La Russia ratifica il protocollo di Kyoto

La Russia si e' guadagnata l'applauso dell'Unione europea e degli ecologisti di tutto il mondo: lo scorso 22 ottobre, i deputati della Duma hanno ratificato con maggioranza schiacciante (334 si', 73 no) il protocollo di Kyoto per la riduzione dei gas all'origine dell'effetto-serra e ne hanno resa cosi' possibile l'entrata in vigore su scala planetaria.


La camera bassa del parlamento russo ha compiuto il cruciale passo su richiesta del presidente Vladimir Putin che a lungo ha temporeggiato nel timore – alimentato dal suo influente consigliere economico Andrei Illarionov – che la limitazione delle emissioni industriali piu' nocive per l'atmosfera abbia un impatto molto negativo sulla crescita economica del paese.

Dopo forti pressioni da parte dell'Unione europea, che in cambio gli avrebbe promesso l'ingresso nella Wto, l'organizzazione mondiale del commercio, Putin ha deciso a settembre di andare senza piu' indugi alla ratifica di Kyoto. E' arrivato alla conclusione che questo passo comporta ''piu' benefici che rischi''.

La benedizione di Mosca era fondamentale perche' l'accordo sottoscritto nel 1997 nella citta' giapponese e gia' avallato con tutti i crisi da 126 stati puo' entrare legalmente in vigore soltanto se ratificato dai paesi che nel 1990 fossero complessivamente all'origine di almeno il 55% delle emissioni responsabili dell'effetto serra.

Con la ratifica odierna della Duma la quota totale degli stati aderenti (tra i quali non figura quello di gran lunga piu' inquinatore, gli Usa, in seguito ad una controversa decisione presa dall'amministrazione Bush nel 2001) supera abbondantemente il tetto minimo: da 44,2% si e' passati di un colpo a 61,8%.

Non ci sono quindi piu' scuse: entro il 2008 i paesi industrializzati dovranno ridurre le emissioni di biossido di carbonio del 5,2% rispetto ai livelli 1990 e procedere a ulteriori limitazione nel periodo dal 2008 al 2012.

La Duma si e' pero' riservata il diritto di denunciare dopo la prima fase il protocollo nel caso che si manifestino contraccolpi negativi per la crescita russa e in effetti al voto di oggi pomeriggio si e' giunti dopo due ore di dibattito infuocato, con le opposizioni (comunisti a sinistra e nazionalisti a destra) che hanno ancora una volta tuonato contro un accordo da loro presentato come un cavallo di Troia dell'Occidente per impedire il rilancio economico della principale repubblica dell'ex-Urss.

Le opposizioni la pensano piu' o meno come Illarionov, economista di scuola ultra-liberista, che ha detto: ''Con il protocollo di Kyoto perdiamo la speranza di diventare una nazione economicamente forte''. A suo giudizio la Russia, che al momento e' di circa il 25% sotto le emissioni di biossido di carbonio di 14 anni fa in seguito alla chiusura di molti stabilimenti d'epoca sovietica e potrebbe quindi vendere ad altri paesi le ''quote di inquinamento'' non utilizzate, ritornera' gia' nel 2008 ai livelli del 1990 se la ripresa si consolida e se Putin riesce a mantenere il ritmo necessario per il promesso raddoppio del prodotto nazionale lordo in un decennio.

Durante il dibattito di oggi alla Duma qualche deputato dell'opposizione ha anche ricordato come una buona parte degli scienziati russi non creda che le emissioni colpite dal trattato di Kyoto siano davvero la causa del cambiamento climatico e dell'aumento della temperature del pianeta.

Su questo punto lo stesso Putin aveva qualche mese fa scherzato quando aveva detto che in fondo per la glaciale Siberia non sarebbe poi tanto male se la temperatura aumentasse di qualche grado…

D'altronde Putin non ha certo deciso il salvataggio del protocollo di Kyoto perche' all'improvviso si e' scoperto un fautore delle ''cause verdi''. ''E' una decisione politica obbligata'', ha indicato con la solita franchezza di linguaggio Illarionov.

Con la ratifica, il leader del Cremlino puo' senza dubbio contare su un aumento delle sue azioni all'estero, soprattutto nell'Unione europea dove negli ultimi mesi e' stato a piu' riprese criticato per le ''tendenze autoritarie'' emergenti dalle sue ultime proposte di riforma istituzionale, tutte tese ad un rafforzamento del potere centrale.

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