Siria: finale di partita

Time for reform“. Cosi dichiara il Presidente siriano Bashar al-Assad alWall Street Journal (1). E’ il 31 gennaio 2011. La ‘rivolta’ in Libia contro il regime di Gheddafi scoppia qualche settimana dopo (il 17 febbraio). A marzo, la Giamahiria da’ inizio ad una controffensiva che induce le potenze occidentali, forti della Risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ad intervenire direttamente nel conflitto. Ancora una volta, infischiandosene del diritto internazionale, gli Stati Uniti, insieme con il Qatar, la Gran Bretagna e la Francia, hanno appoggiato, se non organizzato, una insurrezione armata contro un regime considerato un ostacolo per quella ridefinizione in chiave filo-atlantista della carta geopolitica dell’area mediterranea che imedia mainstreamdefiniscono come ‘primavera araba’. (2) Passeranno pero’ mesi prima che le potenze occidentali abbiano ragione della resistenza di Gheddafi. Una resistenza piegata solo dal lancio di un centinaio di missili da crociera e dall’aviazione della Nato, che effettuera’ migliaia di missioni di combattimento. Ma all’inizio del 2011, ben pochi in Occidente pensano che la guerra contro la Giamahiria sara’ cosi lunga e difficile. Tanto che gli occhi dell’Occidente sono gia’ da tempo puntati su un ‘ostacolo’ ben maggiore della Libia, la Siria di Bashar al-Assad appunto. Il motivo non e’ difficile comprenderlo. Negli ultimi anni, la Siria ha saputo creare un polo geopolitico regionale insieme con l’Iran ed Hezbollah. Una alleanza di cui doveva far parte pure la Turchia di Erdogan.

In effetti, dopo l’incidente della Mavi Marmara, sono parecchi gli analisti occidentali che ritengono che la tradizionale politica filoatlantista e filosionista di Ankara stia per volgere al tramonto. Ma e’ ovvio che ne’ gli Stati Uniti ne’ Israele possono rassegnarsi al ruolo di semplici spettatori. E il cosiddetto ‘neoottomanesimo’ del governo turco viene sfruttato abilmente dai circoli filoatlantisti, che riescono a convincere Ankara a voltare le spalle a Damasco, facendo leva sul fatto che la Turchia puo’ acquisire un’importanza fondamentale nel ‘gioco strategico’ delle potenze occidentali. Del resto, gli avvenimenti che sconvolgono l’Africa Settentrionale, dalla Libia all’Egitto, sono una ‘ghiotta opportunita” per l’ambizioso Erdogan, convinto che il nuovo corso della politica mediterranea portera’ pure ad un rapido crollo del regime di Assad e assicurera’ alla Turchia tutti i benefici derivanti dall’essere l’ago della bilancia nel Medio e Vicino Oriente.

E’ evidente allora che, quando Assad dichiara di essere disposto ad ‘aprire’ il proprio Paese, la macchina da guerra allestita dalle petromonarchie del Golfo, certamente con l’appoggio degli Stati Uniti, e’ pronta ad entrare in funzione anche in Siria. Di conseguenza, si puo’ supporre che il Presidente Assad, consapevole di quello che stava bollendo in pentola, abbia voluto ‘giocare d’anticipo’. In Siria pero’ il fuoco cova sotto la cenere da parecchi anni, fin dalla rivolta (a Hama, nel 1982) contro il regime del padre di Bashar (Hafez al-Assad) da parte dei Fratelli Musulmani. Questi ultimi sono una ‘galassia’ complessa, ma indubbiamente sono nemici giurati del regime di Damasco e in passato si sono perfino opposti a Nasser. Si che sembra che quel che i Fratelli Musulmani vogliono combattere sia, in realta’, ogni ‘autorita” che non goda del sostegno degli Stati Uniti o che non agisca negli interessi di Israele. Ma dietro i Fratelli Musulmani vi e’ soprattutto il Qatar, una ‘entita’ politica’ che sarebbe del tutto trascurabile in condizioni geopolitiche di ‘normale equilibrio’, e che invece e’ un attore geopolitico di primo piano nel quadro di un mutamento di strategia che vede gli Stati Uniti appoggiare apertamente delle forze islamiste, il cui compito e’ quello di difendere gli interessi statunitensi, senza che sia necessario un intervento diretto degli Stati Uniti. (3)

