L’economia va a rotoli e il governo che fa? Rilancia il ponte sullo Stretto…

Il ministro dell´Economia Giulio Tremonti ha annunciato che il governo terrà fede agli annunci fatti. Ha confermato infatti che la social card ci sarà e che sta preparando un decreto in cui verranno inseriti aiuti alle famiglie e alle imprese per aiutarli in questo difficile momento di crisi economica. Che qualcuno definisce congiunturale e qualcun altro si azzarda a definire strutturale, ma su cui tutti concordano nel non sapere quando finirà. Un bonus sulle tredicesime per fare in modo che le previsioni del calo dei consumi natalizi (previsto oggi dalla ricerca Xmas Survey nel 5,3%) non si avveri e che quindi gli italiani possano spendere il bonus in regali e ridare fiato all’economia in recessione. Magari con cianfrusaglie (che provengono per lo più dalle importazioni) e che si ritroveranno, dopo poco, da gestire le aziende dei rifiuti urbani. Forse anche un bonus bebè e forse lo slittamento del pagamento Iva all’incasso e non all’emissione della fattura (Lucia Venturi, Greenreport).


Questo il pacchetto di aiuti all’economia su cui sta lavorando il governo che ha annunciato però che non comporterà alcuna revisione della manovra economica («basata sul presupposto di una crisi in arrivo e in intensificazione» ha detto Tremonti) e che quindi la loro copertura deve essere trovata all’interno dell’attuale bilancio per non sforare sul deficit. Il vincolo di non aumentare i conti pubblici è infatti un tema oggi molto a cuore al ministro Tremonti, che dopo essere stato l’inventore della finanza creativa si spende adesso in operazioni «finanziariamente ortodosse e moralmente corrette» come ha definito lui stesso la misura della Robin tax, in cui si prevede di elevare l´addizionale Ires dal 27 al 33% sui presunti extraprofitti da caro-barile dei petrolieri trasformandoli (in parte) in benefici per i cittadini.

Un miliardo o poco meno era l´introito atteso dai petrolieri, più almeno altri due miliardi da analoghi provvedimenti annunciati da Tremonti a carico di banche e assicurazioni. Che per il momento sembrano però rimanere solo allo stato di annuncio, mentre il costo del petrolio greggio è sceso dagli oltre 100 $ a barile a quasi la metà senza che questo abbia comportato nemmeno un consistente calo del prezzo del carburante alla pompa e mentre l’incombere della crisi ha fatto varare, intanto, il decreto salva-banche.

Un altro annuncio riguarda poi lo sblocco dei fondi per le opere pubbliche, la cosiddetta Fase 2, che prevede la distribuzione di 12 miliardi del fondo aree sottoutilizzate (Fas) di cui 7,5 andranno alle opere della legge obiettivo da ripartire (per la maggior parte) su quattro grandi opere. La prima delle quali è il ponte sullo stretto di Messina.

Quindi la ricetta per superare la crisi sembra essere (quasi) completata: rilancio delle opere pubbliche, sostegno ai consumi, ombrello al sistema del credito e ammortizzatori sociali. Finché ce n’è. Finché non ci si renderà conto che perseguire e cercare di rimettere in piedi un modello che ha dimostrato in maniera lampante che non funziona – vista la situazione economica a rotoli a livello planetario – non ha futuro.

«L´economia si trova a dover combattere su due fronti – scrive oggi Giorgio Ruffolo su la Repubblica -Da un lato la crisi minaccia la crescita che è considerata, oggi, l´irrinunciabile sostegno dell´economia. Dall´altro, la crescita minaccia la sopravvivenza, che si basa sui grandi equilibri ecologici». E continua Ruffolo mettendo in evidenza come a questo dilemma si cerchi di dare risposta con due soluzioni diametralmente opposte: la fine della crescita o meglio la decrescita da una parte e la crescita come presupposto basilare per poter occuparsi anche di ambiente, dall´altra. C´è però una terza via, come indica anche lo stesso Ruffolo, che non sembra essere nemmeno presa in considerazione dai più e che potrebbe essere imboccata proprio per la necessità di risolvere una crisi economica, ambientale e sociale, quale quella in atto. Ruffolo la chiama una «economia ecologicamente equilibrata» dove al dogma della crescita si sostituisce il criterio dell´ottimizzazione : «cioè della distinzione, nelle allocazioni delle risorse, tra quelle ammissibili, quelle prioritarie e quelle non prioritarie».

Una distinzione che non può certo essere lasciata al mercato. «Questa è una decisione che spetta alla politica democratica» sostiene correttamente Ruffolo. Perché questa è materia di programmazione che spetta, appunto, alla politica fare. Il problema è che non c´è una politica (ancor più democratica) in grado di saper operare questa programmazione. Come sarebbe possibile altrimenti che lo stesso giorno in cui si dà conto che una delle opere cui si daranno finanziamenti in via prioritaria (come parte della ricetta per superare la crisi) è il ponte sullo stretto di Messina, l´Ispra (ex Apat e quindi non un istituto extra governativo) fa sapere che l’area dello stretto che separa Sicilia e Calabria si conferma, ad un secolo esatto dal catastrofico terremoto del 1908, un’area ad altissimo rischio sismico? Opera che oltre a non essere prioritaria si prefigura oltretutto anche inammissibile.

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