La Moneta

denaro_vietatoGli articoliDal De-na-ro al Do-na-re” e “Paradigmi economiciavevano il compito di illustrare, sebbene in modo sommario, il significato di “economia”, nella distinzione fra economia formale ed economia sostanziale e le diverse forme d’integrazione dell’economia nella società. Nella nostra analisi abbiamo mostrato che il percorso intrapreso dall’uomo e il passaggio dall’economia sostanziale a quella di mercato, formale, ha portato alla perdita della reciprocità, del senso del dono (società) e del mutamento del sistema redistributivo attraverso l’incorporazione della società nel “meccanismo economico del mercato” che in tal modo è diventato “dominante” sui diritti, i valori e la vita, attuale e quella delle generazioni future.

 

Un aspetto particolare di ArcipelagoSCEC è collegato all’utilizzo e dalla diffusione di uno strumento simile alla moneta, che si chiama SCEC (Solidarietà ChE Cammina). Credere che lo scopo di Arcipelago sia semplicemente diffondere l’utilizzo degli SCEC, significa non avere compreso cosa sia il denaro realmente e quindi invertire l’ordine logico tra mezzi e fini; giacché se lo SCEC, come il denaro, è uno strumento, è evidente che la prima domanda da porsi è: funzionale a che cosa? Per arrivare a rispondere a questa domanda, occorre prendere in esame cosa sia il denaro e quali le sue funzioni.

 

Le funzioni della moneta

che cos’è la moneta?

Dal punto di vista antropologico la moneta è un sistema di simboli adibito a delle particolari funzioni, assimilabile ai pesi e alle misure. Essa serva a vari scopi, rispetto ai quali è tradizionalmente denominata mezzo di pagamento, misura del valore o moneta di conto, mezzo di conservazione del valore (riserva) e mezzo di scambio. Ciò significa che nessun oggetto materiale, che faccia da supporto al simbolo (carta, metallo, conchiglia, sale), è moneta di per se stesso; l’unica caratteristica necessaria è che esso sia quantificabile.

Quindi, parleremo di moneta quando “unità fisiche intercambiabili” sono utilizzate in uno qualsiasi degli impieghi definiti in precedenza.

Di fronte a un qualsiasi bene di cui vorremmo in qualche modo disporre ci domandiamo solitamente quanto costi, e la riposta a questa domanda è un valore espresso in termini monetari. In questo senso la moneta assomiglia a un sistema di misura, ma anziché misurare la lunghezza, il peso o qualunque altra caratteristica materiale di un oggetto, essa misura l’importanza che questo riveste in una data situazione. In questo senso la moneta è detta misura del valore, o moneta di conto.

L’esigenza di trovare una misura di valore per i beni deriva dall’esigenza di scambiarli tra loro. La funzione di mezzo di scambio della moneta è in effetti quella a cui facciamo di norma riferimento; è evidente in questa operazione che la moneta è riconosciuta da entrambe la parti come incorporante un valore specifico e rispendibile. Il pagamento invece consiste nell’adempire a un’obbligazione consegnando la giusta misura di oggetti quantificabili. Si può parlare di pagamento in moneta solo nel caso in cui, pur cambiando la natura dell’obbligazione, la consegna comporti sempre lo stesso tipo di oggetti.

Infine, la funzione più scontata, perché si basa su una caratteristica comune a molti oggetti è la conservazione, o riserva, di valore. In questo caso ci si riferisce alla capacità della moneta di mantenersi integra e conservare le precedenti proprietà. La conservazione della ricchezza è quindi l’accumulazione di oggetti quantificabili, che può essere preferita all’uso e alla distruzione immediata di tali oggetti per farlo in futuro, o per i vantaggi e il prestigio del mero possesso.

