Leggo su Internazionale, il settimanale che raccoglie tutti gli articoli più interessanti o più coinvolgenti della stampa straniera, apparsi sui vari quotidiani del mondo, di una proposta a dir poco anacronistica, da un lato, paradossale dall’altro, recepita, fortunatamente dall’opinione pubblica statunitense, come non seria e inattendibile: un rappresentante democratico negli USA vuole proporre la reintroduzione dell’obbligatorietà del servizio militare [Alessandro Rizzo]. Lo scenario, infine, nazionale è alquanto aggravato da una perdita complessiva e generale di fiducia della cittadinanza nelle capacità dell’esercito medesimo: conosciamo quanto possano essere deleterie le conseguenze di questo idem sentire, che aumenta esponenzialmente nelle persone, sui risultati elettorali presidenziali, ormai in calendario come prossime negli Stati Uniti.
E’ altrettanto preoccupante considerare come, all’alba di un fallimento annunciato di una guerra contro il terrore, annunciata con toni alquanto apocalittici e di impronta biblica, invece di trovare proposte che prospettino misure alternative alla politica internazionale di aggressione e unilateralismo, finora sostenuta dagli USA in un clima generale di guerra permanente e globale, come il rientro delle truppe dai territori occupati iracheni e afgani, viene evidenziato un incremento strutturale e un aumento finanziario di sostegno alle missioni di invasione colonialista. Negli Stati Uniti il film è stato già visto ai tempi del 1975, alla conclusione della guerra in Vietnam, dove lo stremato esercito di stanza in una guerra inutile e insensata di aggressione, forse possiamo definirla come antesignana della tragica logica che, inasprita, sta caratterizzando la presidenza Bush, veniva sottoposto a un rientro da una sconfitta non solo politica, ma anche etica e morale, nonché economica di una potenza alle prese con una depressione finanziaria e una crisi in campo industriale di notevole spessore.
Oggi, invece, si prosegue ostinatamente sul cammino del mantenimento della guerra permanente: da Bush che invita gli alleati della NATO, riuniti a Riga nel summit internazionale, ad aumentare l’impegno in Afghanistan e in Iraq, a un annuncio, forse senza conseguenze e solamente indirizzato a creare scalpore e provocazione dell’opinione pubblica, ma che si aggiunge a una tendenza internazionale che vede ogni anno aumentare le spese militari, gli investimenti in opere di costruzione di macchinari tecnicamente avanzati per bombardare, dagli aerei alle cacciatorpediniere, dalle armi alle cosiddette “bombe intelligenti”, come l’Europa o come anche l’Italia, dove proprio l’altro giorno la Commissione difesa al Senato ha espresso parere negativo sul testo collegato alla legge finanziaria in quanto, dalle parole del Sen. De Gregorio, si presenta un bilancio “troppo penalizzante” per le strutture della difesa e dell’esercito. La bocciatura del testo è avvenuta con l’appoggio del presidente della commissione e dell’opposizione, mentre la Commissione europea sta discutendo sui fondi da stanziare in merito alla costituzione dell’aereo militare europeo.
In questo clima l’idea di pace viene sempre meno e le parole di Gandhi risuonano sempre più come utopiche: “costruire la pace con la pace”. Solamente un’inversione di tendenza culturale e sociale potrebbe garantire un cambiamento forte e sostanziale delle politiche internazionali oggi vittime della sopraffazione economica e del dominio delle risorse naturali di paesi deboli, afflitti da tensioni e da guerre intestine.
Alessandro Rizzo
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