Identita’ e religione. Tre errori fondamentali del nostro tempo

Due episodi ci permetteranno di individuare tre aspetti cruciali che impediscono una lucida autocomprensione di cio’ che siamo. Il Tar del Lazio ha stabilito che frequentare l’ora di religione non comporta crediti aggiuntivi agli studenti che si presentano agli esami di maturità e che gli insegnanti di religione non possono partecipare a pieno titolo agli scrutini. La sollevazione contro questa sentenza ha riaperto l’annoso dibattito sulle radici cristiane dell’Europa. E la migliore sintesi degli errori peggiori che affligono l’opinione pubblica è stata data da Don Mario Pieracci in un’intervista rilasciata a Skytg24 (Gabriele Zuppa).


Il giornalista ha sottolineato come la questione che è stata toccata dalla sentenza non riguardi l’esistenza o meno di Dio, ma la nostra stessa identità. Un’identità che non proverrebbe dalla Rivoluzione francese, ma dal cristianesimo e da nessun’altra religione. Infatti, se l’islam fosse stata la nostra religione il dialogo dell’intervista non sarebbe stato possibile. In poche battute l’argomentare di Pieracci ha legato tra loro tre idiosincrasie del nostro tempo.

La nostra identità non è cristiana. Se pensiamo che le nostre radici siano cristiane, dobbiamo nondimeno considerarle greche e romane. Ancora, per esempio, illuministiche e islamiche: l’illuminismo, con le sue bandiere di razionalità e libertà, proviene da quella grandiosa civiltà che nacque nel segno dell’islam. Seicento anni prima di Kant le celebri parole della Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo? furono già vergate dalla ferma mano di Abelardo di Bath, che guardava all’islam come a quell’ideale che poteva favorire l’Europa nell’uscita dallo stato di minorità nel quale versava. Questa la sua ammirazione:

«Dai maestri arabici ho appreso una cosa, a lasciarmi guidare dalla ragione, mentre tu sei abbacinato dall’aspetto dell’autorità e sei guidato da alte briglie, che non sono quelle della ragione. Infatti che cosa è di fatto un’autorità se non una briglia? E come animali bruti sono menati ovunque dalle briglie e non hanno idea di che cosa li guidi o perché, ma altro non fanno che seguire una corda che li tira, così l’autorità degli scriptores conduce non pochi di voi in pericolo, legati e vincolati da una credulità animalesca».

La nostra identità è stata forgiata dallo spirito islamico. Le radici dell’Europa non sono infatti meno islamiche che cristiane: proprio dall’islam ha avuto origine quello spirito libertario che si è contrapposto all’oscurantismo cristiano. Sarebbe sufficiente questa consapevolezza per vedere tutta l’arbitrarietà di un’espressione come «scontro tra civiltà» e la loro ormai abituale contrapposizione: lo scontro non è causato dall’antiteticità costitutiva di due civiltà, ma, di volta in volta, da malintesi cagionati da pregiudizi, tanto che nel Medioevo l’Islam rappresentava rispetto all’Occidente quello che noi pensiamo rappresenti ora l’Occidente nei confronti dell’Islam. La contrapposizione è dunque del tutto contingente e non determinata dalla natura propria di ciascuna civiltà. Uno studio ambizioso e temerario di storia universale dovrebbe semmai prefiggersi di spiegare l’evoluzione antitetica di queste due culture, talmente antitetica da produrre qualcosa come uno scambio di ruoli.

Anche la più misera ricostruzione ci impedirebbe però di appiattirci a uno tra i molteplici elementi che hanno condotto fino a noi, nella fattispecie quello cristiano. Se quanto possiamo elencare – dal cristianesimo all’illuminismo – è quel che noi siamo, ancora di più lo è il venir meno di questi elementi, di quei fondamenti teorici propri delle dottrine che si definiscono cristiane e di quelle dottrine che si definiscono razionali o illuministiche. La storia dei nostri ultimi due secoli è questa storia; il futuro è il superamento dell’irrazionalismo, dell’oscurantismo nichilista, di una stolida libertà che riesce solo a pensarsi come relativismo. Il loro superamento non è però di certo possibile con il ritorno ad antichi ideali e a sistemi impolverati. Chi lo crede possibile non solo capisce male il proprio presente – vivendo problemi che le giovani generazioni nemmeno conoscono –, ma non si rende conto di essere prodotto di quel presente che si ostina a non ammettere: ogni scelta che non provenga da un’opzione stringente è arbitraria scelta di valore, è relativismo. L’uscita dall’irrazionalismo e dal nichilismo possono giungere solo dall’irrazionalismo e dal nichilismo stessi, dal loro superamento logico, non dal saltarli a piè pari.

La nostra identità non è cristiana, semmai un suo frammento.

Ma, sopratutto, la nostra identità non è immutabile. Questo è l’errore decisivo che consente quei due primi errori. L’identità è tale nel suo determinarsi. Nel momento in cui penso l’impossibilità di abbracciare una fede o un qualsivoglia sistema dottrinale – quella è la mia identità, il suo ulteriore sviluppo. L’identità allora, nel nostro caso, non è la fede, bensì il superamento di quella fede.

Non solo: la stessa autocomprensione della propria identità è determinante per l’identità stessa e ad essa appertiene. A contatto con gli eventi ci scopriamo continuamente diversi: quello che siamo stati ci conduce a quel mistero che saremo, a quell’imprevedibile efflorescenza che possiamo poco più che fantasticare. Quel che vogliamo essere può apparire la negazione dell’identità in cui pensavamo di consistere, ma concretamente è sempre la sua affermazione. Perché l’identità negata è la condizione del proprio superamento, del suo sviluppo ulteriore. Non riconoscersi più in deteminati valori non significa negare la propria identità: può significare portarla a compimento.

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