di Gaspare Armato Non è facile parlare d’insegnamento, così come non è facile trattare di una materia che, insieme a tante altre, dovrebbe essere la base della nostra vita. E non solo degli alunni, ma anche degli insegnanti. Parto da un punto, un punto che a mio avviso è l’essenza di ogni cosa: se non siamo contenti con ciò che facciamo, se non siamo soddisfatti con il lavoro che svolgiamo, se non siamo appagati con la nostra vita quotidiana, beh! sarebbe meglio prima trovare la nostra giusta vocazione. Non si può andare a scuola di malavoglia, non ci si può alzare dal letto la mattina e pensare: – Uffa, anche oggi! uffa, che noia questi ragazzini maleducati! uffa, quando arriva l’estate! No, non è così che si insegna, non è così che ci si avvicina all’alunno, non è questo l’atteggiamento nei confronti dei nostri figli… sì figli, perché anche loro sono in qualche modo nostri figli, giacché trascorriamo insieme 3-4-5 ore al giorno, forse più che loro con le rispettive famiglie. L’insegnante dovrebbe essere educatore, mentore, istruttore, ma non solo di storia, di filosofia, di religione, di italiano, di inglese, bensì di vita. Dunque, dicevo della voglia di insegnare. Dicevo che bisogna essere contenti con la materia che si insegna, avvicinarsi in classe con spirito positivo, gaio, essere coscienti che le nostre parole entreranno e rimarranno nella memoria di un ragazzo di 7-10-15 anni: credetelo o no, ma queste hanno un enorme potere e il tono di voce, come l’espressione, come l’enfasi con la quale si palesano le rendono ancora più potenti. A causa di certe parole si sono fatte guerre, a causa di certe parole si è sparso sangue! Parliamo adesso dell’insegnamento della storia nella scuola, non importa che tipo di scuola, se elementare, se media, se liceo. Dovrebbe essere l’insegnante ad adoperare il giusto atteggiamento a secondo dell’età dell’alunno, dopotutto la storia è una sola, ciò che varia sono gli approfondimenti che le si da. La storia è alla base della nostra vita, forse non ce ne rendiamo conto, ma è il nostro passato, è il nostro presente, sarà il nostro futuro. La storia è memoria, ricordo, è lezione, la storia è un fatto, un misfatto, è una battaglia, è un papa, un re, un imperatore, la storia è la lotta per un ideale, per la libertà, insomma la storia è un romanzo da leggere! Bisogna guardarla sotto un’altra angolazione, con occhi diversi. Bisogna cambiare punto di vista, proprio quando si crede di saper tutto, non bisogna affogare nella propria mentalità. Nell’insegnamento della storia, insieme al modo classico, entra in scena ciò che a mio avviso è essenziale, necessario, quasi obbligatorio: l’immagine, la foto, lo schema, lo schizzo, una slide. Queste restano impresse nella memoria, si fissano, s’incollano al nostro sapere e se accanto c’è anche qualche frase, meglio ancora. Nella nostra retina è depositata la memoria visiva, quella che a occhi chiusi od occhi aperti ci fa sognare, immaginare, ricordare. Discutendo di Carlo V sarebbe bene far conoscere visualmente di chi stiamo parlando, preparare il suo albero genealogico, sapere di chi era figlio, dove governava, magari tutto ciò in un grande cartoncino appeso alla parete, con descrizioni, cenni del 1500, dell’Europa fisica di quegli anni e tutto quanto possa rendere visibile la storia. La medesima cosa affrontando la Riforma e Controriforma cattolica o lo studio dell’Impero inglese o approfondendo i Babilonesi, gli Egizi, la Prima guerra mondiale, e così via. Ma non è tutto. La storia è anche Hans e il suo pesante archibugio nel Sacco di Roma del 1527, è anche Giuseppe da Settignano, un povero contadino venuto nella Firenze del 1300 a fare il muratore e collaborare nella costruzione di strade, case, palazzi. Interessante sapere e vedere come vestiva, conoscere i suoi pensieri, cosa mangiava, quanto guadagnava, che vita conduceva. Questa è la vera storia, questi sono i fatti che interessano i giovani. A loro piacerebbe sapere che le donne non