di Gabriele Zuppa La mediocrità degli automobilisti è causa e sintomo della nostra deriva. Sei appena uscito da un tratto infernale della A4 in seguito a dei rallentamenti causati da un incidente. Tra breve però imboccherai il nuovo passante di Mestre: che qualcosa di buono sia stato realizzato, anche se in oltre vent’anni, questo sì consola e conforta. O dovrebbe. Perché in realtà quel che hai imboccato è l’inesorabile direzione verso il baratro. Verso quella fine senza speranza che stiamo preparando. Abbiamo buon gioco a lamentarci della politica, dei supermanager, del baronato accademico, del clientelismo, di un’Italia «alla deriva» – ma noi ne siamo gli artefici. Gli automobilisti lo sono. Quando imperterriti e menefreghisti non si schiodano dalla pigra comodità della corsia di mezzo. E riescono a determinare ulteriori rallentamenti in una distesa di asfalto che i pochi accorti devono continuamente attraversare in largo passando dalla prima corsia alla terza e dalla terza alla prima. La scena per antonomasia nella quale mi sono imbattuto ha visto come protagonista un ventenne che sulla corsia di mezzo alla velocità di circa cento km/h parlava al telefonino sbilanciato verso il centro dell’auto per consentire alla sua compagna di fianco di ascoltare la conversazione. I mediocri della via di mezzo stanno estenuando le poche forze rimaste. La nostra inedia non renderà decoroso quel tracollo al quale tutti stiamo partecipando con infamia. Quell’atteggiamento che deprechiamo nelle persone che contano e scongiuriamo per i nostri figli, lo alimentiamo nella vita di tutti i giorni con quanto vi è di più importante: le nostre azioni, quel che le nostre azioni rappresentano. Non vi sarà rinascita se non testimoniamo in che cosa la rinascita debba consistere. In rilievo e di rilievo è il seguente carattere della situazione attuale: che ci si lamenti della condizione di crisi mortificante nella quale ci si crede di trovare, ma non si faccia nulla per uscirne. L’acquiescenza è tale che la sua critica ne è parte. È talmente automatico e sclerotizzato il gesto di puntare il dito, che del suo complementare non si percepisce neppure più la mancanza: che cosa stiamo facendo noi per uscirne, che stiamo facendo noi di buono? L’attuale puntare il dito sul negativo non è funzionale a delimitare il positivo e il da farsi: è un vuoto scaricare responsabilità, così inconsapevole e stolido che solo dal basso dell’abisso nel quale si sarà trascinati ci si accorgerà di quanto inutile sia attribuire la responsabilità a qualcun altro. E come, con ciò, per nulla aver fatto, in realtà, la responsabilità sia anche la nostra. La strafottenza e l’indifferenza dei nostri figli sono le nostre. L’arroganza e la spudoratezza dei nostri politici sono, nondimeno, le nostre. Se pensiamo che gli episodi scandalosi che sono sulla bocca di tutti siano la causa della crisi e della deriva che lamentiamo, pensiamo male. È il nostro essere alla deriva la causa del susseguirsi di scandali e ignominie. Limitandoci ad un caso noto a tutti – è veramente un buon gioco indicare l’inefficienza del vicino per giustificare la nostra raccolta differenziata approssimativa o che addirittura non viene fatta? E, se la spazzatura aumenta, additare l’inadeguatezza della giunta comunale. O scaricare la colpa alla provincia? Alla regione allora? Al governo, ai politici? All’ordine universale? Ma quando con l’intenzione di uscire di casa rimarremo bloccati da cumuli di rifiuti, riusciremo allora forse ad intravedere che l’altro non è poi così altro? Che la spazzatura dell’altro è pure la nostra, che – per dirla in termini tecnici – l’individualismo non è che un’illusione, il prodotto di uno sguardo miope? Se è vero che solo un Dio ci può salvare, teniamo però presente che solo noi possiamo preparare le condizioni per la sua venuta.
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