 

La moneta antica e la moneta merce

La moneta che svolge tutte le funzioni sopra elencate, è una novità dell’età moderna, essa scaturì dal sistema di mercato dove era universalmente utilizzata come mezzo di scambio; da questa proprietà sempre più importante derivò che fosse idonea anche agli altri scopi. Nelle comunità antiche i diversi impieghi della moneta erano istituzionalmente separati e svolti da una molteplicità di oggetti, ad esempio, nell’antica Babilonia la moneta era comune, ma si trattava di moneta adatta a scopi particolari: il grano era il bene fungibile più utilizzato nei pagamenti, come nel caso dei salari, degli affitti o delle tasse; l’argento invece era universalmente utilizzato come unità di misura nel baratto.

Al contrario delle società antiche e primitive, dove l’allocazione delle risorse era prevalentemente organizzata secondo forme di reciprocità e redistribuzione, nello stato odierno il sostentamento delle persone e la possibilità di queste di accedere a beni e servizi, è in gran parte mediata dalla disponibilità del mezzo denaro, che è insieme il metro con cui misurare il valore di una merce e il mezzo con cui appunto effettuare lo scambio.

Da questa coincidenza deriva che sia possibile e conveniente accumularlo per un tempo indefinito senza che il suo valore ne sia alterato. L’invenzione di una moneta che incorporasse entrambe le funzioni fu una delle tante grandi novità che accompagnò la rivoluzione industriale e permise l’affermarsi dell’economia capitalistica.

Abbiamo visto che la pratica dello scambio, soprattutto laddove si diffuse al di fuori della rete di rapporti comunitari e familiari, generò il bisogno di trovare dei rapporti di valore tra le cose da scambiare. Questa importante istituzione è stata denominata equivalenza, e tutte le diverse forme di transazioni e amministrazioni conosciute nella storia dell’uomo si sono attenute a questi saggi di scambio che erano nella maggior parte dei casi prestabilite dal potere politico e funzionali al mantenimento dell’ordine sociale costituito.

Anche la forma economica designata come mercato, che si distingue per la sua autonomia nella formazione del prezzo, deve sempre rifarsi a una qualche equivalenza tra le cose scambiate, anche se questa può essere fluttuante. In ogni caso l’equivalenza è un rapporto astratto tra due oggetti ed è espresso secondo una misura di conto; questa è la funzione della moneta detta misura di valore.

Mercificare la moneta significa invece rendere “il metro di misura” a sua volta oggetto di scambio e compravendita, lasciando la regolazione del suo potere d’acquisto a un mercato appositamente costituito. In effetti questa operazione sarebbe paradossale a meno di non far coincidere la funzione di misura di valore con quella di mezzo di scambio. Questo tipo di moneta, nella quale le due funzioni furono compattate, ha una data di nascita (ufficiale) storicamente identificabile, il 1717, anno in cui il direttore della zecca d’Inghilterra, Isaac Newton, fissa il rapporto tra sterlina e quantità d’oro, il “gold standard”. Da quel momento, la zecca reale s’impegnò ufficialmente a convertire la moneta nel corrispettivo in oro e viceversa, e ciò rese possibile e conveniente accumulare la stessa moneta, perché ancorata stabilmente a una ricchezza reale.

Per vedere su cosa s’impone questo rivoluzionario sistema monetario e comprendere meglio la natura del nostro, prendiamo atto che, prima di allora, nel continente europeo, giravano monete metalliche, ma sulle monete di conio non era iscritto il loro potere d’acquisto, non c’era impressi numeri ma simboli o iscrizioni. Dunque in questo sistema la moneta materiale con cui si pagava, e l’unità di conto che determinava la misura del suo potere liberatorio, erano istituzionalmente separate; il valore intrinseco della moneta circolante (il metallo) era dichiaratamente diverso dal suo valore estrinseco, che era appunto definito secondo una tariffa pubblica a discrezione delle autorità monetarie locali.

Con il termine “signoraggiosi indicava la differenza tra il potere liberatorio di una moneta e il prezzo del metallo in essa contenuto; differenza di cui si appropriava l’antica autorità monetaria locale, il Signore. Ora, bisogna puntualizzare la grande differenza che sussiste tra la forma antica a cui abbiamo accennato, e il signoraggio tutt’ora praticato dalle banche centrali e commerciali. Il signoraggio antico, che consisteva nell’appropriazione della differenza tra valore intrinseco ed estrinseco, derivava nella trasformazione di un metallo, poniamo l’oro, nel conio che acquisiva le caratteristiche di una moneta, e non di una semplice merce: se per effettuare il pagamento di un bene vengono impiegate monete d’oro il cui potere liberatorio corrisponde a quello del metallo di cui sono fatte, questo non può dirsi un pagamento monetario, ma un semplice baratto di un bene per oro.

