Se si guarda alla conquista di sfere di influenza, forse si può allora parlare di imperialismo sovietico. Pure qui, tuttavia, si è trattato di un’azione di prevalente contenimento dell’aggressività altrui, poiché sempre, a partire dal 1945, gli Stati Uniti – dopo aver accettato, per eliminare definitivamente dal novero dei competitori Inghilterra e Francia oltre alle sconfitte Germania e Giappone, gli accordi di Yalta con la loro divisione del mondo in due (accordi che non a caso Churchill, avendo capito come sarebbe andata a finire, avrebbe voluto far saltare: e qui sarebbero da rivedere molte “bucce” riguardo ai “segreti contatti” in piena guerra tra Inghilterra e Germania) – hanno tentato, con varia fortuna (prima scarsa e infine vincente), di affermare globalmente quel monocentrismo che era ormai pienamente in atto nel capitalismo “occidentale” (comprendente il Giappone).
Per 50 anni circa il mondo apparve appunto cristallizzato, e tutto il nostro orizzonte politico fu orientato alla permanenza indefinita di tale situazione. Forse però qualcuno, nei siti nascosti dove si preparano le vere strategie politiche di potenza (altro che quelle economiche sempre poste in primo piano per ingannarci), ne sapeva un po’ più di noi, vedeva cambiamenti possibili. E pure qui, sarebbero da spiegare molte mosse durante la breve parentesi di Gorbaciov, liquidatore del cosiddetto Impero sovietico, cospiratore con l’allora segretario del Pc cinese per combinare guai anche in quel paese (stroncati nella Tiananmen), oggi consulente degli americani per contatti (a mio avviso improduttivi) con deboli oppositori russi di Putin.
Quello che mi preme rilevare, quello a cui volevo arrivare, è che il confronto politico tra Usa e Urss, pur viziato da nette distorsioni ideologiche, condusse ad un reale antagonismo tra i due campi, che prese il posto della – ma venne ampiamente confuso e identificato con la – altrettanto ideologica credenza nella lotta “a morte” tra borghesia e proletariato, tra classe capitalistica e classe operaia. Si fu anche convinti che l’azione dell’Urss corrispondesse al concetto di “internazionalismo proletario”; quell’internazionalismo molto carente, ad es., nell’azione del Pc francese in merito al colonialismo francese e alla lotta del Fln algerino, del tutto assente negli operai americani nei confronti del Vietnam, e si potrebbe continuare. Una serie infinita di inganni, che coprivano comunque conflitti reali e risultati concreti, certo svisati nel loro effettivo significato.
Ci fu un’apparentemente insuperabile guerra di posizione, durante la quale i partiti comunisti dei paesi capitalistici occidentali (quelli in cui ancora essi avevano seguito e forza, quelli di meno avanzata industrializzazione) si trasformarono progressivamente in sinistra integrata e riformista (salvo frange sempre meno consistenti e più agitatorie che fattive); mentre nella parte orientale si veniva preparando il crollo della “facciata socialista”, da cui sarebbero nate, dopo un tumultuoso ma breve periodo di solo apparente totale sconfitta, nuove formazioni sociali (di ancora impossibile definizione a meno di non erigersi a profeti) che sembra proprio si assestino e crescano come alternativa al capitalismo di tipologia “occidentale”.
Oggi la situazione, nel giro di una quindicina anni (periodo storico brevissimo), è totalmente cambiata tanto da essere irriconoscibile. Non esiste più una guerra di posizione ma di pieno movimento. C’è stata all’inizio l’illusione ottica dell’ormai realizzato monocentrismo (“imperiale”) statunitense, con questo paese in piena “arroganza di (pre)potere” e quindi direttamente (militarmente) aggressivo. Gli Usa non hanno affatto ancora accettato pienamente la nuova realtà; Obama è solo un po’ meno “diretto”, più “avvolgente”, dei Bush e di Clinton, ma non ha tratto le debite conclusioni.
