Gia’ nel periodo dello scandalo Enron e delle altre crisi scoppiate piu’ o meno contemporaneamente in giro per il mondo all’inizio del nuovo millennio, era uscito alla luce in modo evidente il ruolo nefasto esercitato dalle agenzie di rating, che avevano dato dei giudizi estremamente positivi sulle emissioni finanziarie delle aziende poi entrate in crisi. Si era gia’ allora gridato allo scandalo e si era anche parlato di intervenire in qualche modo sul settore da parte dei poteri pubblici con una regolamentazione piu’ severa, ma poi non se ne era fatto nulla e tutto era rientrato tranquillamente nell’ordine.
Con lo scoppio della crisi del sub-prime il problema si e’ riproposto in modo ancora piu’ drammatico e in dimensioni gigantesche; le agenzie avevano tra l’altro dato il giudizio piu’ elevato possibile a dei prodotti finanziari che si erano poi rivelati come della spazzatura e senza tali giudizi forse le difficolta’ degli ultimi anni sarebbero state minori e le banche e i risparmiatori avrebbero perso molto meno soldi.
Si e’, tra l’altro, indicato da piu’ parti come, alla base di tali giudizi totalmente devianti, ci sia, tra l’altro, un conflitto di interessi strutturale, per il fatto che le agenzie di rating sono pagate per i loro servizi di valutazione dalle stesse imprese su cui dovrebbero esercitare il loro giudizio. Di recente e’ poi emerso in particolare, come si poteva immaginare, anche attraverso delle audizioni tenute presso il Senato statunitense, che in realta’ in diversi casi c’era un accordo esplicito tra l’impresa soggetta a valutazione e l’agenzia, che subordinava il livello della remunerazione per i servizi prestati al livello del giudizio emesso, come abbiamo anche accennato.
Ma anche questa volta le agenzie di rating, nonostante tutto, potrebbero riuscire a farla franca; nessuno in effetti sembra stia seriamente discutendo intorno alla possibilita’ di un maggiore livello di controllo sulle loro attivita’. I progetti di riforma dei mercati finanziari che i vari governi stanno studiando sono, in generale, abbastanza blandi e comunque hanno priorita’ diverse da quelle di dare un qualche fastidio regolamentatorio alle nostre care agenzie. Per altro verso, non puo’ non suscitare in molti un sentimento di grande rabbia nel constatare che, nonostante i rilevanti problemi citati, le agenzie di rating continuano ad essere prese molto sul serio dai mercati finanziari e dalla stessa opinione pubblica e che esse abbiano ancora quasi un diritto di vita o di morte sulle imprese e sugli stessi stati, come hanno mostrato molto di recente i casi della Grecia, del Portogallo e della Spagna, mentre si attende con molto timore e riverenza un loro eventuale giudizio negativo sul nostro paese.
Tra l’altro, si va assistendo da tempo ad una situazione del tutto paradossale: le agenzie di rating, sulla base dei contratti in essere da tempo, ricevono ancora dai clienti milioni di dollari di commissioni all’anno per riferire sull’andamento dei risultati dei vari cdo (collateralized debt obligation: si veda sul significato dell’espressione l’alfabeto della finanza su questo stesso sito) che hanno perduto di recente gran parte del loro valore nonostante fossero stati a suo tempo emessi in molti casi con un giudizio di tripla A! Ma una cosa che con la crisi e’ apparsa molto chiara e’ quella che bisogna intervenire in misura adeguata per ridurre sostanzialmente la presa delle agenzie sugli investitori e sulle autorita’ di controllo. Bisogna a questo proposito ricordare anche come il giudizio delle agenzie di rating sia stato a suo tempo inserito ufficialmente come un cardine importante della regolamentazione del sistema bancario da parte del sistema di Basilea2. Prima ancora, gia’ nel 1975, la Sec statunitense aveva riconosciuto loro uno status ufficiale in alcune aree del mercato finanziario.
Intervenire oggi appare peraltro molto difficile. Tra le cose che si potrebbero comunque fare c’e’ intanto quella di cancellare nelle norme Sec gia’ citate, come nella regolamentazione di Basilea3, in corso di messa a punto, il loro status semi-ufficiale e annullare contemporaneamente certe esenzioni dal pagamento dei danni generati dalle loro valutazioni di cui esse godono negli Stati Uniti. Poi ovviamente si potrebbe sottoporle ad un regime di controlli molto severo.
Una proposta sensata appare quella avanzata di recente da un lettore del Financial Times, che suggerisce che le commissioni per le valutazioni delle imprese da parte delle agenzie di rating non siano piu’ pagate direttamente dalle imprese stesse, ma dalle autorita’ di controllo dei mercati finanziari, che dovrebbero anche scegliere di volta in volta le agenzie che dovrebbero fare i singoli controlli e che poi caricherebbero il costo sui soggetti interessati. Si eviterebbe, in questo modo, il contatto diretto agenzie- imprese, dal momento che in tale modo tra l’altro le stesse imprese decidono magari di scegliere l’agenzia che promette di emettere il giudizio migliore. Il sistema renderebbe anche meno complicato l’ingresso nel settore di altri concorrenti.
Qualcuno propone invece che a pagare le commissioni delle agenzie siano gli investitori, ma la proposta appare impraticabile visto il loro grande numero.
Una proposta di un certo interesse e’ quella avanzata molto di recente dal francese Michel Barnier, commissario europeo responsabile dei servizi finanziari, che, vista anche la concentrazione nel settore, che e’ limitato sostanzialmente alla presenza di sole tre societa’, tutte anglosassoni, ha lanciato l’idea di creare un’agenzia di rating europea. Il progetto e’ sostenuto anche dal ministro degli esteri e vide-cancelliere tedesco, Guido Westerwelle. Piu’ in generale si dovrebbe incoraggiare in molti modi la creazione di nuove agenzie.
Nel frattempo comunque delle societa’ cinesi, giapponesi e coreane si sono messe d’accordo proprio per creare una nuova agenzia in comune.
(Tratto da: http://www.finansol.it)
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