Il concetto di carita’

Con il termine carità siamo soliti identificare un atteggiamento di disponibilità nei confronti del prossimo. L’etimologia della parola richiama il termine latino “carus” che a sua volta ha un doppio significato: caro nel senso di costoso, che costa molto, da cui parole come carovita e, per estensione, una cosa che ha un grande pregio. Con l’avvento del Cristianesimo la parola assunse il valore di affetto verso il prossimo, solidarietà, comprensione. Capire l’uomo e le sue esigenze è pertanto un gesto di carità. La scuola dovrebbe essere una delle istituzioni più caritatevoli in quanto dovrebbe avere il dovere di preservare la sensibilità e lo sviluppo dell’intelligenza umana (Ludovico Polastri).


Se la scuola non cura e sviluppa nel tempo questa dote umana, ma anzi la blocca nel suo progresso, non solo fa un grave danno alla persona ma anche alla società in quanto priverà di talenti il mondo del lavoro. Ho sentito docenti universitari che dicevano ad altri colleghi: ”non insegnate troppo agli studenti in quanto saranno i vostri concorrenti domani”. Se uno studente vuol fare carriera universitaria, diventare un bravo ricercatore, in Italia non può. I baroni accademici fanno di tutto per mettere il bastone tra le ruote allo sventurato ragazzo, che, nel migliore dei casi, deve emigrare all’estero. Non si legge di rado che ricercatori italiani, che lavorano per università straniere, ottengono risultati eccellenti in diversi campi, da quello medico a quello spaziale o biochimico.

L’italiano si reputa caritatevole se accoglie l’immigrato clandestino, se offre un lavoro ad un mendicante zingaro, se comuni o province stanziano fior di soldi per la scolarizzazione degli alunni stranieri. Sopra il “piatto di minestra”, ecco, non riconosciamo più altri bisogni.. Siamo rimasti culturalmente dei pezzenti. Ed è forse anche per questo se un partito come la lega si affermerà sempre più. Rappresenta l’archetipo del troglodita, del barbaro. Importiamo immigrati ignoranti per fare quei lavori che i nostri ignoranti non vogliono più fare.

E la chiesa italiana ha la sua responsabilità in questa diffusione di una carità poco esigente, di basso livello. Non passa giorno che qualche prelato strarnazzante ed ora anche i quotidiani in loro potere, bacchettino ogni mancanza o prevaricazione verso queste persone. Un tempo, la chiesa raccomandava di cercare e aiutare anzitutto i “poveri vergognosi”, che sono quelli che “si vergognano” di chiedere. Ora invece appoggia senza discernimento ogni straniero, anche prepotente, coloro che esigono e non ripagheranno mai la “carità” ricevuta. La chiesa chiedeva di vedere bisogni nascosti, fini superiori, delle persone dignitose, prima di quelli degli sbandati che affollano le vie dei nostri paesi o che mostrano piaghe o menomazioni spesso finte.

Ora pensa esclusivamente ad accaparrarsi l’8 per mille e a movimentare illecitamente ingenti somme di denaro (si veda il bel libro Vaticano S.p.A., il più letto di quest’estate). Il Vescovo Javier Echevarría, spagnolo di Madrid, 74 anni, dal 1994 a capo dell’Opus Dei, già stretto collaboratore del Fondatore, san Josemaría Escrivá, ha recentemente dichiarato: “Dio si può trovare anche a Wall Street”. Alla faccia della carità.

La carità dovrebbe invece essere rivolta anche e soprattutto agli intelligenti, alle persone che valgono perché, senza ipocrisie, le persone non sono tutte uguali. Per queste persone non ci sono mai risorse, solo tagli ed umiliazioni. La scuola di oggi non deve premiare l’intelligente ma farlo adattare all’analfabeta, al diseredato, all’extracomunitario mortificando di conseguenza lo sviluppo del Paese. Si parla tanto di scuola pubblica allo sbando. E’ ora, allo sbando. Fino ad un decennio fa, per non parlare di prima, era selettiva e rigorosa. I genitori contavano meno, i professori erano temuti. Prima del ’68, la scuola non era veramente per tutti;. era per privilegiati che, in un modo o nell’altro, erano selezionati prima di entrare in classe, dalla cultura familiare.

Ora tutti devono arrivare all’università, magari con l’aiutino dei diplomi falsi, o del CEPU. Ne è l’esempio il ministro attuale Gelmini che ha fatto l’esame per diventare avvocato a Reggio Calabria. Spesso chi non ce la faceva veniva invitato a cambiare ramo educativo o era lasciato al suo destino. Crudeltà? Non penso. La chiamerei invece carità. Esatto; essere rispettosi di chi vale e di chi si impegna. La carità deve essere richiesta per le persone superiori di questo tipo: e invece ora ci lascia insensibili. E il dolore inflitto per aver negato a chi lo merita il posto e la gratificazione che gli spetta? Non lo vediamo nemmeno.

Mi pare che Aristotele dicesse da qualche parte: “ingiustizia è trattare allo stesso modo persone diverse”. Perseguire l’eccellenza che viene oggi scoraggiata richiede di essere eroi e identificare il proprio vero “dovere” o vocazione autentica esige una profondità intellettuale che non può essere di tutti. E’ questa la carità che ci manca.

Non meravigliamoci pertanto se vedremo andare sempre peggio la nostra società, se avremo a che fare con professionisti, medici, avvocati ecc. sempre più incompetenti e prepotenti, non meravigliamoci se vedremo Renzo Bossi, trombato 3 volte alla maturità, detto “la trota”, far parte della commissione che distribuirà fondi e commesse per la realizzazione dell’Expo milanese, non meravigliamoci alla fine di tutto se invocheremo lo straniero come salvezza. Una civiltà si frattura perché ha perso la visione spirituale del suo compito collettivo e manca di capi capaci di additare e forzare, se è il caso, il destino comune, anzi di esserne l’avanguardia. Il modello imperate è quello dell’uomo potente senza eleganza, senza magnanimità interiore, squallido.

Chi non si pone obblighi è il plebeo, il volgare, l’ignobile. I nostri politici ne sono un esempio lampante. I loro elettori sono l’esempio arabo del fellah.

Questa crisi sociale richiama il mito della Torre di Babele e della “confusione delle lingue”: il parlare lingue diverse, l’invocare il dialetto come lingua ufficiale, il non comprendersi più, come diceva C.G.Jung , è il sintomo di una frattura sociale profonda e irreversibile: la rottura, nelle anime. Noi non abbiamo più carità per i nostri figli, li stiamo solo mortificando, giornalmente. Bisognerebbe ripensare ad un rilancio dell’educazione popolare per restituire al senso comune che la frenesia consumatrice non è l’ultima parola nel divertimento e nella cultura.

Infine, bisogna fare del sostegno ai genitori una priorità politica. Le culture che stiamo importando dai paesi stranieri, non contaminate ancora da questo iper-consumismo e che coniugano la loro visione sociale con quella religiosa, saranno più avvantaggiati nell’apprendere e nel formarsi. E non si pensi che gli stranieri quando saranno maggiormente istruiti ci elargiranno le loro competenze ringraziandoci della nostra carità. Eserciteranno il loro sapere come arma per detenere il potere. Quello che noi non siamo stati capaci di fare. 

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