Uno sguardo critico sul microcredito

”¦la lezione e’ semplicemente quella che il microcredito non ha salvato il mondo’¦,’¦esso non e’ il rimedio miracolo come lo vendono alcuni dei suoi proponenti, ma porta dei benefici’¦’ (D. S. Karlan, universita’ di Yale)

Non abbiamo mancato di fornire con una certa frequenza notizie anche dettagliate sugli sviluppi delle attivita’ di microcredito nelle varie regioni del mondo, sullo sfondo di una valutazione generalmente molto positiva del fenomeno, che peraltro ha conosciuto nell’ultimo decennio importanti sviluppi quasi dovunque, sino anche a dei prestigiosi riconoscimenti ufficiali, quale la concessione del premio Nobel per l’economia a M. Yunus. Indubbiamente il fenomeno, oltre a crescere nel tempo, si e’ anche andato articolando e differenziando molto in varie direzioni e tendenze, cio’ che contribuisce, tra l’altro, a mostrare le sue potenzialita’ di sviluppo ulteriore, anche in Occidente.

Nei giorni scorsi mi e’ capitato, a proposito di questo tema, di riprendere in mano un interessante fascicolo pubblicato in Francia nel 2007; si tratta del n. 2.928, datato 18 luglio, del quindicinale ‘Proble’mes economiques‘ – rivista molto diffusa nel paese – dal titolo ‘La microfinance: un outil de lutte contre la pauvrete’?’.
La lettura di questo opuscolo, fatto di cinque diversi contributi, tutti di autori francesi, puo’ essere l’occasione per indicare, anche sommariamente, almeno alcune delle cose che, secondo gli studiosi indicati, non vanno, o che non convincono sino in fondo, in tale strumento, pur nel quadro di un giudizio complessivamente positivo.

Un obiettivo di queste mie note, riferendo sull’argomento, e’ anche quello di contribuire a mantenere sempre uno sguardo critico e non fideistico, pur se aperto, anche sulle idee e i movimenti che ci sembrano aderire alla nostra visione delle cose e alle nostre speranze, evitando di cadere ancora in futuro in una delle tante trappole piu’ o meno importanti che ci sono state tese dalla storia, dal comunismo di stampo sovietico alla nostra banca etica

Un primo contributo dell’opuscolo, sviluppato in particolare dai testi di V. de Briey e di P. Flynn, e’ quello relativo al tentativo di sistematizzare e di rendere pienamente le differenze sempre piu’ nette, almeno sul piano concettuale, che si sono affermate nel tempo tra due modi differenti di intendere il fenomeno, che si possono sommariamente definire in sintesi, rispettivamente, con le espressioni di microcredito e di microfinanza e che per la verita’ erano gia’ state individuate in passato, sia pure magari in maniera semplificata.
Una delle due tendenze e’ quella che possiamo definire come ‘neoliberista’, che spinge verso l’assolutizzazione del mercato e l’adozione di un approccio di tipo commerciale al fenomeno. L’obiettivo e’, nella sostanza, alla fine, quello di estendere il capitalismo verso delle nuove aree e dei nuovi clienti.
Secondo questo approccio, largamente sostenuto da istituzioni come la Banca Mondiale e le stesse Nazioni Unite, partendo anche dalla constatazione della capacita’ limitata dei donatori e delle organizzazioni non di lucro a rispondere alla domanda massiccia di finanza presente tra i poveri del mondo, bisogna spingere in direzione della costruzione di mercati finanziati ‘integranti’, che arrivino a toccare un gran numero di persone povere. In sostanza, la microfinanza non dovrebbe essere confinata ad un segmento specifico dei programmi di sviluppo delle popolazioni povere, ma dovrebbe fare parte integrante del sistema finanziario globale.

Tale impostazione spinge nella sostanza cosi verso ‘l’istituzionalizzazione’ di programmi di microfinanza aventi essenzialmente scopo di lucro, che in altre parole rispondono alle leggi dei mercati finanziari concorrenziali e che operano utilizzando le risorse in maniera ‘efficiente’. Essa va anche nella direzione di una ‘massificazione’ degli stessi programmi. Sono richiesti in genere ai clienti dei tassi di interesse molto elevati, partendo dall’ipotesi che quello che conta prima di tutto per gli stessi clienti e’ l’accesso al credito e non il suo costo. L’obiettivo ricercato, alla fine, non e’ quello del miglioramento del benessere delle popolazioni povere, ma il miglioramento dell’accesso da parte delle stesse ai servizi finanziari.

Di fatto, il rendimento dei capitali investiti in tali attivita’ supera in media il 20% all’anno, cio’ che rende l’investimento nel settore molto redditivo e contribuisce a far capire perche’ alcune organizzazioni gia’ presenti nel settore e non aventi scopo di lucro si sono trasformate negli ultimi anni abbracciando l’altra impostazione.