Non a caso, nel maggio del 2011, qualche mese dopo l’inizio dell’attacco alla Siria, gli statunitensi uccidono Osama Bin Laden (che pare conducesse una vita da pensionato in Pakistan), il cui cadavere viene gettato in mare, di modo che sia chiaro a tutti (sebbene non tutti lo comprendano) che, con la nuova amministrazione di Obama, i ‘nemici dell’Occidente’ ormai non sono piu’ i musulmani fondamentalisti, ma, oltre ai Russi e ai socialisti di tutte le ‘specie’, solo gli sciiti o comunque i musulmani (arabi o no) che non siano alle dipendenze della Casa Bianca. Washington ha preso atto sia dell’insostenibilita’ dell’enorme costo della guerra contro l’Afghanistan e di quella contro l’Iraq, entrambe rivelatesi fallimentari sotto il profilo politico-militare (lo scopo di queste azioni belliche essendo, fuor di dubbio, il controllo del ‘cuore’ dell’Eurasia), sia del fatto che gli Stati Uniti possono impedire che si formi un nuovo equilibrio multipolare solo ricorrendo ad un ‘approccio indiretto’, tale cioe’ da destabilizzare/distruggere ‘dall’interno’ ogni centro di potere dell’area mediterranea allargata (comprendente quindi pure la regione del Mar Nero e quella del Golfo Persico, nonche’ buona parte dell’Africa settentrionale ed orientale) che sia o si ritenga essere (potenzialmente) ostile nei confronti dell’Occidente. D’altra parte, il pericolo di essere un apprendista stregone lo deve pur correre Obama, e con lui i gruppi subdominanti europei, dacche’ e’ in gioco la supremazia stessa degli Stati Uniti, che non possono piu’ sperare di evitare di confrontarsi con le (nuove) potenze dell’Eurasia su basi ben diverse da quelle su cui si reggeva la politica degli Stati Uniti da Bush senior a Bush junior.

Percio’ non puo’ nemmeno sorprendere che nel mese di marzo 2011, in concomitanza con la controffensiva di Gheddafi e l’entrata in guerra della Nato contro la Libia, le prime manifestazioni contro il governo di Damasco si rivelino essere in buona misura eterodirette e tutt’altro che pacifiche. A nulla pero’ valgono le notizie che confermano che tra i manifestanti vi sono gruppi armati che cercano di gettare benzina sul fuoco per arrivare ad uno scontro con il regime (4). E a niente serve che Assad, che ormai e’ certo informato delle infiltrazioni nel Paese di diversi gruppi armati, nonche’ dei legami tra questi gruppi e le frange piu’ radicali dell’opposizione, sia ancora disposto a fare notevoli ‘aperture’, compresa la concessione della cittadinanza ai curdi.

Si tratta di passi importanti e non facili, se, a differenza di quanto fanno i mediamainstream, si tiene conto che la Siria non solo si trova, di fatto, in guerra contro Israele dal 1948, ovvero fin dalla nascita dello Stato sionista, ma che dopo la guerra del Kippur nel 1973 e la pace tra l’Egitto e Israele essa sostiene il peso maggiore della lotta contro gli israeliani (una lotta che portera’ il regime baathista di Assad a dare il maggior contributo alla causa palestinese). In queste condizioni, la Siria sa benissimo che ‘aprendosi’ rischia di essere aggredita dal ‘nemico alle porte’. Eppure Bashar Assad, i cui servizi non sono all’oscuro della terribile minaccia che incombe sulla Siria, non esita ad annullare lo ‘stato d’emergenza’ in vigore dal 1963 e a sciogliere il governo. Una qualsiasi altra opposizione non si lascerebbe sfuggire una tale occasione, ma le forze che sono scese in campo contro Assad hanno scopi del tutto differenti da quelli dei manifestanti pacifici.