Il valore (o potenziale) monetario risiede in quella parte del suo potere d’acquisto che eccede rispetto al suo valore intrinseco (a differenza di qualsiasi altra merce); la moneta in senso proprio è quindi un simbolo, la cui accettazione da parte degli attori economici è dovuta alla fiducia di questi che la stessa moneta potrà essere riutilizzata per pagare i debiti ed effettuare gli scambi. Il suo valore è quindi essenzialmente psicologico.

Con il Gold Standard la moneta smette di essere primariamente unità di misura per divenire la merce che convenzionalmente fa anche da misura; l’ancoramento della sterlina all’oro avvenne solo dopo che la capacità di creare moneta fu nei fatti slegata dalla disponibilità di metallo prezioso e resa potenzialmente illimitata (utilizzando non oro ma altri metalli): ciò che venne cominciato allora si perpetua ancora ai nostri giorni, e rappresenta un tema di fondamentale importanza per capire alcuni aspetti della nostra situazione socio-economica, nonché il punto da cui ArcipelagoSCEC prende le mosse per fondare il suo progetto.

Nel tempo, il signoraggio sarà piegato sempre più allo scopo di ingrossare le entrate degli Stati, e sarà sempre meno calibrato sull’esigenza di fornire una misura stabile e un mezzo di scambio sufficiente per le contrattazioni private. Questo tipo di moneta era sempre più inadeguata a un contesto storico in cui il potenziamento degli Stati nazionali, e la loro esigenza di credito, in particolare per scopi bellici, si andava intrecciando in modo indissolubile con la crescita del mercato internazionale. Vi fu quindi la necessità di ricercare un modo per far sì che gli Stati potessero disporre di più credito senza che questo venisse poi a mancare ai privati, cioè senza impedire la crescita economica.

La soluzione a questa duplice esigenza (all’inizio pensata solo come temporanea), venne trovata dall’Inghilterra in vista della guerra contro la Spagna. A fronte di un esigenza di finanziamento, pari a un milione e duecento mila sterline, venne istituito un fondo d’investimento con capitali privati, in moneta metallica, pari alla cifra da finanziare. Il capitale raccolto venne prestato alla corona inglese che s’impegnava a restituirlo con un interesse dell’8% annuo dopo dodici anni. Fin qui niente di nuovo: è un normale fondo d’investimento atto a finanziare a tempo determinato lo Stato, ma attenzione, qui sta l’innovazione, alla banca viene concessa la facoltà di emettere note di banco, banconote, fino ad un valore uguale al capitale versato dai sottoscrittori. Se l’emissione di banconote fosse subordinata alla disponibilità di oro nell’attivo della banca, questa non avrebbe potuto emettere proprio nulla, dato che tutto l’oro che aveva era stato prestato alla corona. Così, a garanzia delle banconote emesse dalla banca non c’era altro che il debito pubblico che ha sostituito il metallo all’attivo della banca; debito che la banca cedeva o rivendeva ai privati in forma di banconota.

La banconota in questo caso non è una controfigura più maneggevole dell’oro, ma un suo sostituto. Con questa operazione la banca è stata in grado di concedere un credito consistente alla corona senza che questo venisse sottratto alla circolazione interna; il credito è stato erogato in forma di oro al sovrano per le spese militari, e in seguito ai privati in forma di cartamoneta; quindi senza nessun costo esso è stato duplicato.

Questa è la matrice del sistema monetario e finanziario tutt’ora vigente, una moneta-merce creata dal nulla, senza nessun costo di produzione ma con un prezzo di mercato chiamato interesse. Si capisce dunque che nella misura in cui la banca è autorizzata a emettere come moneta un debito su cui non paga interessi, le banconote appunto, a fronte di un credito, titoli di Stato ed effetti commerciali, da cui invece ricava interessi, essa diviene il luogo di un inedito signoraggio.