Cosi, come scrive uno degli autori del fascicolo, ”¦il denaro diventa l’obiettivo e il mezzo di questa liberazione planetaria attraverso il produttivismo’¦nell’ambito dell’intensificazione della finanziarizzazione delle societa’ e delle sue nuove modalita”¦’. Questa deriva speculativa degli strumenti per aiutare le classi piu’ povere della societa’ sono state di recente stigmatizzate con parole dure dallo stesso M. Yunus. Un articolo del New York Times del 13 aprile 2010, a firma di N. MacFarquhar, riporta le seguenti dichiarazioni in proposito del creatore della Grameen Bank: ”¦abbiamo creato il microcredito per combattere i pescecani del credito; non lo abbiamo creato per incoraggiare lo sviluppo di nuovi pescecani’¦;’¦il microcredito deve essere visto come un’opportunita’ per aiutare le persone ad uscire dalla situazione di poverta’, non come un’opportunita’ per fare soldi alle spalle dei poveri’¦’.

Altre persone ed istituzioni, invece, secondo una visione alternativa, cercano di restare al servizio delle persone piu’ povere, privilegiano l’aspetto sociale dei programmi, si interrogano sulle conseguenze potenzialmente negative dell’ approccio istituzionale – tra l’altro, con la constatazione che in diversi paesi la situazione economica e finanziaria dei poveri tende a degradarsi anche a causa di tali strumenti; in India si registrano anche dei suicidi- e temono che il perseguimento di uno scopo di lucro possa condurre a una deriva della missione sociale dei programmi e all’emarginazione dagli interventi della clientela piu’ sfavorita e che avrebbe invece piu’ bisogno di un sostegno. Questo secondo approccio cerca di evitare di applicare sino in fondo le leggi del mercato.

I partigiani di una visione di mercato sottolineano che il miglior indice di successo dei programmi di microfinanza e’ la loro buona salute finanziaria, mentre i seguaci della visione alternativa cercano di misurare l’impatto degli stessi programmi sulle condizioni di vita delle popolazioni interessate (livello dei redditi, di alimentazione e di istruzione dei poveri, loro accesso ai servizi sanitari e assicurativi, ecc.). Essi, mentre sono disponibili ad acquisire alcune delle conquiste della scuola ‘finanziaria’ ”’ il ricorso agli studi di mercato, l’introduzione di tecniche di riduzione dei costi, un migliore sistema informativo economico e finanziario, ecc.-, accusano comunque l’altro approccio di non prendere in considerazione l’effetto dei programmi sui poveri.

Inutile chiedersi quale ci sembra tra le due la visione a nostro avviso preferibile.

Un altro importante contributo sviluppato nel fascicolo, in particolare da J-M. Servet, riguarda l’interrogativo se le attivita’ di cui si parla riescono e quanto veramente a spingere i poveri ad uscire dalla loro condizione di miseria. L’autore, in generale, che e’ comunque convinto che il microcredito costituisca un apporto positivo incontestabile alle politiche sociali e di sviluppo economico nel mondo, pensa peraltro che sia evidente il fatto che in realta’ gli effetti dello stesso microcredito siano alla fine insufficienti e combatte l’idea, che sembra sempre piu’ diffusa, anche in alcune istituzioni internazionali, secondo la quale questo nuovo strumento finanziario sarebbe diventato l’unica, o almeno la principale, soluzione per la lotta alla poverta’ nel mondo. Cosa sappiamo veramente, si chiede l’autore, sugli effetti e sull’impatto effettivo della microfinanza per quanto riguarda la diminuzione nei livelli di poverta’? Le nostre conoscenze in realta’ sono molto limitate e mancano delle ricerche adeguate in proposito.

I summita’ sul microcredito che si svolgono di tanto in tanto nel mondo hanno diffuso nel frattempo dei miti di peso: in essi la lotta contro la poverta’ nasconde in realta’ la questione della lotta contro le diseguaglianze, mentre viene portata avanti la figura della donna come asse centrale delle politiche quando, tranne qualche eccezione molto pubblicizzata sui media, la maggior parte dei clienti delle principali istituzioni del settore sono degli uomini; infine, si propaganda lo sviluppo delle capacita’ imprenditoriali come la funzione essenziale della micro finanza.

Comunque, l’analisi degli studi esistenti sull’impatto e sugli effetti dei dispositivi di micro finanza da dei risultati contrastanti e contradditori. Oltre ad un elenco degli aspetti positivi che comunque risultano da tali analisi, per quanto riguarda quelli negativi l’autore segnala che tali pratiche possono portare ad un indebitamento eccessivo, ad un aumento considerevole del tempo che bisogna dedicare alla vita associativa, spesso con grandi difficolta’ nel farlo, o al ritiro delle bambine dal sistema scolastico per poter svolgere le attivita’ domestiche, al fine di permettere alle madri di portare avanti le loro attivita’ produttive, mentre in certi casi si assiste, in relazione a tali programmi, ad un ulteriore impoverimento dei piu’ poveri.

Piu’ in generale, per ridurre il rischio di mancato rimborso dei prestiti e anche il costo unitario delle singole operazioni, vengono di frequente esclusi dai servizi i piu’ indigenti e certe aree giudicate poco redditive vengono parimenti non prese in considerazione dalle operazioni.

(Tratto da: http://www.finansol.it)

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