Circola voce tra più alti livelli economici e politici che la crisi economica, provocata da fenomeni speculativi che mai avevano così toccato profondamente le economie mondiali, stia per terminare; Obama parla di imminente ripresa ed anche in Italia Draghi ritiene questa bufera ormai alle spalle ipotizzando addirittura un aumento del Pil per il 2010. Non so se queste voci troveranno conferme o meno, di sicuro possiamo affermare che questo terremoto economico porterà a dei cambiamenti sociali notevoli e probabilmente ad una messa in discussione, a livello mondiale, della leadership statunitense (Ludovico Polastri).
Possiamo anche ipotizzare che quel paese che per primo riuscirà a mettere in moto il motore della ripresa economica godrà di un vantaggio competitivo enorme su tutti gli altri paesi concorrenti e di sicuro non sarà l’Europa la protagonista di questo risveglio e l’Italia men che meno. Paesi come il nostro si troveranno in una situazione drammatica dovuta alla confluenza di più cause negative: altissimo debito pubblico provocato dallo Stato per rimpinzare le banche di liquidità, inflazione crescente in quanto questo debito pubblico sarà riversato sui cittadini con aumenti delle merci e dei servizi, disoccupazione che supererà le 2 cifre percentuali, tenuta sociale a rischio anche per l’alta presenza di stranieri sul territorio che non accetteranno di sicuro di ritornarsene dalla miseria da cui sono scappati.
Con questa crisi sono anche di fatto sparite numerose aziende che costituivano il tessuto economico di moltissime province e regioni. Chi era già in crisi prima ha ricevuto il colpo di grazia e chi non lo era è stato altamente destabilizzato e si potrà salvare solo con un flusso di cassa positivo e pochi debiti al passivo; condizione non certo comune alla maggioranza delle aziende italiane. Fino a pochi anni fa, la Lombardia pullulava di aziende produttrici di macchine utensili, ad esempio quelle che per destinazione chiara dovrebbero occupare ingegneri. Le macchine utensili, poi ribattezzate “a controllo numerico”, settore che sfocia nella robotica, sono le macchine che servono a fabbricare le macchine, beni capitali per eccellenza, non merci di consumo. E’ il cuore della vera di ricerca e sviluppo.
Fino a pochi anni fa, lo stato di sviluppo di un Paese si valutava dal suo settore delle macchine utensili, dal grado di automazione e in questo l’Italia, all’insaputa degli italiani, perché queste fabbriche non “compaiono” in TV, era fra i primi Stati al mondo, dopo la Germania e forse alla pari degli Stati Uniti, e prima della Francia.
Ebbene questo settore è stato distrutto nel menefreghismo più totale. Nel 2005 la Cina ha scalzato l’Italia nel terzo posto mondiale, in un anno in cui il commercio mondiale di queste macchine è aumentato del 23 %. se sopravvive, è in lavorazioni di nicchia: si è specializzata in produzioni quasi su misura a richiesta del cliente.
Lo dice la struttura del settore: sono 400 imprese, quasi tutte sotto i 70 dipendenti (la media in Giappone è 200) e sono le più grandi, non le più piccole, quelle che esportano di più. Chi resiste in questa nicchia, evidentemente non ha più bisogno di centinaia di ingegneri, nemmeno di quei pochi che si laureano, con duri studi, in Italia. Quanto alla chimica, l’abbiamo perduta da decenni, niente più chimica fine, niente più farmaceutica. Siamo totalmente dipendenti dalle importazioni. Neppure l’innovazione tecnologica riesce a dare prospettive di un consistente rilancio del manifatturiero.