 

Già nel 1696 la copertura aurea arrivava a coprire solo il 2,7% del denaro circolante, questo sistema permise un’enorme espansione monetaria, questa è la matrice su cui si costruì la moderna architettura finanziaria.

In termini di sussistenza, molto di ciò che prima era garantito da forme d’integrazione economiche come la reciprocità e la redistribuzione, tanto immerse nell’ordine sociale e culturale da non essere percepite isolatamente (prima del XVIII nessuna lingua conosce la parola “economia”), attraverso il mercato, è stato reso merce, quindi prodotto per essere venduto a scopo di lucro. In un tal sistema la possibilità di accedere e disporre di qualsiasi cosa non ha più vincoli di status sociale ma dipende unicamente dalla disponibilità di mezzi materiali con cui effettuare gli scambi; essendo i mercati innumerevoli ma interdipendenti il mezzo di scambio ha finito per comodità con l’uniformarsi, l’esempio più eclatante di ciò è l’Euro.

Tenendo presente che la moneta è una rappresentazione del valore delle merci, per consentire lo scambio di tutto ciò che questa espansione economica reale stava producendo era necessario un aumento adeguato di moneta circolante, ciò fu permesso dalla nuova architettura finanziaria sostenuta da una duplice illusione: che la moneta fosse effettivamente una merce come le altre e dovesse pertanto avere un prezzo, e che le monete utilizzate fossero la rappresentazione di una merce vera e propria, anziché promesse di pagamento di quella merce, e quindi un debito.

Nel tempo, l’impossibilità di garantire con l’oro la sempre maggior quantità di denaro emesso diventò talmente evidente che venne dichiarata ufficialmente, e definitivamente, dal presidente degli Stati Uniti Richard Nixon. Con la dichiarazione di non convertibilità del dollaro le banche furono legalmente autorizzate a creare denaro senza nessun vincolo di copertura in metalli. Le implicazioni di questo sistema monetario, solo per gli aspetti fin ora considerati, sono profondissime. Quello che ci interessa in questa sede è prima di tutto insinuare un dubbio, aprire una crepa in una delle illusioni più cementificate della civiltà moderna. D’altra parte, se per effettuare una comparazione si devono adottare dei punti di riferimento, l’invito a riconsiderare l’economia in senso sostanziale, può realizzarsi già nell’esame della problematica monetaria: questo sistema è adatto allo scopo di aiutare le persone a soddisfare i propri bisogni materiali? Ovvero, è utile al processo economico nel suo complesso? E posto che quest’ultimo è strutturato principalmente secondo un sistema di mercato, a cui si affianca un centro redistributore identificato con lo Stato, in che modo agisce il vigente sistema monetario su questi paradigmi economici?

 

Cash & crash

La prima questione che emerge riguarda il valore del denaro: se anche dopo la cancellazione della convertibilità in oro del dollaro (la valuta maggiormente utilizzata negli scambi internazionali) la sua credibilità non venne meno, né per il mercato né di conseguenza per la pubblica opinione, dovrebbe risultare chiaro che non è di valore proprio che brilla la moneta, ma della fiducia collettiva che vi è riposta.

Ma se il suo valore è meramente convenzionale perché, per la collettività che ne fa uso, la moneta è allo stesso tempo un debito?

Abbiamo visto che il sistema escogitato per finanziare lo Stato senza limiti, e senza con questo limitare la disponibilità di moneta per le compravendite fra privati, comportava sostanzialmente fare della moneta un debito, ma ciò solamente perché questo debito non era in fondo tenuto a essere pagato. Infatti, alla banca privata che prestò i soldi alla corona inglese, non interessava che il capitale le tornasse indietro perché era come se l’avesse ancora all’attivo visto che le era concesso di prestarlo sotto forma di banconote. Anzi, le banche che finanziavano la corona, prestando, aumentavano allo stesso tempo i mezzi di pagamento a loro disposizione; d’altra parte la corona non poteva che giovarsi di un metodo che le permetteva di indebitarsi al di là della sua capacità di pagamento.