Al riguardo, la sequenza degli eventi non lascia dubbi. Mentre si susseguono manifestazioni piu’ o meno violente e compaiono ‘misteriosi’ cecchini che sparano sulla folla, si moltiplica la pressione della ‘comunita’ internazionale’ (ossia ‘Usa e soci’) su Damasco, affinche’ Assad getti la spugna. A maggio gli Stati Uniti annunciano sanzioni economiche contro la Siria, subito seguiti dalla Unione Europea (e questo mentre i ‘mercati occidentali’ massacrano i ceti popolari e medio-bassi dell’Europa Meridionale – Italia compresa, con il consenso di quella che si potrebbe definire la ‘finanzsinistra’ – , al punto da rendere problematico per un buon numero di cittadini di Eurolandia garantire le cure mediche o un pasto decente ai propri familiari). Ma e’ nel mese di giugno che dovrebbe essere chiaro a chiunque che cosa veramente accade in Siria, allorche’ il governo di Damasco comunica che a Jisr al-Shughour ben 120 membri delle forze dell’ordine sono stati uccisi da una banda armata. Nondimeno, a luglio Assad fa ancora un tentativo per risparmiare al proprio Paese gli orrori di una guerra civile, rimuovendo il governatore della provincia di Hama. E il Presidente siriano annuncia pure di essere pronto ad avviare un ‘dialogo nazionale’ sulle riforme, esattamente come aveva gia’ dichiarato il 31 gennaio alWall Street Journal. Assad dunque ha intenzione di mantenere le proprie promesse. A questo punto pero’ Obama getta la maschera, dichiarando che Assad deve abbandonare la carica di Capo dello Stato, mentre parallelamente i rappresentanti dei ‘ribelli’, riuniti a Istanbul, danno vita al cosiddetto ‘esercito siriano libero’. Nulla puo’ piu’ fermare la macchina da guerra che muove contro la Siria baathista.

In sostanza, in Siria si e’ ripetuto il noto copione che porta all’aggressione di un Paese ostile all’Occidente: prima si creano, agendo su quelle ‘fratture interne’ presenti in ogni Stato, le condizioni per una insurrezione armata e si provocano incidenti e scontri attribuendo alle forze governative ogni sorta di crimini e misfatti, in particolare proprio quelli commessi dai ‘ribelli’; poi scatta la condanna della ‘comunita’ internazionale’ con sanzioni e la richiesta di cambio di regime. Nel frattempo gli episodi di violenza si moltiplicano, si infiltrano nel Paese numerosi gruppi armati, nonche’ membri delle forze speciali occidentali, e nelle mani dei ‘ribelli’ appaiono, di punto in bianco, armi potenti e sofisticate. Le tensioni sociali naturalmente non spiegano affatto quel che in realta’ succede, ma vengono strumentalizzate daimedia mainstreamal fine di giustificare l’aggressione. (Peraltro, non e’ difficile immaginare quel che accadrebbe anche nel nostro Paese, se si desse vita ad una ‘operazione colorata’ di questo genere, facendo leva, con larga disponibilita’ di mezzi e risorse, su organizzazioni criminali e/o gruppi estremisti’).

Tuttavia, gli strateghi (filo)occidentali anche questa volta hanno commesso un errore, non tenendo conto della storia politico-militare della Siria o interpretandola, come al solito, secondo schemi concettuali basati su pregiudizi ‘etnocentrici’. L’esercito siriano in tutte le guerre combattute contro Israele si e’ sempre distinto per tenacia e capacita’ di ‘resistere al fuoco nemico’. Quel che i siriani non potevano fare era colmare il divario tecnologico tra i sistemi d’arma degli israeliani (in particolare aerei, missili e radar) e quelli prodotti dall’Unione Sovietica in dotazione alle Forze Armate di Damasco. Eppure, nonostante i rovesci subiti dall’aviazione e dalla difesa aerea, nel giugno del 1982, l’esercito siriano riusci a frustrare l’azione di un intero corpo d’armata israeliano comandato dal generale Ben-Gal. Quando si inizio’ il ‘cessate il fuoco’, a mezzogiorno dell’11 giugno, infatti l’autostrada Beirut-Damasco, obiettivo principale di Ben Gal, era ancora saldamente controllata dalla prima divisone e da elementi della terza divisione corazzata siriane. E questo nonostante che l’attacco di Ben-Gal fosse cominciato dopo che pressoche’ tutte le batterie Sam siriane erano state distrutte o gravemente danneggiate. (5)