Un imprenditore del settore così ha sintetizzato il problema. “ Non riesco a pensare nulla che non sia negativo. Una volta si provava ad innovare ed il ritmo riprendeva. Ora fai proposte nuove, ma nessuno compera. Anzi chi ti deve dei soldi non paga, o sposta in là i pagamenti già dilazionati. Eppure sono venti milioni coloro che hanno stipendio assicurato, come i dipendenti pubblici. Pare però che chi ha disponibilità preferisca andare in crociera o in vacanza, visto che questi settori non conoscono crisi, al punto che se non prenoti con mesi di anticipo non trovi nessuna cabina sulle navi o posti sugli aerei che hanno destinazioni esotiche. Invece soffrono veramente della situazione negativa gli artigiani e gli operai, penalizzati da una crisi che in sessanta anni da imprenditore non ho mai incontrato”
E per di più i giovani che sono disposti a fare i lavori “che gli italiani rifiutano”, si sentono dire che sono “troppo qualificati”. Quei lavori sono per gli emigranti, i soli di cui si occupano la Caritas e le burocrazie “caritative”; non accade mai che la carità pelosa ed ipocrita “cattolica” si occupi degli ingegneri che non trovano lavoro: non cercano abiti usati, né piatti di minestra, la facile e pelosa carità somministrabile agli “ultimi”. E’ una retorica, dietro cui si nasconde un business (i caritatevoli ricevono contributi statali per ogni assistito, ovviamente), che lascia i nostri giovani nella trappola: non c’è lavoro per te come ingegnere e se chiedi di fare il portiere, sei troppo qualificato.
Per gli imprenditori, la dottrina del privatismo, del “laissez-faire” che ha reso il lavoro una merce come ogni altra (basata sul prezzo), si è tradotta nella sua forma più patologica: lo sfruttamento, la de-qualificazione, il menefreghismo assoluto verso i dipendenti. Arrangiatevi ragazzi, ora vige il privato. E mica vorrete il lavoro a vita…
Non è ciò che s’insegna alla Bocconi? Non si insegna forse che il lavoro è “un costo”, e che va liquidato e alleggerito alla prima occasione? Stranamente l’Italia andava meglio quando gli aristocratici milanesi, capi del personale, mettevano la lealtà fra azienda e lavoratori prima dei “costi”. Tutto questo “taglio sui costi” bocconiano ci ha portato all’arretramento nel mondo, alla dipendenza crescente dall’estero, ad un impoverimento generale. Qui è la maggior colpa dei nostri politici inetti ed incompetenti, di destra e di sinistra. La dottrina liberista, che vieta alla Stato di occuparsi di imprese l’hanno tradotta come un immenso scarico di responsabilità: lo Stato non si occupa più nemmeno di economia generale, di mantenere il Paese all’altezza nel mondo. Siamo ormai con quest’ ultimo maledetto governo al “si salvi chi può”, al “a chi tocca tocca” di pestilenziale manzoniana memoria
Le responsabilità dei sindacati sono anch’esse enormi: non hanno colto ed amministrato il mutamento in atto e le sue patologie; pur essendo in stretto contatto col mondo del lavoro, hanno badato ad addormentarlo, non sono stati culturalmente in grado di vedere dove si finiva. Del resto, ormai, gli iscritti ai sindacati non sono più lavoratori, ma pensionati ed immigrati. Certo non interessati allo sviluppo generale e al bene del paese di chi li ospita. ci ha fatto male l’Europa a-democratica, dove il discorso pubblico è limitato, dove non si deve parlare di certe cose. Ci ha fatto male anche l”euro: l’Europa non ha dato direzioni, solo regole su regole. Ha dato prescrizioni invece che orizzonti e traguardi. Ed è ovvio, perché una burocrazia non sarà mai la madre di nazioni, né sostituirà mai la nazione. E’ questa l’Europa Unita?
L’Europa che ci predica la “flessibilità”, la competizione, che ci dice che dobbiamo rassegnarci al “mercato”, quello per cui i giovani non trovano lavoro che precario?
A cosa porterà tutto questo? Al Sudamerica.
Alla borghesia di stampo brasiliano e colombiano, chiusa nei suoi quartieri di lusso circondati da mura e sorvegliati da guardie armate, per difendersi dalla violenza e dai furti di una popolazione giovanile perennemente disoccupata, eternamente senza reddito e senza istruzione perché “non è richiesta”.
Da questa devastazione della realtà sociale nasce, inarrestabile, la violenza. E con in più la concorrenza degli immigrati altra fede: l’ideale per fare della questione sociale una miscela esplosiva di tipo razziale. Il Sudamerica oggi si dà capi-popolo venuti da questo popolo disperato, impaurito e degradato, ossia ignoranti: Chavez ne è l’esempio, che i nostri uomini di stampo leghista e berlusconiani, ignorantissimi, stanno imitando.
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