portavano il reggiseno sino a tutto il 1600 o giù di lì e a quel punto parlare del XVII secolo, degli eventi coevi, delle scoperte scientifiche; a loro piacerebbe sapere che la forchetta è un’invenzione per lo più moderna, anche se già qualcuno l’adoperava nella Venezia dell’anno mille, e a quel punto discutere di Venezia, dei Dogi, delle repubbliche marinare, giungendo ai turchi, ai corsari; a loro piacerebbe sapere che i nostri avi preparavano la dote alla figlia che si sarebbe sposata e che questa dote veniva riposta in un baule e che era usuale regalarle il letto matrimoniale, e a quel punto continuare col Rinascimento italiano; a loro piacerebbe sapere della leggenda del cappuccino, in quella Vienna di fine assedio turco del 1683 e di padre Marco d’Aviano, questi saranno punti di partenza per spiegare chi erano gli Asburgo e cosa c’entra Eugenio di Savoia, ecc. ecc. Insomma, bisogna romanzare la storia, narrarla, andare oltre i libri di testo, bisogna adoperare foto, immagini, schizzi, cartelloni, idee che si possano facilmente visualizzare. Ma non è tutto. Ci potrebbe aiutare l’arte, il Genere nell’arte, quel tipo di pittura che rappresenta il quotidiano vivere del passato. I quadri di Jan Steen, di Vermeer, di Brugel e tanti altri pittori fiamminghi e non ci aiuteranno a descrivere il modus vivendi di quelle epoche, ci illustreranno lo scaldino dei piedi, ci parleranno del vestire, del matrimonio popolare, ci diranno dei primi uccelli esotici, di com’era un ambiente familiare olandese, della battaglia di Lützen, di tante cose: il tutto felicemente rappresentato in una tela, in un dipinto che dovrebbe essere visibile agli alunni. Dunque, immagini, figure, schemi, schizzi – mi ripeto -, punti di partenza per eventuali approfondimenti. Ognuno dovrebbe inventarsi il modo di attirare l’attenzione dei giovani, di quei giovani, italiani e non, che dovremmo cercare di capire. Questo è il bello della scuola, la diversità nell’unità della vita, dell’insegnamento. Questo dovremmo insegnare ai giovani. Basta osservare, capire, educare al di sopra dell’essere di destra o di sinistra, dell’essere religioso o ateo o agnostico, la vera libertà sta nel non avere tabù, spetta loro poi ragionare, decidere cosa fare e come essere. L’esempio del passato storico vale più di mille parole. Dobbiamo avere la forza e il coraggio di sederci nel loro stesso banco, vedere con i loro occhi, ascoltare con le loro orecchie, parlare con il loro linguaggio. È un lungo lavoro, un lavoro certosino, ma vedrete che, una volta loro capiscano che siamo dalla loro parte e desideriamo solo compartire ciò che sappiamo, ciò che abbiamo studiato per anni, le ricompense saranno enormi. Sono sicuro, sicurissimo, che qualcuno di voi lo stia già facendo, qualcuno lo ha già fatto. Costui potrà darci maggiori dettagli, informazioni, compartire errori e soluzioni. – Belle parole, facile a dirsi – direte voi. – Certo, è vero – ripeto io. Eppure è facile, più facile di quanto sembri, non costa nulla, abbiamo il tempo, abbiamo l’esperienza, abbiamo la volontà. O no? Se alla base non c’è la nostra volontà, ebbene, lasciamo le cose come stanno, di noi diranno solo che siamo stati discreti o mediocri insegnanti e ci dimenticheranno, come pranzo degustato male e in fretta. Però, io ricordo ancora, a distanza di trent’anni, la mia professoressa di italiano, i suoi modi di insegnare, di vedere la vita, di infondermi la sua passione per la cultura, per la lingua italiana, per il latino, per i libri, per un corretto scrivere. Ecco, invece ricordo diversamente la mia insegnante di filosofia e storia: bastava leggere, studiare, essere interrogati, prendere la sufficienza e continuare così. Alla base di tutto ciò vi sono gli insegnanti, l’esempio della loro vita, la loro qualità d’espressione, la loro gioia d’insegnare, la contentezza di una vita dedicata ai ragazzi, ragazzi futuro della storia che si racconterà domani.
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