Il rapporto fra debitore pubblico e il creditore bancario, si anima così di una tensione che s’istituisce non è fatta per essere smorzata o chiusa, ma per essere continuamente rilanciata, fa sì che a sua volta la banca possa divenire un debitore perpetuo ma credibile nei confronti di coloro che accetteranno d’ora in poi di usare i suoi debiti come moneta.

Se questa moneta riuscirà a non apparire come un debito, come qualcosa che deve quindi a sua volta essere pagata, e se godrà della fiducia degli operatori economici per le contrattazioni private, la triangolazione fra banca, Stato e mercato sarà compiuta dando a tutti gli attori nominati una disponibilità illimitata di moneta.

Anzi, a dispetto dell’origine etimologica della parola finanza che rimanda proprio alla conclusione (fine) di un rapporto debito-credito fra due soggetti, il sistema illustrato può sopravvivere solo rinviando continuamente la chiusura dei conti, tanto che da un certo momento sembrerà un’esigenza naturale del sistema, ciò non appena viene raggiunta una massa critica del totale dei debiti pubblici e privati quotati sui mercati finanziari tale da rendere suicida il pensiero stesso di una chiusura del rapporto che lega fra loro Stato, banca centrale e mercati finanziari.

La Finanza, nell’economia neoliberista, non sopporta nessuna limitazione, né naturale, né economica, né legale, né morale. Piuttosto arruola ogni fine in vista dell’aumento incondizionato della fattibilità di qualunque cosa.

Tutti gli spunti e le digressioni fatte fino a questo punto volevano rendere chiaro almeno un concetto: la moneta è una rappresentazione del valore, in sé non possiede valore. Nacque primariamente come misura per regolare la giustizia negli scambi, oggi è una merce che si acquista sul mercato; ma in nessuno dei due casi, né in altri citati o immaginabili, la moneta possiede un valore reale per le persone che la maneggiano, pena non essere più moneta. Essa è lo strumento operativo che dovrebbe aiutarle nello scambio di ciò che ha realmente valore, quindi un mezzo, necessariamente mai un fine.

Ma il paradosso che nasce dall’invertire i mezzi con i fini diventa assai più inquietante nel caso una civiltà decida di costruirvi sopra le sue fondamenta. Se è vero che alla fine del XVII secolo, quando fu concepito il nuovo sistema monetario, una civiltà svincolò la creazione di moneta dalla disponibilità di oro o altro elemento prezioso, non si può certo dire che grazie a questo la stessa civiltà si sia liberata dalla scarsità di moneta; al contrario possiamo tristemente constatare che se una volta si moriva di fame per mancanza di cibo oggi si muore di fame per mancanza di soldi per comprare cibo.

Eppure, stando a quanto abbiamo letto, cominciare a chiedersi come faccia il denaro ad essere scarso risulta lecito. Esso non vale niente e produrlo non costa praticamente niente; è un codice che in mano alle persone definisce la loro capacità di acquisto, le loro possibilità economiche; la moneta ha valore perché esistono delle cose da scambiare e delle persone che l’accettano, come è possibile che sia scarso?

La preoccupazione di un organismo politico sovrano, liberato dal vincolo materiale all’emissione monetaria e dal falso dogma che sia il valore intrinseco di una moneta a darle valore, dovrebbe essere quella di adeguare la disponibilità di moneta alle esigenze dell’economia sostanziale, quella di cui le persone vivono. La sua vera preoccupazione dovrebbe essere par l’appunto la creazione di attività economiche reali, che possano effettivamente assorbire la moneta e farla circolare. Se è appunto sovrano, quindi in grado di creare dal nulla moneta senza chiederla in prestito, le sue difficoltà possono venire da una cattiva amministrazione dei flussi monetari (eccessivi o carenti) ma mai da una scarsità di moneta in sé stessa. L’insufficienza di mezzi monetari da parte di un organismo sovrano è, in poche parole, sempre una scelta politica.

