinato e significante, e dunque come cosmo, contro la possibilità del caos. E dunque, contro la tentazione del riposo nell’indifferenza, un pensiero edificante è questo: che la verità e la cultura non sono maschere ed empiastri posti per velare uno sfondo tragico contro cui è impossibile vivere, ma la forma stessa dell’universo, il quale, per mano e voce dell’uomo così e non diversamente si conosce e si è conosciuto. E dunque, un plauso a Sagan (e Balbi), e a quanti vogliono guardare più in là di molti professori di filosofia, conferendo all’uomo e al suo pensiero un posto non ai margini dell’esistente, ma, umanisticamente, al suo centro.
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