La crisi ha rovinato o messo in difficolta’ finanziariamente molte persone e molte imprese in giro per il mondo. Ma, come di solito succede in questi casi, ne ha anche arricchito qualcuna; ad esempio, gli speculatori che avevano visto arrivare le difficolta’ in tempo sono riusciti a guadagnarci sopra molti soldi. Ma hanno guadagnato del denaro, forse peraltro in genere in misura piu’ modesta, anche quegli editori che hanno avviato un’adeguata produzione editoriale sulla stessa crisi. Cosi negli ultimi due-tre anni abbiamo assistito in tutto il mondo ad un proliferare di volumi, studi, ricerche sul crack, una produzione che ha raggiunto in diversi casi delle alte tirature. Questo e’ vero in particolare per gli editori di lingua inglese con centinaia di volumi sull’ argomento; ho constatato peraltro che anche in lingua francese il numero delle opere pubblicate e’ solo di poco inferiore, mentre anche nel nostro paese sono usciti comunque a decine i libri sulla questione, naturalmente piu’ o meno validi ed interessanti. Anche chi scrive confessa di avere partecipato alla redazione di uno di questi testi.
Finansol.ita’ ha forse mancato di informare adeguatamente e in tempo i lettori sugli studi piu’ validi in materia. Oggi cerchiamo di colmare, anche se in misura molto modesta, le nostre passate mancanze segnalando un libro uscito da poco e che e’ peraltro scritto in lingua inglese. Si tratta di un testo di Ha-Joon Chang, un economista di origine coreana che insegna all’Universita’ di Cambridge e la cui opera appena pubblicata si intitola 23 things they don’t tell you about capitalism, edito da Allen Lane di Londra a 20 sterline. Il testo ha avuto una rilevante risonanza nel suo paese, ma anche altrove.
Bisogna partire dalla constatazione che, anche se l’establishment occidentale sta facendo tutti gli sforzi per cercare di tornare alla normalita’ dell’ordine pre-crisi, pur tuttavia, mentre l’economia europea e statunitense continuano ad arrancare e mentre diversi paesi emergenti continuano invece a crescere a ritmi forsennati, si e’ comunque anche all’interno delle classi dirigenti dell’ovest cominciato ad insinuare il dubbio che forse non viviamo nel migliore dei mondi possibili e che forse bisogna ripensare anche profondamente il modello di sviluppo economico vigente.
Il testo di Ha-Joon Chang rientra nella sostanza in questo filone di pensiero critico e la sua e’ una riflessione sul possibile futuro del capitalismo, riflessione stimolata non solo dalla crisi, ma anche dal progressivo spostamento del centro dell’economia mondiale, accelerato peraltro dalla stessa crisi, da ovest ad est.
Il libro si compone di ventitre’ capitoli relativamente brevi e ci aiuta a farne una sintesi una recensione del testo pubblicata da un grande economista, R. Skidelsky, sulle colonne del New Statesman del 30 agosto 2010.
I vari capitoli, ognuno dei quali affronta un argomento specifico, cominciano con una parte intitolata cosa vi raccontano e proseguono con un’altra dal titolo cosa non vi raccontano. Nella sostanza, afferma l’autore, quello che vi raccontano e’ che i liberi mercati e l’intervento statale ridotto all’osso sono la migliore ricetta possibile per lo sviluppo economico dei vari paesi. Ma tale formula in realta’ non porta ai risultati decantati, argomenta l’economista coreano. Da una parte in realta’ i liberi mercati non esistono; essi funzionano soltanto perche’ sono tenuti su, puntellati, dai governi e piu’ sono sostenuti e regolati dalle autorita’ pubbliche, meglio funzionano. D’altro canto, la pretesa della dottrina economica di determinare scientificamente i giusti confini tra stato e mercato e’ un fallimento. L’economia non e’ una scienza, afferma Ha-Joon Chang, ma un esercizio politico.
Su di un altro piano, il tipo di economia praticata da Reagan e dalla Thatcher ”che prevedeva una politica macroeconomica puntata soltanto sul controllo dell’inflazione, insieme ad una politica micro basata sulla riduzione delle tasse per i ricchi, la deregolamentazione finanziaria e del lavoro e la globalizzazione – hanno prodotto tassi di sviluppo piu’ bassi di quanto sarebbe stato possibile, piu’ alti livelli di disuguaglianza e un maggior numero di crisi finanziarie; essa ha anche portato alla sostituzione di gran parte degli investimenti produttivi con la speculazione finanziaria.
Peraltro, cose non dissimili si possono dire per le economie povere. L’Africa sub-sahariana ha un’economia stagnante non a causa di una cattiva collocazione geografica, della cosiddetta maledizione delle risorse naturali, delle rivalita’ etniche o della cattiva gestione, che pure contano per qualcosa, ma soprattutto a causa delle politiche liberiste che essa e’ stata costretta ad adottare negli ultimi trenta anni. Per altro verso, l’autore ricorda anche come le politiche alternative, con al centro l’intervento dello stato, che per alcuni decenni hanno funzionato bene, alla fine sono entrate in crisi e la politica neoliberista e’ stata anche in una certa misura una reazione a tale fallimento. Per concludere, per Ha-Joon Chang bisogna partire dal riconoscimento che sia il mercato che lo stato sono fallibili e che bisogna quindi trovare una sintesi tra i due aspetti. E qui arriviamo al dilemma centrale che attanaglia le politiche economiche dei governi e che neanche Ha-Joon Chang ci aiuta a risolvere sino in fondo: il problema fondamentale del nostro tempo, a livello economico, e’ forse quello di come conciliare l’efficienza con l’equita’.
A parte le considerazioni di ordine generale che ci siamo sin qui sforzati di riassumere, tra i molti aspetti specifici del libro che varrebbe la pena di sottolineare ce ne sono due trattati in maniera particolarmente stimolante, anche se essi non sono di per se del tutto nuovi. Il primo riguarda l’importanza particolare del settore industriale per lo sviluppo di un paese. L’entusiasmo per il passaggio ad una societa’ post-industriale e di servizi, tanto di moda tra molti economisti, oltre che pratica corrente in molti paesi occidentali, e’ completamente sbagliato, afferma l’autore. In breve, non possiamo raccontare in dettaglio tutte le argomentazioni in proposito avanzate dall’economista, ci limiteremo a sottolineare che i paesi avanzati sbagliano, afferma lo studioso, quando essi pensano che si possa sopravvivere soltanto con i servizi. La stessa argomentazione si puo’ portare per i paesi emergenti. Le grandi organizzazioni industriali, capaci di crescere e di adattarsi nel tempo, sono ancora oggi un elemento essenziale per tutti i paesi.
Il secondo tema riguarda l’indicazione dell’autore secondo la quale i vari paesi meno avvantaggiati dovrebbero essere incoraggiati a proteggere e promuovere i loro settori industriali, come del resto hanno fatto a suo tempo tutti i paesi ricchi. Questa appare comunque per l’autore una via obbligata allo sviluppo economico.
(Tratto da: http://www.finansol.it)
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