Altri motivi per cui possa sussistere questa situazione sono l’incomprensione del funzionamento della moneta, quindi l’ignoranza, o che l’organismo dato non sia come detto, sovrano. Sta di fatto che negli ultimi decenni, alcune scelte politiche, combinate all’ignoranza generale, hanno portato anche la vecchia Europa ad essere formata da Stati sempre meno sovrani e sempre meno padroni della loro moneta e in ciò, sempre più indebitati. Sta di fatto che ancora oggi, dopo più di quattro secoli da che la creazione monetaria è stata svincolata da qualsiasi riserva di ricchezza reale, ancora oggi la maggior parte dei popoli accetta di buon grado che la politica economica del loro paese debba adeguarsi alla disponibilità di denaro, quasi come si aspetta la pioggia dal cielo per far crescere il grano di cui nutrirsi.

Stato, mercato, sono le principali forme attraverso cui viene regolato il processo materiale che dà alle persone ciò di cui hanno bisogno per vivere. Seguire l’economia reale significa che le possibilità di nutrirsi, spostarsi, vivere sotto un tetto o fare quanto si ritiene necessario a una buona vita, sono date primariamente dall’esistenza effettiva di cibo, mezzi di trasporto, case e tutto quanto si ritiene necessario a una buona vita. La diffusione di denaro è nient’altro che un codice convenzionale che stabilisce in quale misura e in quale modo le persone possano disporre di tutte queste risorse.

Se all’interno di un paradigma di mercato si può teoricamente accettare che le persone conseguano risultati differenti nella competizione generale, e che la loro situazione sia quindi rappresentata da diverse disponibilità di denaro fino alla sua completa mancanza, la compresenza di un organismo statale, sovrano e, come si dice, democratico, dovrebbe poter impedire, o quanto meno modulare, questi squilibri attraverso le sua capacità appunto redistributive.

Lo Stato, qualora sovrano, non può avere limiti di spesa dettati da cause esterne, la sua disponibilità di moneta è illimitata. Le difficoltà nel garantire cibo, strade, lavoro, abitazioni possono derivare dalla mancanza di materie prime, di forza lavoro, o di idee e progettualità valide e socialmente utili; ma mai dalla mancanza di denaro, poiché esso ha la facoltà di crearlo dal nulla. In ogni caso, se in questa sede non ci è concesso entrare in una spiegazione dettagliata della teoria monetaria, crediamo che la sua comprensione sia pienamente possibile semplicemente considerando il concetto più importante: il denaro è solo una rappresentazione, un codice convenzionale che funziona grazie all’accettazione generale, in sé non vale niente e produrlo non costa praticamente niente. E la stampa degli SCEC ne è la dimostrazione concreta.

Se quanto detto è vero come si spiega la situazione attuale? Come si spiega la politica economica che ha caratterizzato la civiltà occidentale degli ultimi decenni? Come si spiega che a fronte della grande abbondanza di materie prime, di conoscenze tecniche, di attività economiche potenzialmente attivabili che abbiamo ogni giorno sotto gli occhi, l’economia diviene ogni giorno più sorda alle esigenze della collettività, sempre più sinonimo di sacrificio, travaglio, incertezza, sempre più in crisi, e tutto questo per una mancanza di soldi?

Il problema è certamente assai complesso ma ci azzardiamo a suggerire che in fondo sia il risultato di scelte politiche e dell’ignoranza diffusa; entrambe sono le premesse necessarie alla perdita di sovranità che gli Stati moderni stanno scontando.

 

Prima di concludere si desidera illustrare a cosa va incontro uno Stato, o una collettività, che perda la sovranità sulla propria moneta: quando il debito pubblico, come ora, non può essere più rilanciato ma deve al contrario essere ripagato; quando le tasse da strumento politico redistributivo, diventano ancora di salvezza per i conti pubblici, quando tutta la moneta emessa è, come ora, un debito a cui è applicato un interesse, capiamo bene che i soldi che entrano nel sistema non saranno mai sufficienti a coprire il debito generato all’emissione, semplicemente perché i soldi per pagare l’interesse non esistono, non sono mai stati stampati dalla banca che ha ceduto in prestito i soldi allo Stato.