Il parziale scacco dell’esercito israeliano (solo parziale, in quanto in seguito gli israeliani, grazie al completo dominio dell’aria, riuscirono a controllare una sezione dell’autostrada Beirut-Damasco) non solo non venne ben valutato dalla maggior parte degli analisti israeliani, che nella seconda invasione del Libano andarono incontro ad una piu’ severa sconfitta contro Hezbollah, ma nemmeno dalla maggior parte degli analisti statunitensi od occidentali, abituati a confondere la superiorita’ tecnologica e la maggiore potenza di fuoco con la capacita’ e il valore dei combattenti (nonostante le durissime lezioni della Guerra d’Indocina, d’Algeria, di Corea e del Vietnam). Ma, al di la’ della prestazione dell’esercito siriano contro l’esercito israeliano, quel che in questa sede rileva, come si sara’ capito, e’ il fatto che era stato questo esercito, profondamente radicato nella societa’ siriana, a reprimere la rivolta di Hama, scatenata dai Fratelli Musulmani, nel febbraio del 1982, proprio alcuni mesi prima degli scontri tra siriani ed israeliani nel Libano, ossia quando la tensione tra Siria e Israele era gia’ altissima. Conta poco qui anche il giudizio che si puo’ esprimere sulla durezza della repressione da parte di Hafez Assad, molto di piu’ conta invece, per capire la forza del regime baathista, che e’ l’esercito (e, si badi, unesercito di leva) il pilastro cardine dello Stato baathista, anziche’, come favoleggiano i gazzettieri occidentali, gli ‘sgherri’ di Assad.

Inoltre, i politici e gli analisti occidentali hanno trascurato il ruolo della Cina e (specialmente) della Russia, decise questa volta a non ripetere l’errore compiuto nel non mettere il veto alla Risoluzione 1973 dell’Onu. E se l’appoggio della Russia si e’ rivelato essenziale per la Siria, decisiva si e’ rivelata anche l’alleanza, solida e sicura, della Siria con l’Iran ed Hezbollah. Nulla di strano pertanto che, sebbene in questi lunghissimi due anni di guerra piu’ volte l’Occidente abbia dato per finito il regime di Assad, l’esercito siriano abbia sempre saputo reagire, replicando ‘colpo su colpo’ ad una aggressione condotta da una miriade di bande armate e di gruppi terroristici che possono contare su un finanziamento pressoche’ illimitato e su un continuo flusso di armi, munizioni ed equipaggiamento, oltre che su un costante flusso di informazioni fornito dai piu’ sofisticati apparati di intelligence occidentali. Inevitabile pero’ anche che i delitti sempre piu’ efferati e orribili dei gruppi islamisti piu’ estremisti, soprattutto stranieri, abbiano spinto gli elementi piu’ moderati dell’opposizione a prendere le distanze dalla ‘rivolta’ e reso invece ancora piu’ coesa e determinata a combattere i ‘ribelli’ gran parte della societa’ siriana.

Si sono venuti cosi a creare i presupposti per una grande controffensiva dell’esercito siriano, coadiuvato dalle milizie di Hezbollah, che ha portato in questi ultimi giorni alla liberazione di Al-Qusayr, un nodo strategico tra Damasco, le coste, Homs, Hama e Aleppo. E l’esercito siriano adesso e’ pronto a muovere all’assalto per liberare la piu’ grande citta’ della Siria, dopo Damasco, diventata in questi ultimi mesi la roccaforte dei ‘ribelli’. Tutto lascia pensare quindi che la guerra civile siriana sia giunta al punto di svolta. Se i soldati di Damasco dovessero vincere la battaglia di Aleppo infliggerebbero un colpo letale ai ‘ribelli’. E tuttavia Damasco non puo’ non tener conto anche delle ‘forze occidentali’ che temono il contraccolpo di una vittoria di Assad, in quanto una totale vittoria di Damasco avrebbe un significato politico eccezionale, anche perche’ inevitabilmente emergerebbero le malefatte, le menzogne e i crimini compiuti dagli islamisti con il sostegno e la complicita’ delle potenze occidentali e dei circoli filo-atlantisti (mediamainstreamcompresi).

Di conseguenza, vi e’ da temere che gli Stati Uniti e i loro alleati accusino l’esercito siriano di aver usato armi chimiche (mentre vi sono numerosi indizi che siano stati i ‘ribelli’ a farne uso), per giustificare un intervento della Nato o comunque una serie di azioni a sostegno dei ‘ribelli’, tali da poter rovesciare una situazione nettamente favorevole alle forze governative, o perlomeno tali da evitare una totale vittoria dell’esercito siriano che sta guadagnando rapidamente terreno. (6) D’altronde, e’ pur vero che la particolare e delicata situazione geopolitica della regione rende un intervento militare della Nato assai rischioso sotto ogni punto di vista. E si deve anche tenere presente che la fortissima reazione dell’esercito siriano, dopo che quest’inverno tutto pareva perduto per chi difendeva la causa della Siria baathista, ha colto di sorpresa anche molti analisti e politici europei che sulla Siria e su chi la difende, con le armi o con le parole, hanno detto e scritto una marea di sciocchezze vergognose, allo scopo di mostrarsi, per cosi dire, perfino ‘piu’ realisti del re’.

