L’Italia e la politica industriale che non esiste

(Fonte: Inviatospeciale.com/)

La drammatica situazione di crisi ha spinto alcuni economisti italiani a lanciare un appello contro la ‘vulgata’ intellettuale prevalente e la distorsione della realta’ fornita dai mass media.

“La politica industriale italiana non esiste: crisi di idee e crisi di strumenti (oltre alla crisi finanziaria) rendono difficile parlarne e, ancor di piu’, essere presenti sui principali media. L’affermazione prevalente viene riassunta in una espressione: ‘la migliore politica industriale e’ quella che non c’e”. Si tratta di una espressione tanto gradita in alcuni ambienti intellettuali (e facilmente divulgabile sui mezzi di comunicazione di massa), quanto del tutto infondata nella realta’”.

Non rinunciando alla polemica frontale, l’appello promosso due giorni fa da un nutrito gruppo di economisti prova a mettere i piedi nel piatto della crisi, di alcune sue premesse ed effetti. “Lo scenario internazionale non vede e non ha visto in epoca moderna – scrivono – nessun paese al mondo (con poche e trascurabili eccezioni) disinteressato alle sorti della propria struttura produttiva e dei suoi comparti piu’ qualificanti. Tutti (dagli Usa alla Cina, dalla Germania alla Francia, dal Giappone al Brasile, dall’India alla Gran Bretagna) intervengono con risorse finanziarie, con servizi di accompagnamento, con sostegni alla ricerca, con domanda pubblica e con ogni strumento possibile fino al limite consentito dalle regole e dagli accordi internazionali. Contrapporre a questa realta’ mondiale un’Italia in cui la capacita’ di rimuovere qualche freno istituzionale possa divenire l’unica funzione dello Stato per riportare il paese su un sentiero sostenuto di crescita, appare riduttivo e fuorviante. La specificita’ storica del sistema produttivo italiano, costituita, da un lato, dalla presenza nel Sud di una vasta area con significative debolezze del contesto socioeconomico e, dall’altra, dalla marcata caratterizzazione territoriale dei sistemi di imprese (cosi come della vasta platea di piccole e medie imprese dinamiche), richiede risposte adeguate”.

Risposte davvero difficili da intravedere in un Paese che sembra voler affondare nel suo (inesorabile?) declino. “Confinare il legittimo intervento della policy solo ad alcune tra le aree in cui si manifestano i ‘fallimenti del mercato’ (in un mondo che vede pochi esempi di corretti funzionamenti degli stessi mercati) non consente di ragionare diffusamente sui reali problemi di policy: questi ultimi – sostengono gli economisti – riguardano, in primo luogo, la costruzione di un disegno strategico di ampio respiro, declinato in obiettivi dettagliati, concreti, verificabili; e, in secondo luogo, la necessita’ di approfondire i ‘fallimenti dello Stato’ intesi non come l’impossibilita’ congenita dei Governi a funzionare, ma piuttosto come gli effetti di politiche mal disegnate e mal gestite del passato che devono essere corrette, identificate e ben amministrate”.

Al contrario, la ‘politica industriale’ italiana e’ spesso vissuta come la sua declinazione burocratizzata, a ‘partecipazione statale’, comunque sia fallimentare in partenza. Tesi, questa, fortemente contestata dagli economisti in questione: “L’accezione delle politiche industriali come inevitabilmente inefficienti e’ frutto di una visione ideologica che condanna tout court ogni misura di intervento pubblico per le imprese. Il quadro analitico e valutativo presenta evidenze di segno diverso. La fragilita’ della base informativa e la capacita’ spesso ridotta di fornire informazioni utili ai ‘policy maker’ richiedono approfondimenti e non possono costituire un supporto sufficiente per decretare la cancellazione di ogni politica”.

Esisterebbe insomma uno spazio rilevante per l’intervento pubblico aggregabile intorno alla definizione di ‘politica industriale’ in un moderno contesto europeo. I tre criteri-guida dovrebbero essere quelli della “selettivita’, informazione/conoscenza e responsabilita’”. Tenendo conto che “con vincoli di bilancio stringenti si e’ obbligati a selezionare, con estrema cura, obiettivi coerenti con le risorse disponibili e con gli strumenti. Sia pure con problematiche diverse, la selezione va operata nel campo degli interventi diretti, dei servizi e in quello dell’orientamento della spesa”.

Senonche’ l’informazione corretta e’ la premessa indispensabile di ogni politica (e anche della selezione), ma “ad essa sono dedicate attenzioni troppo modeste, mentre, con una certa disinvoltura, si ‘pubblicano’ cifre prive di rigore e di attendibilita’. Gli stessi numeri sbagliati possono tramutarsi facilmente in verita’ ‘acclarate’ e orientare in modo distorto il dibattito politico ed economico. Una parte non marginale di tale informazione riguarda la necessita’ di rispettare criteri sostanziali di trasparenza delle amministrazioni, si tratta di predisporre database pienamente informativi, accessibili a tutti e che consentano anche esercizi indipendenti di analisi e valutazione”.

Infine, la responsabilita’ degli amministratori costituisce un tema ineludibile. Per molti anni si e’ cercato di definire meccanismi e regole alla ricerca di modelli di intervento neutrali ed efficienti seguendo procedure meccanicamente riprodotte a tutti i livelli di governo e cercando di sottrarre intelligenza agli operatori pubblici. La responsabilizzazione dei dirigenti pubblici, sostengono ancora gli economisti, “e’ un fattore determinante per il recupero di una qualita’ amministrativa standard ed essenziale per qualsiasi politica efficiente. Non si tratta di attribuire responsabilita’ legali (che gia’ esistono in abbondanza), ma di fondarsi sulla ricerca di competenze e meriti che devono potersi esprimere e operare”.

Su questi temi si terra’ un incontro il 10 dicembre a Roma, alle ore 9,30 presso l’Universita’ di Roma3, Facolta’ di Economia ‘Federico Caffe” (Via Silvio D’Amico 77). Info: Anna Giunta (agiunta@uniroma3.it) e Antonio Di Majo (dimajo@uniroma3.it).

(Tratto da: http://www.inviatospeciale.com/)

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