Nel tempo, secondo leggi meramente matematiche (il tasso di interesse semplice e composto) risulta che il costo annuo degli interessi passivi tende a superare il reddito annuo, e che la società deve richiedere, a ritmo crescente, ulteriori emissioni di liquidità ( credito) al sistema bancario per poter pagare gli interessi passivi generati dalla richiesta di liquidità. Ma, per poter ottenere l’ulteriore liquidità necessitante, deve indebitarsi sempre di più. L’accresciuto indebitamento di oggi crea maggior costo di interessi passivi domani. Si capisce che il problema qui presentato è di interesse non solo accademico, basta guardare al debito pubblico nazionale. Concretamente, le contraddizioni su cui il sistema monetario attuale si fonda, rischiano, e lo fanno ciclicamente, di far rovinare con un effetto domino tutta la complessa architettura economica, e con un violenza tanto maggiore quanto grande è l’indebitamento generale. In effetti se osserviamo i grafici del costo del debito pubblico e privato dal 1950 ad oggi, balza agli occhi il suo andamento esponenziale: all’inizio il peso degli interessi passivi è modesto, poi diviene sempre più gravoso fino ad impennarsi, facendosi quasi verticale, intorno al 2000. Il che significa che una parte sempre crescente del reddito viene assorbita dal costo del credito, ossia del costo del denaro, dal pagamento degli interessi passivi, fino al punto di collasso, ossia, quando il rendimento di un investimento è inferiore al costo in termini di interessi del denaro da investire. Per rimandare il collasso, ultimamente il costo del denaro è stato portato vicino allo zero, ma ciò non serve a superare il problema, è solo questione di tempo. Gli Stati, oberati dal debito, oggi si trovano necessariamente nella nota situazione della “coperta corta”, per cui le scelte possibili sono fra diminuire la redistribuzione, gli investimenti e servizi garantiti, o aumentare la pressione fiscale.

Quindi, da espediente operativo volto a facilitare e legittimare gli atti di scambio, la moneta è divenuta una merce la cui importanza per le persone è aumentata nella misura in cui la loro sussistenza è sempre più dipesa dal mercato. Una merce fondamentale dunque, la cui “produzione” è globalmente tenuta sotto il monopolio delle banche centrali, che ufficialmente sono tutte indipendenti dallo Stato e nei fatti quasi tutte di proprietà privata; banche a cui gli Stati devono ormai rivolgersi, per ottenere denaro in prestito, in modo analogo a un privato cittadino.

Oggi, a differenza di un tempo, è la ricchezza che determina lo status, molto più del contrario. Ora, nonostante l’importanza reale e psicologica che può assumere il denaro nella nostra società, si dovrà ammettere che questo, nei confronti della sussistenza, ha un valore meramente funzionale; esso è uno strumento operativo e il suo potenziale è interamente simbolico.

Lo sguardo che abbiamo dato al vigente sistema monetario voleva metterne in luce che, sia lo Stato che il Mercato si trovano in una condizione di insanabile scarsità monetaria e avendo osservato la relativa facilità con cui questa risorsa è prodotta, la situazione dovrebbe risultare alquanto paradossale. Possibile che una civiltà che si gloria delle grandiose capacità tecniche e produttive raggiunte rimanga poi succube dei propri simboli? Se la moneta, da mezzo volto ad agevolare lo scambio e fondamentale punto di connessione fra la dimensione politica ed economica, è diventata un elemento per entrambi gli aspetti destrutturante e parassitario, quali alternative sono ipotizzabili?

Se la moneta è un codice convenzionale che definisce la misura e il modo delle persone di poter disporre delle risorse economiche, la costruzione di un sistema monetario migliore non implica riconsiderare le stesse esigenze economiche delle persone?

Nel progetto di ArcipelagoScec e nel proseguo di questo percorso cercheremo una risposta a queste domande.

 

 L’articolo è tratto da: http://veneto.arcipelagoscec.net/la-moneta

Questa pubblicazione è la sintesi parziale del testo “Prolegomeni economici a una comunità solidale”, scritto da Francesco Amendola

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