Ovviamente il regime di Assad non e’ affatto privo di difetti, anche gravi, ma non e’ nemmeno lontanamente paragonabile al regime dell’Arabia Saudita o a quello del Qatar. (Ma in quale Paese non vi sono tensioni sociali e gravi contraddizioni? Va bene la questione dei ‘diritti umani’, ma almeno si considerino innanzitutto quelli fondamentali, come il diritto ad una alimentazione adeguata, alla salute, al lavoro e cosi via; ossia quei diritti sociali ed economici che la Siria cerca almeno di garantire, pur tra mille difficolta’, a differenza di quanto succede in molti Paesi occidentali – benche’ siano piu’ ricchi della Siria – in cui dettano legge una decina di banche, societa’ finanziarie e agenzie diratingangloamericane, cioe’ quei ‘mercati’ che, dopo aver rapinato i risparmi delle famiglie e dei lavoratori, accumulati nel corso d’intere generazioni, si apprestano a ‘fagocitare’ interi Stati per porre rimedio ai disastri causati da loro stessi). E se e’ facile rendersi conto di quello che puo’ essere accaduto in quasi trenta mesi di guerra civile (resa ancor piu’ terribile dalla presenza di mercenari e terroristi arrivati da ogni angolo della terra), e’ lecito e doveroso sostenere, pur sapendo che e’ impossibile che il ‘bene’ sia tutto da una parte, che la principale responsabilita’ di quanto e’ accaduto (e accade) in Siria e’, senza alcun dubbio, di quelle forze straniere e di quei siriani che non hanno esitato a ricorrere alla violenza e al terrorismo allo scopo di rovesciare il regime di Assad e distruggere la Siria baathista.

Una barbarie che ha gia’ causato quasi 100.000 morti (ma la cifra potrebbe essere pure maggiore), oltre un milione di profughi e immensi dolori, sofferenze e rovine. Eppero’, se Assad non si fosse opposto al disegno criminale dell’oligarchia occidentale e del grottesco petrodittatore del Qatar, sarebbe stata una catastrofe per tutto il Vicino e Medio Oriente (e non solo), indebolendo gravemente pure quel legame tra Hezbollah e Iran, che e’ ormai di vitale importanza per la causa del popolo palestinese (la cui classe dirigente, che presenta non pochi tratti simili a quelli della classe dirigente italiana, sembra essersi specializzata nella ‘svendita’ della propria terra e dei sacrosanti diritti degli stessi palestinesi al miglior offerente). Percio’ e’ logico che oggi, in Europa, coloro che ritengono che la politica di potenza degli statunitensi e dei loro alleati non sia destinata a durare in eterno, purche’ ci si impegni a contrastare ovunque e ‘senza se e senza ma’ la ‘volonta’ di potenza’ dei centri di potere atlantisti, non possono non augurarsi una completa vittoria delle forze fedeli al regime baathista di Bashar al-Assad, contro il terrorismo e le aberrazioni di quella caricatura dell’Islam che l’Imam Khomeyni definiva sprezzantemente, ma correttamente, ‘Islam made in Usa‘.

 

 

 

 

1)Vedihttp://online.wsj.com/article/SB10001424052748704832704576114340735033236.html.

2)Vedi[www.juragentium.org].

3)Sul Qatar vedi, ad esempio, Alessandro Lattanzio,Qatar. L’assolutismo del XXI Secolo,Anteo Edizioni, Cavriago (Re), 2013.

4)Vedi Alessandro Lattanzio,Intrigo contro la Siria, ‘Eurasia’, 2/2012, pp. 125-155. Ancora piu’ dettagliato il libro, dello stesso autore,Intrigo contro la Siria. La Siria baathista tra geopolitica, imperialismo e terrorismo,Anteo Edizioni, Cavriago (Re), 2012. Si veda anche[aurorasito.wordpress.com].

5)Vedi Benny Morris,Vittime, Rizzoli, Milano, pp. 656-673.

6)Vedihttp://aurorasito.wordpress.com/2013/06/10/il-confronto-russo-occidentale-siriasintensifica-mentre-i-ribelli-subiscono-un-sconfitta-decisiva/.

(Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)

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