Vi fu a suo tempo l’illusoria e “avveniristica” visione di Wesley Clark (comandante in capo nella guerra contro la Jugoslavia), per cui ormai gli scontri bellici si sarebbero vinti con l’aviazione, senza bisogno di truppe di terra. Alcuni, anche oggi, suggeriscono di ritirarsi dall’Afghanistan, affidandosi a truppe “ascare” (ma già perfino un Karzai non è più ritenuto affidabile) e usando addirittura i “droni”, aerei senza piloti. Se gli Usa (con i loro succubi della Nato) si ritirassero, si tratterebbe di una sconfitta vera, non più quella del Vietnam; poiché non si potrebbe questa volta sperare nel crollo dell’avversario (allora l’Urss e il campo socialista), bensì essere invece sicuri dell’occupazione degli spazi lasciati vuoti dalle potenze in crescita: Russia, Cina, India, probabilmente anche Pakistan che si renderebbe indipendente dagli Usa. Proprio per tali motivi, gli Usa di Obama non hanno alcuna intenzione di ritirarsi e programmano invece il potenziamento delle truppe sul fronte afgano.
Quanto appena esposto è appunto effetto della fine della guerra di posizione, in cui uno dei due campi non era però in grado di tenere la posizione; mentre nell’odierna guerra di movimento, con molti attori in gioco, e in rafforzamento, tutto è diverso, tutto muta con rapidità (certo sempre tenendo conto che stiamo parlando di processi storici). Viene nel contempo messa in mora definitivamente la credenza ormai vetusta nella “lotta di classe”, nell’antagonismo delle masse lavoratrici contro il capitale e l’imperialismo dei paesi avanzati. Tale credenza sopravviveva (a malapena in ogni caso) per la confusione fatta tra questa lotta e lo scontro tra i due campi in quella guerra di posizione, in cui uno dei due era ormai in surplace e incapace di liberarsi della credenza in una lotta tra inesistente socialismo e capitalismo.
Attualmente, appare in tutta la sua evidenza la realtà: la preminenza dello scontro di tipo internazionale (tra quegli Stati che non esistevano più per i fumosi chiacchieroni altermondialisti e moltitudinari), e di quello interno in pieno svolgimento tra dominanti, legati alle vecchie strutture economiche e sociali “preinnovative”, e dominanti di quelle fortemente “innovative” (della distruzione creatrice, intesa in senso ampio e non solo relativa alla sfera economica), dove i primi continueranno a subordinarsi agli Usa, mentre i secondi allargheranno viepiù i loro orizzonti ai nuovi poli e dunque alla guerra di movimento. Personalmente non amo i dominanti, in linea di principio sono ancora attratto dall’idea di nuovi scontri in verticale; non sono convinto che per sempre si giocherà soltanto negli spazi (orizzontali) della “geopolitica”. E’ però indispensabile la consapevolezza che la fase attuale è questa, non quella ancora pensata con schemi ormai obsoleti dai rigurgiti di una sinistra detta “estrema”. Bisogna passare per una fase (un’epoca) di guerra di movimento tra poli, che definisco momentaneamente (e senza alcuna intenzione di cristallizzare il pensiero su tale schema) capitalistici; non però un capitalismo, bensì alcuni capitalismi.
Attraverso tale tipo di guerra si riconfigureranno anche le “strutture” sociali nei vari capitalismi, e sarà allora forse possibile avvicinarsi, con nuovi orientamenti di pensiero, alla teoria e prassi di altre lotte combattute in verticale. Oggi, però, il primo compito è un ampio ripensamento di tipologia indubbiamente geopolitica poiché, per un’intera fase storica (non per pochi anni), sarà più energica e produttiva di effetti eclatanti la guerra di movimento tra poli, con i suoi effetti su quella interna tra dominanti nei diversi paesi facenti parte dell’area di influenza di ognuno dei poli in questione. Nell’ambito di questa più lucida visione dei conflitti in corso, e di quelli del prossimo futuro, è poi possibile riflettere sui bisogni dei ceti sociali subordinati o comunque più deboli. Porre invece al centro dell’attenzione, in via immediata, questi ultimi è il miglior modo per affondare tutti insieme, senza alcun vantaggio per nessuno.
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